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Il vino trentino protagonista a Vinitaly, ma resta la frattura tra i produttori, separati in padiglioni diversi

Nella prima giornata della kermesse di Verona in luce soprattutto il Trentodoc e gli spumanti provinciali. Una fiera enoica in gran spolvero di pubblico e di affari. Tantissime le novità

Di Nereo Pederzolli - 09 aprile 2017 - 19:15

VERONA. E’ l’apoteosi del sorso. Del bere che diventa occasione di festa e del business che s’intreccia con concetti di un consumo ecosostenibile, non solo – alcolicamente parlando – responsabile. In un Vinitaly dove tutto è ostentato, proposto con roboanti concetti degustativi – nessuno propone vini per il semplice piacere della convivialità. Tutto è ‘eccellente’ e se la parola si potesse coniugare con il termine (abusato?) territoriale l’omologazione sarebbe dilagante.

 

Ma qui tra i padiglioni di una fiera enoica sempre in gran spolvero – di pubblico e di affari – la tecnologia informatica condizione ogni momento, tra degustazioni e una incessabile sequenza di comunicasti stampa. Al punto che su giornali, web o radio tv scrivessero solo una riga per ogni ‘novità’ le edizioni dovrebbero essere straordinarie quanto ‘corpose’. In tutti i sensi.


Ma come si presenta il Trentino enoico? La prima di queste giornate è stata sicuramente dedicata allo spumante classico, a quel Trentodoc che campeggia nel 'padiglione Due' e che ha già conquistato almeno un migliaio di attenti degustatori. Decisi a scoprire ‘bollicine’ decisamente di montagna.  Per un approccio ‘empatico’ con il Trentodoc. Il piacere di degustare la leggenda dello spumante, la sua leggerezza. Che diventa sostenibile, anche nel senso più strettamente ecologico.

 

Le ‘maison’ mettono la tutela ambientale al primo posto della loro proposta. Lo fanno autorevoli spumantisti – famiglia Lunelli, Cavit, Mezzacorona, Lavis – ma anche cantine che di ‘brioso’ ne elaborano poche migliaia di bottiglie. Dai Togn di Maso Poli a Vallarom, da Pisoni ai Zeni.

 

E ancora: Endrizzi, Toblino e una serie di cantine sociali ospitate nel padiglione istituzionale. Ecco, la questione location è forse l’unica incongruenza tutta trentina di questo Vinitaly. Perché non c’è unione, le aziende trentine sono sistemate davvero a ‘macchia di leopardo’. Le grandi cantine cooperative, alcune sociali e una sparuta pattuglia di vignaioli occupa il Due, mescolando tra gli stand ‘intrusi’, produttori di lambrusco, di vini dozzinali, pure qualche cantina leader nel prosecco. E la confusione è palpabile.

 

Spumante classico ostentato, vero protagonista della prima giornata. I tradizionali Marzemino, Nosiola o Teroldego, sono stati volutamente poco proposti. Pronti ad occupare la scena nei prossimi giorni. Ecosostenibilità e identità. Tra certi campanilismi e assurde contrapposizioni.

 

Così per rintracciare nella bolgia enologica alcune storiche ‘griffe’ del Trentino dei Vignaioli bisogna andare all’estremo della fiera, nello spazio FIVI, la federazione degli indipendenti. Dove in piccoli banchi mescita puoi trovare da Cesconi a Balter, da Villa Persani ai vari Poli di Santa Massenza, da Longarina al pool dei Cembrani, Foradori, solo per citare i più convinti ‘indipendentisti’.


Ma non finisce qui. Perchè il primo giorno di Verona è stato disertato anche da altri vignaioli assertori del biologico o biodinamico. Che hanno esposto a Cerea o a Villa Favorita, verso Vicenza. Questione di scelte, forse d’incomprensioni. Anche se il presidente del Consorzio Vini Trentini, Bruno Lutterotti spera di mettere in campo una squadra di ‘mediatori’, per giungere a sinergiche azioni di promozione, rispettando la reciproca autonomia. Segnali di vino che certo Lorenzo Cesconi, leader della FIVI trentina certo non respinge. Nulla è stato concordato. Si spera in un rapporto paritetico tra le cantine sociali di primo grado e le aziende dei ‘vignerons’, svincolati dai colossi enologici che ora condizionano il mercato.

 

Ecco perché questa edizione di Vinitaly potrebbe essere foriera di giuste azioni. Trovando accordi sull’ecosostenibilità, sul ruolo degli spumantisti, - sono già 45 i soci del Trentodoc, 8 milioni di bottiglia, oltre 80  milioni di euro di fatturato - sui valori del territorio, tra quanti ‘sposano’ la doc delle Venezie per il Pinot grigio e altri che contestano rese produttive, dinamiche commerciali e azioni di marketing che certo non mettono in evidenza le chicche del settore. Timidi segnali di pace? Speriamo che nei calici finisca presto il vino di questa tregua. 

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