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Anche in Giappone "un'amatriciana per Amatrice". Il racconto di Letizia, da Povo al matrimonio in kimono

Letizia Miranda viveva in collina a Trento. Poi un viaggio nel Sol Levante e il colpo di fulmine: "Il terremoto italiano ha colpito molto i giapponesi. Qui tutto è organizzato e i palazzi ondeggiano a ogni scossa. E anche dopo Fukushima si sono rialzati. Sanno che la natura è più forte e spesso bisogna ripartire da zero"

Letizia Miranda durante il suo matrimonio
Di Luca Andreazza - 25 settembre 2016 - 14:55

TOKYO(GIAPPONE). E' trascorso un mese esatto dal terremoto che ha colpito il Centro Italia. Un sisma che ha lasciato dietro di sé macerie, polemiche, ma anche tanta solidarietà. Il Trentino per primo si è mosso per portare sollievo e sostegno e sono stati tanti gli eventi per la raccolta fondi anche nella nostra provincia. Ma a muoversi non sono stati solo i nostri trentini. Abbiamo scoperto che anche in Giappone il sisma italiano ha colpito molto la popolazione locale. Un Giappone che di terremoti se ne intende e che ci viene raccontato, nel nostro viaggio nel mondo, da Letizia Miranda, 30 anni, originaria di Povo, da qualche tempo diventata Letizia Mitsumori Miranda visto che si è sposata con un giapponese con tanto di kimono e abiti orientali. E' lei a parlarci del Sol Levante dalla prevenzione alle calamità naturali passando per il suo grande amore: il Giappone.

 

Letizia, partiamo proprio dal terremoto avvenuto nel Centro Italia. Come è stato percepito in Giappone?

 

Il terremoto di Amatrice è stato sentito, non tanto a livello di notizia da mas madia, ma molto a livello umano. Tutti noi italiani siamo stati accerchiati da persone genuinamente preoccupate e interessate a sapere cosa stesse succedendo in Italia e se la gente stesse bene. Tantissimi ristoratori giapponesi che gestiscono ristoranti italiani qui hanno dato il via a campagne di raccolte fondi per i paesi colpiti. In particolare anche qui è andato molto "Un'amatriciana per Amatrice". I giapponesi si sentono molto fratelloni preoccupati e protettivi quando si parla di terremoti e Italia perché, anche se non lo diranno mai apertamente, sono a conoscenza del fatto che siamo molto indietro in fatto di prevenzione e che il nostro cuore - a differenza del loro - non è pronto ad accogliere con resilienza situazioni di questo tipo.

 

Come sono le misure di prevenzione in Giappone?

 

Tutti gli edifici di recente costruzione in Giappone sono assolutamente antisismici. Noi al ventitreesimo piano, quando arriva il terremoto, ondeggiamo insieme all'edificio come su una nave cullata dalle onde. Ma la prevenzione non si ferma certo qui, nulla è infatti lasciato al caso. Al nostro condominio è assegnato un centro di incontro e accoglienza distante pochi passi, dove rifugiarsi in caso di terremoto, e dove incontrare i propri cari in caso di malfunzionamento di cellulari e altri mezzi di comunicazione. Come tutti, anche noi abbiamo la borsa da evacuazione pronta nell'armadio e il manuale su cosa fare in caso di terremoto e tsunami, spedito dal governo a casa di tutti i cittadini. Sulle strade si trovano diversi cartelli segnaletici che indicano cosa fare in caso di terremoto. Anche nei luoghi pubblici come negozi, scuole e metropolitane, ma anche negli ascensori di tutti gli edifici è sempre indicata la via di fuga più agevole o il procedimento da seguire in caso di pericolo. Naturalmente la gran parte dei commessi dei negozi e dei lavoratori nelle aziende ha seguito un training su come comportarsi nell'eventualità di un terremoto senza perdere la calma. Io stessa ho fatto la prova evacuazione un paio di volte. Non potrai mai sapere dove ti troverai e come reagirai quando arriverà il terremoto, ma in Giappone hanno sicuramente provato a coprire tutti gli scenari possibili per mettere in mano ai cittadini gli strumenti per gestire il pericolo e il disagio.

 

A proposito di calamità come hanno superato quella di Fukushima?

 

A mio avviso Fukushima non è mai stata superata perché non è mai stata affrontata come una realtà . Fukushima è il mostro sotto al letto, un po' l'amante scomoda del marito di cui si preferisce non sapere niente. Naturalmente all'inizio se n'è parlato molto e tutti facevano attenzione alla provenienza delle verdure, della carne e del pesce. C'era chi diceva che aveva smesso di mangiare nei ristoranti perché "non puoi mai sapere da dove arrivino gli ingredienti che hai nel piatto". Poi piano piano Fukushima è rientrata nella caverna da dove era uscita e fuori tutto ha ripreso a muoversi come prima. I giapponesi affrontano da sempre le calamità naturali con uno spirito di rassegnazione pacifica: una volta colpiti dall'alluvione, dal terremoto, dallo tsunami e dagli incendi del caso, dopo aver pianto i propri morti, sono già lì, in piedi a raccogliere i cocci e a rimettere insieme quello che possono, come meglio possono. Non fanno polemiche, non danno la colpa a qualcosa o a qualcuno. Sanno che la natura è più forte dell'uomo e non perdono tempo a lamentarsi. Piuttosto languiscono nella condivisione di quel senso di perdita e impotenza che ci accomuna tutti nel momento della disgrazia.

 

 

 

Come sei arrivata nel paese del Sol Levante?

 

La prima visita in Giappone risale al 2004, quando andai a trovare un'amica giapponese conosciuta a Cambridge durante un corso d'inglese estivo. L'impatto con la cultura giapponese mi colpì particolarmente: tutto affascinante, cibo buonissimo, la gente all'apparenza estremamente ospitale e gentile. Sentii il desiderio di provare a vivere in questo paese, ma per poter meglio immergermi in una cultura così diversa avrei dovuto possedere gli strumenti adatti: appena terminato il liceo, mi sono iscritta all'Università Cà Foscari di Venezia in Lingue Orientali con indirizzo giapponese. Oggi vivo a Tokyo in pianta stabile da tre anni e mezzo e sono manager presso un'agenzia pubblicitaria specializzata nella promozione e Pr di brand italiani in Giappone. Lavorare come ponte tra due culture estremamente ricche e affascinanti come quella italiana e quella giapponese è una sfida quotidiana che dà grandi soddisfazioni. Comunicare è sempre stata la mia più grande passione, quindi dal punto di vista lavorativo, avere un ruolo importante dove tutto ruota intorno alla comunicazione in un paese così lontano dal nostro, ma così ricettivo e interessato a quello che abbiamo da offrire e raccontare, è un sogno diventato realtà.

 

  

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