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Alla sartoria sociale "Officina de l'ucia" l'integrazione passa attraverso il riuso dei tessuti. Un laboratorio di cucito e di accoglienza

La prima sartoria sociale di Trento nasce dall'intuizione di Elena Simonetti e Valentina Merlo, oltre che il coinvolgimento di tante realtà del territorio. Franca Bertagnolli: "Le grandi rivoluzioni del mondo sono partite da quelle tessili: attraverso un semplice tessuto si possono raccontare tante storie”

Di Linda De Carli (Liceo Prati) - 20 giugno 2017 - 10:22

TRENTO. Tra aghi, spilli e brusio di macchine da cucire è nata a Trento la prima sartoria sociale. Esperienza e creatività si fondono all’Officina de l’ucia, un laboratorio di sartoria e riuso di tessuti che, da aprile 2015, si trova al primo piano del centro sociale Bruno di Piedicastello.


L’idea e l'intuizione del progetto è frutto di due giovani trentine, Elena Simonetti e Valentina Merlo, che raccontano di essersi avvicinate al mondo dell’accoglienza prima grazie al Servizio civile e poi come operatrici del Centro Astalli di Trento, in collaborazione con Cinformi, Atas onlus e con l’intera rete dell’accoglienza trentina.

 

L’officina prende il nome da 'ucia', come ago in dialetto trentino, e da 'lucha', come lotta in spagnolo: un progetto che fonde due culture, quella del territorio trentino e quella dei ragazzi stranieri che qui lavorano per dare vita a prodotti di sartoria.

 

Si parte da vecchi capi che nessuno utilizza più, come vestiti, coperte e molti altri tessuti abbandonati dai profughi nelle strutture trentine, lavati nella lavanderia del carcere, a cui viene data una nuova vita. I ragazzi impegnati sono già sarti e qui hanno la possibilità di riutilizzare le capacità affinate nei loro Paesi d’origine.

 

“I vecchi vestiti- spiega Franca Bertagnolli, dirigente e coordinatrice dei laboratori di sartoria sociale - ora compongono tessuti per copertine o contenitori e sono la materia prima per dare vita a nuove creazioni”.

 

L’iniziativa è inserita all’interno del progetto 'Ri.create', diviso fino a questo momento in due parti: orticoltura e riuso di tessuti, promossi entrambi dal Centro Astalli e dall’Associazione Richiedenti Terra, mentre all’apertura dell’officina hanno collaborato anche la Fondazione Caritro e il Centro dei Servizi e Volontariato di Trento.

 

 

L’obiettivo comune è quello di creare occasioni di incontro tra rifugiati e richiedenti asilo da poco arrivati in Trentino e di imparare l’italiano grazie all’aiuto di un gruppo di volontari.

 

E così ragazzi e ragazze provenienti da tutto il mondo creano zaini con ritagli di pantaloni, vecchie gonne si trasformano velocemente in portafogli e quelle che ora sono borse da mare una volta non erano altro che tende colorate.

 

Ma l’officina de l’ucia non è soltanto un melting pot di nazionalità e culture diverse, in cui si possono ascoltare o raccontare storie, conoscere persone e bere un tè in compagnia, Ri.Create è un laboratorio di avvicinamento al lavoro anche per chi, in Italia, non ha mai lavorato.

 

Come racconta Valentina Merlo, una delle fondatrici “I richiedenti asilo - dice - non possono lavorare nei primi sei mesi di accoglienza e questo progetto può essere d’aiuto per passare il tempo e ricreare l’atmosfera di quello che i ragazzi facevano nei loro paese d’origine”.  

 

Le creazioni dei ragazzi si possono trovare nella sede dell’officina e, spesso, nei mercatini della città: l’offerta per comprare i nuovi vestiti è comunque libera. “Dobbiamo ricordarci che tutte le grandi rivoluzioni del mondo sono partite da quelle tessili - conclude Franca Bertagnolli - e attraverso un semplice tessuto si possono raccontare tante storie: i nostri prodotti sono un esempio”.


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