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Trento
16 giugno | 20:05

Giovani e ritiro sociale, il fenomeno Hikikomori cresce in Trentino. Ama: "Oltre 40 nuove famiglie assistite all'anno, alla base competitività e senso di inadeguatezza"

Le persone che soffrono di ritiro sociale scelgono di abdicare rispetto alla loro vita sociale e relazionale ed è fondamentale comprenderne le cause e saper cogliere i segnali del fenomeno. La psicologa e psicoterapeuta Giulia Tomasi: "Il genitore va aiutato a sintonizzarsi con la fatica e la sofferenza dal giovane, accompagnandolo nell'affrontare nel modo giusto la quotidianità, non fermandosi solo all’assenza di lavoro o all’abbandono della scuola"

TRENTO. Vivono in casa dei genitori, chiusi nelle loro camere da letto per giorni, mesi o addirittura anni. Detto in modo più semplice, si isolano dal mondo.

 

Sono le persone che si auto-recludono e che si ritirano dalla società, fenomeno che nella sua manifestazione più estrema è conosciuto come Hikikomori e che colpisce principalmente adolescenti o giovani adulti che spesso rifiutano di comunicare con l'esterno: con i loro coetanei e talvolta anche con la loro famiglia, attivandosi solo per affrontare i bisogni primari.

 

Il fenomeno negli ultimi anni è in costante aumento e anche il Trentino non fa eccezione, come conferma a il Dolomiti la psicologa e psicoterapeuta Giulia Tomasi, referente del progetto sul ritiro sociale Hikikomori dell'associazione Ama-Auto Mutuo Aiuto: "Sulla base del nostro osservatorio, posso dire che già a partire dal 2016 abbiamo iniziato a prendere in carico i primi casi sporadici, ma oggi accogliamo nei nostri gruppi di auto mutuo aiuto, dedicati ai genitori con figli ritirati in casa, circa quaranta nuove famiglie all'anno, con il numero che è in aumento anche alla luce del fatto l'informazione è aumentata ed è più facile realizzare di essere di fronte ad un problema".

 

Per comprendere meglio la natura e la portata del fenomeno, è necessario iniziare a raccontarlo dalle sue radici, con Giulia Tomasi che spiega: "Il termine deriva dal giapponese e tradotto significa 'stare in disparte' e fu utilizzato a partire dagli anni Ottanta per identificare i ragazzi che a scuola tendevano a rimanere in disparte, prediligendo attività individuali. Partendo da questo presupposto potrebbe apparire come un tratto caratteriale, ma questo diventa un problema quando la scelta è quella di autoescludersi dalla società".

 

A collegare quel tempo, quel Paese e quella cultura al nostro mondo occidentale contemporaneo è un concetto, quello di competitività: "L'elemento cardine della cultura giapponese è l'ipercompetitività e, alla luce dei cambiamenti sociali avvenuti nella nostra società, il fenomeno è dilagato diventando anche di stampo occidentale".

 

Addentrandosi nelle caratteristiche del fenomeno, viene spiegato come le persone che ne sono colpite scelgano di abdicare rispetto alla loro vita sociale e relazionale e come questo possa accadere ad ogni età, dall'infanzia fino all'anzianità: a cambiare, naturalmente, sono le cause scatenanti.

 

"Quado si parla di Hikikomori ci si riferisce principalmente agli adolescenti perché la maggior parte delle persone che sceglie di ritirarsi lo fa in un periodo che spesso coincide con la fine delle scuole medie e l'inizio della scuole superiori – spiega Giulia Tomasi – e questo moto di auto-reclusione è inverso rispetto a quella che dovrebbe essere la spinta ad uscire tipica dell'adolescente, uno dei cui 'compiti evolutivi' che lo portano a diventare poi un adulto dovrebbe essere quello della 'rinascita sociale', cioè il socializzare con i suoi pari".

 

Il rischio, se il ritiro si verifica in questa fase di "esplorazione", è quello di sfociare in una problematica psicologica anche se, chiarisce Giulia Tomasi, "non si può parlare di vera e propria patologia".

 

Per approfondire ulteriormente il fenomeno Hikikomori, comprenderne le cause principali è fondamentale: "Alla base del ritiro sociale c'è sicuramente la competitività, il senso di inadeguatezza nei confronti di un modello che si ritiene di non poter aggiungere, ma anche la predilezione per le attività individuali e la tendenza al perfezionismo, con queste due cose che non sempre sono negative, ma che lo possono diventare".

 

Parlando del confronto con alcuni modelli a cui tendere, il riferimento alla sfera dei social network è inevitabile: "Seguendo continuamente il mondo dei social il rischio è che venga amplificata una visione idealizzata di come si dovrebbe vivere e questo aumenta l'ansia da prestazione e la sensazione di non essere all'altezza della realtà in cui si vive. L'Hikikomori, di conseguenza, rifugge quindi anche il contatto con i social".

 

Un altro riferimento inevitabile, parlando di Hikikomori, è quello al Covid e al conseguente lockdown che ha avuto un duplice effetto: "Per le persone già in fase di ritiro il lockdown è stato, per così dire, liberatorio, dal momento che tutti erano ritirati in casa e quelle persone si sentivano quindi, in qualche modo, comprese. Nelle situazioni che erano in bilico tra l'autoreclusione e la volontà di uscire, il lockdown ha rappresentato invece una forte spinta verso il ritiro, dal momento che quella situazione ha dimostrato la sua fattibilità. In questi casi la difficoltà maggiore si è riscontrata a fine pandemia, quando si è tornati ad uscire, e tanti ragazzi non sono più riusciti a farlo".

 

Tornando al problema nella sua essenza, chiediamo a Giulia Tomasi quali siano, per un genitore, i segnali di "pericolo" da cogliere: "Un genitore, ma anche un insegnante, può riconoscere un giovane con una difficoltà maggiore a relazionarsi con gli altri, che preferisce attività individuali o che fatica a riconoscere le proprie emozioni e fatiche finendo per trasferire nel corpo le tensioni (mal di testa, mal di pancia, ecc.). In certi casi, anche nei più piccoli, nel periodo alla fine delle scuole elementari, insorgono atteggiamenti come voler entrare a scuola in ritardo oppure evitare le attività di gruppo, con una preferenza a stare con gli adulti: con gli insegnanti a scuola e a casa con i genitori".

 

E dopo aver compreso i segnali, è fondamentale saper "agire" nel modo migliore, soprattutto a livello famigliare: "Il genitore dovrebbe cercare di sintonizzarsi con il malessere e la sofferenza, entrare in contatto con la situazione vissuta dal giovane, accompagnandolo nell'affrontare la quotidianità: è importante trasmettere il fatto che la scuola, ad esempio, non è solo un luogo di apprendimento ma anche una palestra per le relazioni che sono fondamentali per crescere e stare bene con sè stessi e gli altri, portando il giovane fuori dalla logica della prestazione. Spesso, invece, l'errore fatto in buona fede è quello di avere un atteggiamento di protezione, non aiutando il giovane ad abbandonare la sua comfort zone e a superare le sue difficoltà".

 

Un ultima battuta Giulia Tomasi la dedica alle criticità di definire il concetto di Hikikomori, con in testa alla classifica l’assenza di una definizione chiara del problema e di un consenso condiviso sui criteri diagnostici: "Risulta molto complesso calcolare il numero dei giovani ritirati a livello sociale e i dati a cui possiamo appoggiarsi sono quelli che riguardano i neet, i giovani che non studiano e non lavorano, e i tassi di dispersione scolastica, ma è evidente che vista la varietà di casi presenti è difficilissimo interpretarli".

 

Per quanto riguarda il servizio di assistenza offerto in Trentino da Ama, è possibile rivolgersi anche solo per una consulenza gratuita al numero 3428210353 o all'indirizzo mail ritirisociali@automutuoaiuto.it, con la possibilità eventualmente di prendere parte ad uno dei percorsi offerti dall'associazione.

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