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Dal Senegal a Baselga di Piné. Il profugo che voleva fare il sarto ora lavora in una pasticceria. Una storia di integrazione e solidarietà

Ebrima lavora alla pasticceria Serraia. Franca, la datrice di lavoro: "Se respingono la domanda di asilo vado in Africa a riprenderlo, non ho mai avuto un collaboratore così bravo". Il successo dell'integrazione in un paese che lo ha accolto: "Faccio anche il figurante nelle rievocazioni storiche"

Di Donatello Baldo - 29 January 2017 - 20:01

BASELGA DI PINE'. Si chiama Ebrima ma tutti lo chiamano Ibrahim. Ha 24 anni e il suo Paese di origine è il Senegal. Ora si trova a Baselga di Pinè, fa il pasticciere ma in passato ha lavorato come sarto. Sorride, e sorride perché è felice, perché le persone attorno a lui lo adorano e lo stimano.
 

Prima di parlare con lui parliamo con Franca, la proprietaria della Pasticceria Serraia. “Lavora da me ormai da due anni, è la seconda stagione. È un ragazzo d'oro: io non ho mai avuto un dipendente così bravo, così puntuale. Sono contenta di lui”. Racconta che Ebrima fa parte del gruppo di richiedenti asilo ospitato a Villa Lory, che ha iniziato a lavorare per lei attraverso un progetto della Provincia per l'integrazione dei profughi.
 

“All'inizio la sua mansione era quella di tenere in ordine il piazzale, il plateatico affacciato sul lago. Non c'era più una foglia, lucidava non solo la mia pertinenza ma tutto il marciapiede, addirittura la bacheca comunale posizionata lì vicino”, racconta Franca. “Era sprecato, la sua voglia di fare doveva essere premiata: per questo è passato all'interno del locale, poi il passo verso il laboratorio di pasticceria è stato breve. Ora – spiega Franca – basta che legga una volta la ricetta per non dimenticarsela più: veramente, è il miglior apprendista che io abbia avuto”.

 

Ma questa non è soltanto la storia di un bravo lavoratore. È la storia di un'integrazione possibile, di un'accoglienza che da sola spazza via mille pregiudizi. “I pregiudizi non mi interessano – dice subito Franca – i pregiudizi li hanno quelli che non vogliono vedere le cose come stanno”. Ma esistono, lo sa anche lei: “Un cliente che era qui tutti i giorni ha smesso di frequentare la pasticceria, perché un nero ci lavora. Ma sono proprio contenta di perdere un cliente così, sono io che non lo voglio”.


foto Francesco Bressan
foto Francesco Bressan

Arriva Ebrima, sorride, si siede. E inizia il suo racconto, risponde alle domande. “Sono del Senegal, lì ci sono i miei genitori”. Dal Senegal è partito per sfuggire alla povertà, per dare valore alla sua vita, alla sua voglia di fare. “Ho attraversato il Mali, il Burkina Faso, il Niger”. Per poi arrivare in Libia, nella Libia difficile e insicura, pericolosa e straziata dalla guerra per bande. “Lì ho lavorato come sarto, e quando la sartoria è stata chiusa a causa della situazione politica il mio datore di lavoro ha voluto pagarmi lui stesso il viaggio verso l'Europa”.
 

“Ma non sapevo che fosse così difficile la traversata, che il rischio fosse la morte nel Mediterraneo”. Il suo viaggio sul barcone dei disperati è andato bene: “Per fortuna non è morto nessuno. Due giorni sulla barca, poi siamo stati soccorsi in mare e trasportati in Sicilia”. Poi il rito della identificazione, poi lo smistamento nei centri di accoglienza fino ad arrivare in Trentino, nel campo di Marco a Rovereto.
 

“Capisci – sottolinea Franca – è stato il suo datore di lavoro a pagargli il viaggio, a spingerlo a cercare fortuna in Europa. Perché ha visto che era bravo, che ne valeva la pena”. E perché, per fortuna, l'umanità esiste ancora e la solidarietà non si è spenta del tutto.


foto Francesco Bressan
foto Francesco Bressan

Ebrima voleva fare il sarto perché quello sapeva fare. “E bene – spiega Franca – mi ha confezionato un vestito da sera. La stessa precisione della sartoria la mette nella preparazione delle ricette. E anche il gusto degli abbinamenti, dei colori”. Ma ora si è improvvisato pasticcere: “Ora voglio fare questo lavoro”. Non rimpiange il sogno interrotto, lui ora vuole lavorare con uova, farina e zucchero. E ce la farà, di questo ne siamo sicuri.
 

L'integrazione passa anche attraverso il lavoro, ma non è l'unico elemento, e forse non è nemmeno giusto valutare una persona soltanto dalla sua bravura nelle mansioni. La vita è fatta anche di amicizie, affetti, di rapporti con il luogo di residenza. E anche qui Ebrima spopola. “Mi piace giocare a calcio”. “E' richiestissimo”, lo incoraggia Franca. Lui sorride, poi racconta che fa parte del gruppo delle rievocazioni storiche “Noi siamo storia”, che ha contribuito a confezionare le divise e ci mostra una foto. Lui, nero, vestito da militare di un tempo tra gli altri ragazzi del paese.


Ora si parla, si scherza. Facciamo le foto, conosciamo i colleghi di Ebrima. Un bel clima, una realtà che tutti dovrebbero vedere: quelli che pensano che i profughi non abbiano voglia di far nulla, e basterebbero cinque minuti con la signora Franca, sarebbe lei a far cambiare idea a queste persone. Ma anche quelli che credono che i richiedenti asilo siano solo un peso per la comunità, e qui sarebbe lo stesso Ebrima a dire parole chiare: “Non vedo l'ora di avere una casa in affitto, di pagarla con i miei soldi, di essere indipendente come ogni altra persona”.

 

C'è il rischio che la domanda di asilo che Ebrima ha formulato presso la Commisione di Venezia sia respinta. “In quel caso - assicura Franca – vado a riprendermelo a costo di dover andare io stessa in Africa”. Dietro le parole della proprietaria della pasticceria Serraia c'è la risolutezza di un'imprenditrice che conosce il valore del lavoro e ha riconosciuto nel ragazzo senegalese un valido collaboratore. Ma c'è anche l'affetto di una donna che sarebbe orgogliosa di dare a un ragazzo di 23 anni un futuro sicuro, un sogno realizzato.

 

Perché, come dicevamo, per fortuna l'umanità esiste ancora e la solidarietà non si è spenta del tutto.


foto Francesco Bressan
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