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“Una donna su quattro vittima di violenza ostetrica”, l'allarme di Ovo Italia. Taufer: "Si pensa che una partoriente debba soffrire, ancora tanti stereotipi"

La violenza ostetrica indica l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico. Ovo Italia sostiene che "una donna su quattro sia vittima di violenza ostetrica”. La ricerca del centro Who Burlo di Trieste e l'Istituto superiore di sanità confermano: "Su 3.981 donne il 39.2% non si è sentito coinvolto nelle scelte mediche"

Di Francesca Cristoforetti - 22 febbraio 2022 - 19:25

TRENTO. “Una donna su quattro vittima di violenza ostetrica”, è questo il triste dato riportato dall’Osservatorio sulla violenza ostetrica Italia. “Su 3.981 donne che si sono sottoposte al travaglio, il 39.2% non si è sentito coinvolto nelle scelte mediche, il 33.0% ha sperimentato una comunicazione poco chiara da parte del personale, il 24.8% non è stato sempre trattato con dignità e il 12.7% ha riportato abusi”, emerge dagli ultimi dati elaborati dal Centro Who Burlo di Trieste e l’Istituto superiore di sanità, raccolti nel periodo tra marzo 2020 e febbraio 2021, riguardo l'assistenza alla maternità in Italia durante il Covid (Qui i dati).

 

È di violenza ostetrica che si sta parlando, un fenomeno molto diffuso di cui si è iniziato a parlare soltanto negli ultimi anni che indica l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico. “È una forma di maltrattamento sulla donna – conferma Paola Taufer, presidente della Commissione provinciale per le pari opportunità tra donna e uomo – in un momento particolare della sua vita e che consiste sia in violenze psicologiche, sia in violenze mediche come per esempio l’episiotomia o il parto cesareo non concordato”.

 

L’episiotomia è “a tutti gli effetti, un intervento chirurgico che consiste nel taglio della vagina e del perineo – spiega Ovo Italia – per allargare il canale del parto nella fase espulsiva”. Rispetto alle lacerazioni naturali che spesso si verificano durante il parto, “tale operazione necessita di tempi più lunghi per il recupero con rischi anche di infezioni ed emorragie. Oggi è una pratica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce ‘dannosa, tranne in rari casi’”. Da un punto di vista psicologico, prosegue Taufer , “è un evento che colpisce profondamente la donna nella sua femminilità, non solo nel suo essere madre ma nel suo essere donna. Perciò è un fenomeno che va sempre segnalato e monitorato”.

 

La Commissione cerca infatti di tenere alta ancora alta l’attenzione su questo fenomeno, che non è scemato durante la pandemia: “Anche in questo caso - spiega la presidente - andiamo a ritrovare questo tipo di violenza in una cultura patriarcale che genera stereotipi, In aggiunta le donne in posizioni apicali in ginecologia e ostetricia restano comunque basse meno del 20%”. Tanti ancora gli stereotipi che alimentano questo tipo di maltrattamento: “Il primo – spiega – è che spesso si pensa che sia necessario soffrire per la donna, cosa che non è affatto vera”. A questo se ne aggiunge un altro, “quello della loro emotività e che si pensino talmente vulnerabili che è il personale sanitario a prendere decisioni, spesso senza dare il consenso informato perché è un carico di angoscia per la paziente”.

 

Un grande lavoro è stato portato avanti anche da Ovo Italia, appoggiato dal Collegio delle Ostetriche di Trento e che ha promosso la campagna “#Bastatacere: le madri hanno voce”. L’indagine Doxa-Ovo pubblicata nel 2017 riporta che dal 2003, perciò in 14 anni, “circa 1 milione di mamme italiane, il 21% del totale, affermano di essere state vittime di una qualche forma (fisica o psicologica) di violenza ostetrica alla loro prima esperienza di maternità”. Un’esperienza così traumatica, riporta la ricerca, che "avrebbe spinto il 6% delle donne, a scegliere di non affrontare una seconda gravidanza", provocando di fatto "la mancata nascita di circa 20.000 bambini ogni anno nel nostro Paese”.

 

L’indagine è stata condotta su un campione rappresentativo di circa 5 milioni di donne italiane, di età compresa tra i 18 e i 54 anni, con almeno un figlio di 0-14 anni, analizzando i diversi aspetti e momenti vissuti dalle madri durante le fasi del travaglio e del parto: dal rapporto con gli operatori sanitari alla tipologia di trattamenti praticati, dalla comunicazione usata dallo staff medico al consenso informato, dal ruolo della partoriente nelle decisioni sul parto al rispetto della dignità personale.

 

Per 4 donne su 10 (41%) – sostiene la ricerca – l’assistenza al parto è stata per certi aspetti lesiva della propria dignità e integrità psicofisica. In particolare, la principale esperienza negativa vissuta durante la fase del parto è la pratica dell’episiotomia, subita da oltre la metà (54%) delle mamme intervistate”. Dal 2003 al 2017 perciò “1 donna su 2 ha subito questa pratica (54%)”, mentre “3 partorienti su 10, vale a dire 1,6 milioni di donne (il 61% di quelle che hanno subito un’episiotomia) dichiarano di non aver dato il consenso informato per autorizzare l’intervento”.

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