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| 01 set 2024 | 06:01

"Basta con la politica delle false speranze". L'ex vicesindaco sullo stato dell'Ice Rink Piné: "Assurdo rimpallo di responsabilità". E qualcuno ha anche perso il lavoro

Dopo l'inchiesta de Il Dolomiti, altre voci dall'altopiano: Bruno Grisenti, consigliere comunale di Baselga di Piné, riflette sullo stato dell'arte dell'Ice Rink Piné in un contesto di confusione crescente; e Massimo Faifer porta la testimonianza di chi le conseguenze della chiusura dell'impianto le sta vivendo sulla propria pelle 

BASELGA DI PINÉ. Il 9 novembre 2022, il consiglio comunale di Baselga di Piné è stato chiamato ad approvare il progetto del nuovo stadio coperto dove ospitare le gare di pattinaggio velocità delle Olimpiadi 2026: il costo dell’opera, annunciato quando peraltro i “vertici” dello sport e della politica sapevano già che il Cio avrebbe bocciato lo stadio di Piné come sede olimpica, superava i 50 milioni (sarebbe arrivato circa a 80).

 

In Comune un solo consigliere ebbe “l’ardire” di votare contro: Bruno Grisenti. Il capogruppo di Pinè VALE voleva esprimere con il suo voto la richiesta di lasciare in dote all'altipiano quelle opere a supporto dell’evento che avrebbero dovuto far crescere la vivibilità del territorio, ispirato dal motto olimpico “Citius, Altius, Fortius – Communiter”. "Più veloce, più in alto, più forte - insieme".

 

In poco meno di due anni da quel giorno, sono successe tantissime cose e quasi nessuna. Un paradosso ben incarnato dalle società sportive del ghiaccio e dall’Ice Rink Piné, rimasti spettatori se non vittime dell’immobilismo dei fatti e del turbinio incessante delle parole.

 

Così oggi la voce di Bruno Grisenti è carica di sconforto: non tanto nel commentare lo stato della struttura pinaitra, ma per come questa situazione sia affrontata, raccontata e trattata. Dalla politica, dai media, dalla stessa comunità. “Il discorso da fare – racconta Grisenti a Il Dolomiti – sarebbe ampio e complesso. Ma se rimaniamo ai fatti e all’attualità, ci sono alcuni punti fondamentali sui quali credo sia indispensabile prendersi un momento per riflettere”.

 

SERVIZIO PUBBLICO.

 

“Partirei da un concetto che spero ci trovi tutti concordi: lo stadio del ghiaccio, in quanto struttura dove le persone praticano sport, garantisce un servizio pubblico. Ecco, quello che mi chiedo è come sia possibile non aver previsto un modo per far proseguire l’attività sportiva delle società e degli utenti sapendo che ci sarebbero stati dei lavori importanti, che avrebbero comportato la chiusura temporanea della piastra, del palazzetto, della pista esterna. Una gestione responsabile dei lavori garantisce in primis il prosieguo del servizio e solo dopo questo passaggio fondamentale può pensare di chiudere una struttura che è vissuta da decine e decine di famiglie e di giovani ogni giorno, perché la crescita di una comunità passa innanzitutto dalle persone. Già in fase progettuale si dovevano prevedere soluzioni, c’era poi la possibilità per il consiglio comunale di Baselga di erogare, prevedendo appositi capitoli al bilancio previsionale a primavera, oppure attingendo a fondi già stanziati, dei ristori e degli importanti contributi economici per garantire il prosieguo del servizio. E invece non si è voluto seguire questa strada, andando con il cappello in mano dalla Provincia a chiedere la risoluzione al problema. Io sarei in imbarazzo a presentarmi, pensando ai milioni di euro già investiti dalla Pat per Piné per i lavori, la riqualificazione e i costi di gestione dei futuri impianti”.

 

RESPONSABILITÀ.

 

“Un altro aspetto che mi colpisce molto – prosegue Grisenti – è la de-responsabilizzazione a cui si assiste da parte di tutti i protagonisti di questa triste storia. Nessuno si prende una responsabilità, alimentando un clima di confusione e incertezza. Tutti sembrano avere delle buone motivazioni per non essere responsabili di quanto sta succedendo. Ma quello che davvero non si può sopportare, in questo contesto, è una comunicazione basata sulle false speranze, sulla rassicurazione fine a se stessa”.

 

Nelle stesse ore in cui veniva pubblicata l'inchiesta de Il Dolomiti (QUI L'ARTICOLO), su un telegiornale locale il sindaco di Baselga di Piné Alessandro Santuari stava ribadendo con forza le seguenti promesse (fatte per la verità da Simico): che i lavori del lotto 1 (la piastra interna del palazzetto) saranno completati entro gennaio 2025, e quelli del lotto 2 (la pista lunga all'esterno) entro febbraio 2025.

 

Punto uno - riprende Grisenti -. Era difficile prevedere che Baselga di Piné uscendo dalla 'partita' olimpica sarebbe scesa in fondo a qualunque lista di priorità di chi si deve occupare, facendo le corse, di garantire le sedi di gara dei giochi che si svolgeranno a febbraio 2026, data che da un punto di vista logistico e cantieristico significa 'domani'? Forse valeva la pena costruire fin da subito con la Pat e Trentino Sviluppo una collaborazione per l’attuazione dei progetti e dei lavori che partisse indipendente e potesse rafforzarsi e proseguire anche dopo l’evento olimpico.

 

Punto due. Come si fa da amministratori a credere e a ripetere che, visto che 'lo ha detto Simico', nei primi mesi del 2025 a Piné sarà tutto pronto? Bisogna essere chiari, con sé stessi e con la comunità che si rappresenta. A gennaio-febbraio 2025 i lavori non saranno conclusi. Se si leggono i cronoprogrammi allegati ai progetti o se si fanno due conti sulle cifre in gioco e la forza lavoro necessaria, nemmeno se ci sono differenti aziende e decine di operai impiegate ininterrottamente e continuativamente, c'è margine per dichiarare responsabilmente che i lavori possano essere realizzati con quella tempistica.

 

Punto tre. Qualcosa che non va, a livello progettuale, contrattuale o temporale e conseguenti penali da applicarsi, evidentemente ci dovrà essere. Penso che la tempistica assegnata e l’onere dell’esecutività progettuale abbiano indotto le aziende a non formulare offerte. Il fatto che la gara per l'assegnazione dei lavori del lotto 1 sia andata deserta credo sia un esempio significativo di ciò a cui potremmo andare incontro. Se sono trascorsi ad oggi 7 mesi sul lotto 1, mi aspetto che il secondo lotto approvato a maggio possa presumibilmente sforare febbraio”.

 

SOSTENIBILITÀ.

 

“Usciamo da un equivoco, innescato dalla fotografia della situazione che avete raccontato in questi giorni. La struttura che vedete è quanto si è potuto fare fin qui. Nel decennio 2010-2020 ho stimato interventi manutentivi complessivi (agli interni, esterni, impianti, eccetera) per 300.000 mila euro all'anno, che corrispondono a poco meno di quanto la Comunità trentina attraverso la PAT si è impegnata a versare annualmente a Baselga di Pinè per il ventennio futuro. Insomma, a meno degli interventi straordinari attesi la quota di impegno manutentivo prevista produrrà verosimilmente, nel medio-lungo periodo, gli stessi effetti odierni. Quello che va ricercato pertanto è un modello gestionale più efficace e di scala che superi le limitazioni e dotazioni di un Comune, la buona volontà delle società sportive e di una comunità intera”.

 

LASCIATI A CASA.

 

A fare da “eco” alle parole di Grisenti ci sono quelle di Massimo Faifer, che racconta la storia da un punto di vista ancora diverso: quello di padre di una famiglia che questa situazione di incertezza e attesa la sta soffrendo in maniera particolarmente accentuata, visto che dalla scorsa primavera Massimo, sua moglie Sara e la loro figlia Chiara si sono trovati di fatto “lasciati a casa”.

 

“Io mi occupavo del rifacimento del ghiaccio della piastra interna e della pista lunga – racconta Massimo a Il Dolomiti -, un lavoro che ho svolto con passione per tanti anni andando ben oltre all'orario di contratto per venire incontro alle necessità delle società sportive e delle federazioni con un impegno costante e gravoso. Mia moglie e mia figlia invece da un paio di anni hanno ottenuto la gestione del bar all'interno dell'impianto: sapevamo che ad un certo punto le attività avrebbero potuto interrompersi per l'inizio dei lavori, invece i lavori non sono cominciati eppure ci siamo ritrovati al palo”.

 

A Massimo, che è anche parte del direttivo dell'Hockey Piné, non è stato rinnovato il contratto di lavoro scaduto lo scorso 29 febbraio, a Sara e Chiara è toccata una sorte simile: “Il 31 marzo tramite una mail ci è stato comunicato che il bar doveva essere chiuso per l'imminente inizio dei lavori. Una beffa perché oltre alla chiusura di tutto l'impianto in estate, ed è la prima volta, non ci è stato permesso di poter aprire la “casetta” che abbiamo predisposto all'esterno, dove con un investimento importante volevamo avviare anche un punto di noleggio e-bike. Una situazione che ha lasciato senza occupazione stagionale anche 2-3 giovani che ci danno una mano”.

 

E intanto la struttura continua a soffrire una mancanza endemica di manutenzioni profonde: “La piastra all'interno è sempre più rigonfia, ormai praticamente inutilizzabile. Ci tocca far allenare i ragazzi dell'hockey ad Egna. Pensate che qui un'ora di ghiaccio alle società sportive costava 19 euro, e a Egna ne costa 100, credo che questo dato faccia riflettere sulla “sostenibilità” economica dell'impianto di Piné. Fuori, nella pista lunga, non siamo messi tanto meglio: la struttura è del 1986, da allora praticamente non ci si è messo mano. Non si sa quanti quintali di ammoniaca perda in giro. È come lasciare per 40 anni un'auto senza revisione e controlli: i problemi si sommano anno dopo anno ed è sempre più difficile risolverli”.

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