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Inizia la vendemmia, tra speranze e problemi, lo spumante è il vero protagonista

Il cambio climatico, le temperature africane, hanno veramente stravolto non solo il concetto di stagionalità: pure il modo di fare viticoltura. Ecco perché si mobilitano anche i genetisti

Di Nereo Pederzolli - 14 agosto 2017 - 15:14

TRENTO. "Faceva freddo e tra i filari portavamo un braciere. Per riscaldarci, tra un cestone di uva e qualche tino sistemato su carri trainati da buoi. Adesso, nei vigneti, ci vorrebbe un ventilatorealtro che carboni ardenti". Nello Letrari è il patriarca dei vignaioli trentini. Commenta così l’inizio odierno della vendemmia 2017.  

 

Una considerazione che dimostra come tutto è cambiato. Clima, ma anche metodi e sistemi di raccolta. Letrari ha alle spalle – come enotecnico – quasi una settantina di ‘millesimati’. Impossibile solo pensare di partire a ferragosto. Quando andava bene, dopo la metà di settembre. ‘Staccando’ pinot grigio, sistemato in grandi cassoni di legno, per poi essere caricati su vagoni ferroviari, destinazione Piemonte. Dove le uve ancora acide, spesso insidiate da marciume, servivano per la produzione del liquoroso vermouth.

 

Adesso si vendemmia in funzione dello spumante classico, quel Trento che ha la DOC nel marchio. Così la vigilia di Ferragosto vede mobilitate le cantine delle ‘bollicine’, Ferrari in primis. Vendemmia precoce, anche se nel 2002, qualcuno ha iniziato il 5 di questo mese. Raccolto, comunque, di uve ‘base spumante’. Per i rossi, c’è tempo.

 

Dunque, vendemmia 2017 al via. Tra speranze e problemi. Come di consueto. Scarsi o ‘non pervenuti’ i commenti negativi. Intanto, da subito, si stimano le varietà già pronte per la vinificazione. Chardonnay raccolto alle Novaline e sulle colline più solatie della città o della Valle dei Laghi, uve che serviranno per ‘far partire’ le macchine della pigiatura, le diraspatrici, quelle che consentiranno al mosto, lentamente, d’iniziare il suggestivo iter della ‘presa di spuma’, la rifermentazione in bottiglia, con il conseguente fascino delle bollicine.

 

Ruben Larentis è l’enologo direttore delle Cantine Lunelli. Un tecnico che può vantare negli anni esperienza legata all’elaborazione di oltre 100  milioni di bottiglie di spumante classico. Un record. "Le previsioni sono buone, gli agronomi dell’azienda confermano la qualità delle uve, sicuramente meno in quantità, ma pronte per svolgere al meglio la loro funzione".

 

Stessa analisi per Goffredo Pasolli, presidente degli enologi del Trentino, direttore tecnico di Casa Togn, a Roverè della Luna e di  Maso Poli, suggestiva cantina di Pressano, sopra Lavis. "Avremo meno di un milione di quintali d’uva, in provincia. Un 20% in meno rispetto le tradizionali vendemmie, colpa delle micidiali gelate primaverili e della devastante grandinata della scorsa settimana. Ma tutto sommato i grappoli rimasti in vigna, stanno reagendo bene. La  grandine non fa carestia. E – stando anche al parere di altri tecnici – contiamo di ottenere buoni vini". Un primo summit tra enologi è in calendario tra qualche giorno, appuntamento pre-vendemmiale, a San Michele all’Adige.

 

Il cambio climatico, le temperature africane, hanno veramente stravolto non solo il concetto di stagionalità: pure il modo di fare viticoltura. Favorire varietà che ritardino la maturazione dei chicchi, per conservare aromi, senza aumentare però il grado zuccherino delle uve e dunque trasferire carica alcolica ai vini. Ecco perché si mobilitano anche i genetisti. Biotecnologi che cercano di ottenere viti resistenti al caldo, alla siccità, per far tornare la vendemmia nei periodi consoni, cioè verso l’autunno.

 

Ricerche ‘cisgeniche’, vale a dire senza nessuna manipolazione OGM, studi portati avanti con impegno (finanziario) e tanta dedizione, finalizzati ad avere un vino più sano e rispettoso della tradizione contadina più schietta e conviviale. Per affrontare nuovi approcci sensoriali al vino, per uno stile di consumo che sarà pure suggerito da scelte agronomiche dettate dai satelliti.

 

Ne è convinto il professor Attilio Scienza, dell’Università di Milano, un trentino ritenuto forse il più esperto di storia viticola al mondo. "Superare assurdi concetti di avere vini perfetti, standard, ma non in grado di stimolare nuovi approcci sensoriali. Il vino del futuro, anche in Trentino, dovrà essere un mix di tradizione e la sperimentazione più avanzata, direi ‘spaziale’". Proprio così: un monitoraggio informatico e satellitare per prevedere temperature e dunque precise date dell’andamento vendemmiale.

 

Senza rimpiangere il passato. "Quando – lo sottolinea ancora Nello Letrari – la vendemmia era preceduta da una gita verso il mare, Venezia, occasione spensierata per spiegare ai contadini, ai vendemmiatori, i problemi che si dovevano risolvere sotto le pergole. In Vallagarina, il lambrusco a foglia frastagliata, si raccoglieva solo dopo il 2 novembre – racconta ancora il Patriarca – il giorno dei morti". Forse per sperare nella resurrezione. La rinascita. Del vino.

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