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Droga tra i giovani, il Ser.D: "A Bolzano le famiglie affrontano il problema, qui si pagano le multe". Valcanover: "Proibire il proibizionismo: la repressione ha fallito"

Mentre Cantone afferma che il "proibizionismo è un'ipocrisia all'italiana" la direttrice del Servizio dipendenze spiega che tra gli adulti "regna" lo scaricabarile e a Trento si cerca di lavorare su progetti di "peer education". Manuela Bottamedi: "Servono più risorse per le associazioni che si occupano di tossicodipendenza"  

Di Luca Andreazza - 24 marzo 2017 - 06:24

TRENTO. "In Trentino è ritornata l'anfetamina, che sta scalando velocemente le posizioni rispetto a cannaboidi, eroina e cocaina", dice Roberta Ferrucci, direttrice del Ser.D (Servizio dipendenze dell'Apss) di Trento, Rovereto e Riva del Garda. L'età in alcuni casi è scesa anche a 11 anni e tra le sostanze assunte figurano anche eroina e cocaina: "Evidentemente - prosegue la direttrice - i prezzi sul mercato si sono abbassati perché a quell'età il soggetto non può avere reddito. Nel 2016 abbiamo avuto 81 casi di famiglie che si sono rivolte alle consulenze volontarie del Servizio tossicodipendenze per avviare un ciclo atto a interrompere questo percorso, mentre abbiamo la segnalazione di otto sanzioni".

 

A Bolzano è diverso? "La diversa mentalità tra i cittadini di lingua tedesca e italiana è evidente - commenta -. Qui in Trentino le famiglie preferiscono pagare le sanzioni, mentre in Alto Adige i genitori portano spontaneamente i figli nei centri per intervenire rispetto all'assunzione di droghe. In Italia, compreso il Trentino, si paga un fronte degli adulti disunito: i genitori incolpano gli insegnanti, che a loro volta puntano il dito contro gli psicologi e la catena continua in questo senso. E' una corsa allo scaricabarile, che mina l'autorevolezza della figura dell'adulto e lascia il minore nel limbo, prigioniero delle suoi problemi".

 

Ed è proprio la precocità dell'assunzione di droghe il sintomo della vulnerabilità e della fragilità sociale dei più giovani. "I comportamenti a rischio - spiega la direttrice - sono diversi, dai disturbi alimentari ai piccoli atti illegali, dalla volontà di trasgressione al desiderio di integrazione nel gruppo. Un aspetto che può sorprendere è che anche tra i minori si trova lo spacciatore che non è strettamente un assuntore di grandi quantità di sostanze stupefacenti e assume il ruolo di leader del gruppo".

 

Spacciare diventa uno status symbol. "L'Azienda per i servizi sanitari e il dipartimento di prevenzione - aggiunge - hanno istituito il progetto 'Peer education'. Identifichiamo i giovani che vengono ritenuti dei leader per farli diventare degli esempi per i propri coetanei, un'educazione alla pariAlcune sostanze hanno effetti più pericolosi di altre sul sistema neurologico - conclude Ferrucci - ma la porta d'accesso è comune e sono le sigarette e l'alcol, quest'ultimo in particolare comporta un tasso di mortalità più elevato delle droghe messe insieme, ma rientra tra gli alimenti e quindi il quadro è molto complesso da affrontare. Sicuramente servono fatti e non slogan".

 

Sigarette e alcol come fattori di rischio. "E' un controsenso - attacca l'avvocato Fabio Valcanover - che alcune sostanze siano proibite, mentre altre, come il fumo e il consumo di alcolici, siano accettate senza problemi, quando i danni sono evidenti. Si accetta l'uso ludico degli alcolici, ma non delle droghe leggere. Accade in poche situazioni che i cannaboidi siano una droga di passaggio".

 

Già negli Stati Uniti il proibizionismo sull'alcol non andò benissimo, mentre recentemente Raffaele Cantone (presidente dell'Anac) ha affermato che il proibizionismo sulle droghe non funziona ("È un po’ un’ipocrisia all’italiana: ci nascondiamo dietro il proibizionismo sapendo che le norme sul proibizionismo servono a riempire le carceri, di extracomunitari in gran parte, e nessuno si preoccupa del perché il fenomeno cresce"), quindi è necessario cambiare mentalità: "Non è la sostanza che attrae le persone - dice il professionista - ma spesso e volentieri questo è il risultato della proibizione che spinge verso questa strada. Il proibizionismo ha effetti controproducenti. La repressione delle droghe è un fallimento: si parla tanto, ma poi nei fatti esiste la libertà di vendita e consumo, sono infatti oltre 4 milioni gli assuntori".

 

E l'inizio già tra i giovanissimi? "Fermo restando che spesso al minore non viene richiesto un documento quando acquista un alcolico - aggiunge l'avvocato - il principio di cautela comporta di dissuadere fino al compimento della maggiore età il ragazzo all'uso di droghe in quanto, così come le sigarette e l'alcol, influiscono sulla non corretta crescita del giovane dal punto di vista fisiologico e dell'intelletto, più che dal punto di vista etico. Una legalizzazione delle droghe leggere non risolve completamente il problema, ma comprime decisamente il mercato, che oggi vede l'arricchimento delle mafie, della criminalità e della delinquenza. Si insegue il mercato e il dispendio di energie e risorse finanziarie è drammaticamente notevole a fronte di scarsi, per non dire nulli, risultati. Diventa fondamentale disciplinare il consumo".

E come si esce dall'impasse? "E' importante il dialogo, bisogna sdoganare l'intelligenza - conclude Valcanover -. E' necessario formare, ma soprattutto informare. La scuola e i genitori giocano un ruolo fondamentale. Disciplinare il consumo diventa fondamentale e delicato, a maggior ragione se oggi la risposta dei presidi scolastici sono le perquisizioni e i cani negli istituti:  in questo modo la scuola abdica al proprio compito, una leggerezza che segna una frattura nel rapporto con lo Stato: un atto di terrorizzazione che mostra l'incapacità dell'istituzione nel trovare efficaci strumenti di comunicazione e gli effetti traumatici sono maggiori. Se le droghe fossero legalizzate, le risorse attualmente spese per la repressione potrebbero essere utilizzate per formare le persone e investire in altri settori. Un esempio recente e positivo è il Portogallo".

 

E Manuela Bottamedi (Energie per l'Italia) chiede maggiori risorse per le associazione e le realtà di volontariato che quotidianamente lavorano nel centri e sulle strade per portare aiuto alle persone con problematiche legate all'uso di droghe e altre dipendenze: "Operano - spiega - tra mille difficoltà e giustamente chiedono sostegno economico per intervenire al meglio delle loro possibilità. I servizi che si occupano di tossicodipendenza si trovano a dover rispondere a una serie di bisogni complessi: educare, prevenire, contenere, accogliere, curare e recuperare.  Le idee e gli sforzi che vengono messe in campo sono tante, ma i fondi a disposizione, sia per la prevenzione che per i progetti, non sono sufficienti".

 

Le energie per fermare il fenomeno sono tante, "ma la più interessante è il 'drop-in' - conclude la consigliera -. Aree dove alle persone vengono offerte prestazioni e strumenti per abbattere i rischi igienico-sanitari connessi all’uso di stupefacenti. Si tratta di un luogo intermedio tra i servizi e la strada, uno spazio di tregua dove le persone con problemi di dipendenza, ma non solo, possono trovare un punto di accoglienza e ristoro. Esiste anche a Bolzano (gestito dalla Caritas) e fornisce accoglienza diurna sei giorni alla settimana, cambio di siringhe usate con quelle sterili, distribuzione e vendita di materiale di profilassi, possibilità di fare una doccia e lavare la biancheria, ma anche colloqui e consulenze sociali, come la ricerca di casa, inserimento lavorativo, interventi di crisi e informazioni per comunità e disintossicazione".

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