Quindici anni or sono la "Notte Magica" del Westfalenstadion, anticamera del successo mondiale del 2006. E a Trento si ballò sul tetto degli autobus sino quasi all'alba
Nell'ennesima sfida tra Azzurri e tedeschi, la Nazionale di Lippi fece il colpo "gobbissimo", espugnando per 2 a 0 il Westfalenstandion con le reti in extremis di Grosso e Del Piero. Storia di una notte entrata a far parte della storia dello sport italiano. E anche Trento fu il delirio sino all'alba

TRENTO. “Palla tagliata, messa fuori, c’è Pirlo, Pirlo, Pirlo, ancora Pirlo, di tacco, tiro, GOOOOOL”. Le “o” sono certamente molte di più e non serve dirvi chi è stato a pronunciare queste parole, quando l'ha fatto e, soprattutto, perché lo ha fatto. E, poco dopo (un minuto, forse, ma in quel momento i secondi parevano interminabili) ha regalato un altro piccolo "monologo", che resterà per sempre nella storia della Tv italiana. Quel "Cannavaro" pronunciato da Fabio Caressa per tre volte in rapida successione, poi il "Gila" che la tiene e Del Piero che la spedisce all'incrocio.
E in mezzo al quel tripudio nessuno si rende nemmeno conto che il messicano Archundia fischia la fine: siamo in finale, dopo aver battuto la Germania a casa sua, nell' "inferno" del Westfalenstadion, dimostrando ancora una volta di essere l'incubo calcistico dei tedeschi.
Sono passati esattamente 15 anni da quell'incredibile 4 luglio 2006. Alzi la mano chi non si ricorda esattamente con chi era, dove era, come aveva vissuto le ore precedenti la gara e, soprattutto, come aveva festeggiato al triplice fischio e dopo. Le Notti di quell'incredibile estate furono veramente Magiche, anche se la colonna sonora non era la hit di Nannini e Bennato che, in queste settimane accompagna Mancini e suoi nell'Europeo del riscatto, dopo la delusione patita tre anni or sono per la mancata qualificazione ai Mondiali di Russia 2018.
L'inno ufficiale del Mondiale 2006 non lo ricorda nessuno (Zeit Dass Sich Was Dreht, ma chi l'hai mai sentita?), mentre tutti hanno perfettamente in mente il tema di "Seven Nation Army" dei White Stripes, quel "popopopopopo" diventato clamorosamente... Mondiale!
L'Italia arrivava alla sfida contro i tedeschi dopo un cammino incredibile. Vittoria contro il Ghana, pareggio contro gli Stati Uniti e vittoria contro la Repubblica Ceca nella prima fase, mentre negli ottavi il rigore di Francesco Totti (tutti quelli che lo leggeranno senza pronunciare dieci volte il cognome... mentono!) aveva steso l'Australia al 94' e nei quarti era arrivato il 3 a 0 all'Ucraina, con la rete di Zambrotta, la "doppia" di Toni, che finalmente si era sbloccato e la dedica finale per il successo a Gianluca Pessotto, che in quelle ore stava lottando per la vita in un ospedale di Torino.
Gli Azzurri avevano subito un solo gol in cinque gare disputate (per di più un'autorete, quella realizzata da Zaccardo contro gli Stati Uniti) e, nonostante l'ennesimo infortunio patito da Nesta nella fase finale del Mondiale, la difesa italiana era pazzesca, una delle più forti sempre: a fianco di uno straordinario Fabio Cannavaro (che, non a caso, pochi mesi più tardi vincerà il Pallone d'Oro) Marco Materazzi non fece rimpiangere il difensore del Milan, con Andrea Barzagli che prese egregiamente il suo posto quando questi venne espulso contro la Repubblica Ceca. Sugli esterni un monumentale Gianluca Zambrotta, in quel momento il miglior terzino del mondo e Fabio Grosso che, dopo aver iniziato l'avventura in Germania da riserva, si prese la maglia da titolare, diventando l'alter ego di Zambrotta sulla corsia mancina. In porta, ovviamente, Gianluigi Buffon, protagonista di un Mondiale che definire perfetto è puro eufemismo.
Nei giorni precedenti la semifinale i media tedeschi avevano "scaldato" e non poco l'ambiente con titoli al limite dell'offensivo, riproponendo gli abusati stereotipi del "pizza, mafia, mandolino" che ebbero come effetto quello di caricare "a pallettoni" la truppa azzurra. Soprattutto Rino Gattuso, "figlio" del Sud, che poi mise sul terreno di gioco tutta la rabbia che covava in corpo.
Che partita è stata Germania - Italia? Combattuta, ovviamente, di grande sofferenza, come prevedibile, ma giocata a viso aperto dagli Azzurri che centrano due "legni" clamorosi, prima con Gilardino (eccezionale giocata personale a destra, rasoterra mancino sul primo palo e sfera che centra l'interno del montante a Lehmann battuto) e poi la bordata da fuori area di Zambotta che "spacca" la traversa, che salva i tedeschi.
Buffon aveva già messo il proprio sigillo sul match con un paio d'interventi dei suoi e poi, quando i rigori sono dietro l'angolo (e, insomma, i tiri dal dischetto prima di quel Mondiale non ci avevano proprio portato bene, visto quando accaduto a Italia '90, Usa '94 e Francia '98), ecco che succede l'incredibile.
Pirlo si libera al limite dell'area, calcia e Lehmann devia in calcio d'angolo. Dalla bandierina va Del Piero, la sua battuta viene allontanata, ma il pallone arriva nei piedi di Pirlo, che controlla si allarga e poi, come lo sa solamente lui, piazza quasi un no look per Grosso che, oltre ad essere nel posto giusto al momento giusto, non ci pensa su due volte: bum, conclusione a giro di prima intenzione con il mancino e palla in fondo al sacco.
La sua corsa e il suo "Non ci credo" dopo il gol sono una versione 2.0 dell'urlo più famoso della storia del calcio, quello di Marco Tardelli, nella finale del 1982, guarda caso, sempre contro la Germania.
Palla al centro, i tedeschi si buttano in avanti, ma Cannavaro, diventa "Caaaannnavaro" per tre volte, esce palla al lpiede, vincendo qualsiasi contrasto e poi tocca per Gilardino, prima di piegarsi su se stesso per la fatica. Il "Gila" punta l'area, potrebbe andarsene sulla bandierina e giocare con il cronometro, ma vede arrivare di gran carriera Del Piero, che si è fatto tutto il campo di scatto. Palla precisa e Alex da San Vendemiano chiude quel conto aperto sei anni prima nella finale europea contro la Francia: allora il suo tiro finì desolatamente a lato, questa volta è un arcobaleno che s'insacca sotto il "sette".
Del Piero taglia dietro la porta, va ad esultare in un punto casuale del campo, alza lo sguardo e, tra i 60mila del Westfalenstadion, incrocia lo sguardo e le lacrime della moglie Sonia, che era proprio lì, senza perà che il numero sette azzurro lo sapesse.
Quel che accade dopo è storia: in tutte le piazze, o per meglio dire in tutte le strade, i vicoli, le case d'Italia scoppia una festa destinata a concludersi praticamente all'alba del giorno successivo. Anche a Trento, of course, con piazza Venezia che, come da tradizione, era diventata il luogo di raccolta di migliaia di persone che, avvolte nel tricolore, confluiscono alla Fontana dei Cavalli per festeggiare l'approdo in finale e, con lo stesso tasso di goduria, il fatto di aver eliminato la Germania. Gli autobus che ancora transitavano vengono letteralmente presi d'assalto - in senso "buono" - dai tifosi che si arrampicano sui tetti: nessun danno e nessun ferito e, allora, per una volta (ma diventerà la prima di due perché qualche giorno dopo...) può anche andare bene così.
La festa dura sino al mattino, qualcuno non la prende bene e, verso le 4, dai piani alti di un paio di palazzi in via Galilei piovono secchiate d'acqua gelida sui festanti, che si godono però la doccia, viste anche le alte temperature di quell'estate.
E alcuni giorni dopo è stato ancora delirio. Ma quella è un'altra storia. Meravigliosa, ma un'altra.












