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Trento
06 ottobre | 18:18

Dall'intervista a Pelè alle medaglie di Tania Cagnotto, Stefano Bizzotto si racconta: ''Ma quella volta con Willy Brandt non la dimenticherò mai''

Il grande giornalista, ospite al Festival dello Sport con il suo libro ''Storia del mondo in 12 partite di calcio'', si racconta a Uomo Città Territorio: ''Il mio primo Mondiale? Italia '90. Seguivo la Germania. Vi racconto perché Matthaeus non tirò il rigore decisivo''

Dall'intervista a Pelè alle medaglie di Tania Cagnotto, Stefano Bizzotto si racconta

TRENTO. Otto edizioni dei Giochi Olimpici, otto campionati del mondo di calcio, più un'infinita serie di mondiali di nuoto e tuffi vissuti dalla postazione di commento con la sua voce inconfondibile che ha raccontato momenti che resteranno impressi per sempre nella mente degli sportivi e degli appassionati. E quella frase, pronunciata durante il Mondiale di calcio del 2002, che risulta – ad oggi – indimenticabile e iconica. E che solamente, a pensarci, fa venire la pelle d'oca anche oggi, quando urlò “batte forte il cuore nero dell'uomo bianco” commentando l 'esultanza dell'allenatore Bruno Metsu e del Senegal dopo la straordinaria vittoria negli ottavi di finale contro la Svezia.

 

Al Festival dello Sport Stefano Bizzotto, da quasi trent'anni la “voce” della Rai per i tuffi e uno dei commentatori calcistici più apprezzati e preparati in ambito calcistico, sarà dall'altra parte “della barricata”. Sarà lui ad essere l'intervistato, presentando il suo nuovo libro “Storia del mondo in 12 partite di calcio”.

 

“Ho individuato 12 partite nell'arco di un secolo – spiega Bizzotto a Uct – per raccontare la storia attraverso questi eventi. In taluni casi calcio e storia correvano su binari paralleli, in altri il pallone ha cambiato il corso degli eventi. E, durante il lavoro di ricerca, ho trovato alcuni risvolti di cui – magari – gli stessi protagonisti non erano a conoscenza”.

 

Senza spoilerare troppo, ce ne riassume una?
“Beh, Viktor Ponedel'nik, scomparso pochi anni fa, decise la finale del campionato europeo del 1960, segnando la seconda rete dell'Unione Sovietica contro la Jugoslavia. Si giocava di domenica a Parigi, il match andò ai supplementari e, per il fuso, quando realizzò il gol del 2 a 1, a Mosca era passata la mezzanotte. Dunque era già lunedì e “Ponedel'nik”, in russo, significa proprio “lunedì.” E il telecronista russo, impazzito per la gioia, urlava “ha segnato lunedì di lunedì. Io ho avuto modo d'intervistarlo: è mancato nel 2020”.

 

L'intervista più bella che ha mai realizzato?
“Quella con Pelè, senza dubbio. Ma c'è un altro momento che ricordo particolarmente”.

Prego, dica.
“Era il 1989, lavoravo in Gazzetta e mi recai a Berlino per la finale della Coppa di Germania. Nel Borussia Dortmund giocava un giovane Andreas Moeller, uno degli astri nascenti del calcio tedesco che, qualche anno dopo, arrivò in Italia
per vestire la maglia della Juventus. Ero nella hall dell'albergo, quando vidi entrare una persona anziana. Era Willy Brandt, l'ex cancelliere tedesco, premio Nobel per la pace nel 1971. Uno di quelli che ha contribuito la scrivere la storia con la “esse” maiuscola. Con la sfrontatezza dei miei 28 anni mi avvicinai .... ”.

 

L'INTERVISTA COMPLETA A STEFANO BIZZOTTO IN EDICOLA SU UOMO, CITTA', TERRITORIO

 

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