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Trento
29 luglio | 19:34

Filippo Conca, dal titolo italiano con lo Swatt Club al ritorno nel World Tour. "Un anno senza contratto, ma sapevo di poter vincere. Il successo mi ha cambiato la vita e la carriera"

Il ciclista lombardo si racconta a Il Dolomiti: "Mi piacciono i corridori "underdog". Quelli che, quando hanno una giornata "al top", sono dei fuoriclasse, ma possono anche incappare in giornate "no" e, allora, diventano assolutamente "normali". Come mi sono mantenuto quest'anno? Affittando una casa a Lecco: gestivo check in e check out e, dopo gli allenamenti andavo a fare le pulizie. Se mi sono meritato la vittoria e il ritorno nel World Tour? Assolutamente sì"

Credits photo copertina e interno @Sprintcycling ed @errorjonnhy

LIVIGNO. "Per me aver vinto il tricolore vale quanto per un fuoriclasse trionfare al Tour de France o il Giro d'Italia".

 

Esattamente un mese fa Filippo Conca, ciclista 26enne originario di Bellano, un "paesone" situato a metà del lago di Como, ha firmato una delle imprese più sensazionali di sempre dello sport italiano.

 

Senza contratto da inizio stagione, dopo quattro di professionismo con le maglie di Lotto e Q36.5, ha affrontato la stagione con la maglia dello Swatt Club e, dopo essersi dedicato praticamente da ottobre ad aprile al gravel, il 29 giugno - a Gorizia - si è laureato campione d'Italia su strada.

 

E, quella vittoria, gli ha già cambiato vita e carriera perché, tra pochi giorni, "Pippo" tornerà nel ciclismo di "serie A" dalla porta principale. I "rumors" raccontano infatti che è imminente la firma con la Jayco - Alula, il team australiano di O' Connor, Groenewegen, Plapp, Schmid e dell'italiano Zana.



In Friuli, però, la vittoria di Conca è arrivata in completo bianco, senza sponsor e "griffe" particolari. Come mai? Che team è lo Swatt Club con il quale il corridore lombardo si è rilanciato? "Una squadra indipendente, libera e anti conformista. Lo Swatt Club è nato nel 2017 perché volevamo pedalare e gareggiare senza sponsor sulla divisa, lontani dalle logiche dei team amatoriali istituzionali che pagani gli amatori per correre, che cercano sponsor per correre la corsa del campanile. Il ciclismo amatoriale è per tutti, L'agonismo, in generale, non deve avere barriere. Tutti abbiamo il diritto di fare agonismo come vogliamo" è riportato sul sito ufficiale del team pensato e fondato dall'imprenditore Carlo Beretta.

 

E ancora: "Lo Swatt Club è un movimento sportivo che crede nella libertà di espressione agonistica: ognuno è libero di gareggiare quando vuole, come vuole, con chi vuole, vestendosi come vuole. Far parte dello Swatt Club per il 2025 significa anche supportare l'attività della squadra Elite, una nuova visione di una squadra che correrà corse UCI, con un approccio alternativo e anti - conformistico".

 

Ecco allora, che lo scorso autunno, ritrovatosi senza squadra e con la consapevolezza di avere i "numeri" per stare nel professionismo, Filippo Conca ha deciso di unirsi allo Swatt Club e di non "mollare". La situazione era, tanto per usare un eufemismo, "complicatissima", ma lui ha scelto di non arretrare. Nemmeno di un centimetro.

 

"Per il ciclismo di 10 anni fa non sarei "vecchio - esordisce Conca, reduce da cinque ore d'allenamento sulle strade di Livigno -, adesso sì. A quasi 27 anni non ho ancora corso il Giro d'Italia, il mio sogno, il mio obiettivo sin da quando ho inforcato per la prima volta una bici da corsa. Adesso spero di riuscirsi e poterlo fare con il tricolore addosso, beh sarebbe veramente il massimo".

 

Sì, perché sembra sia arrivata la svolta. La firma su di un contratto biennale con un World Team è praticamente cosa fatta, vero?

"Dovremmo esserci, dovrebbe essere questione di giorni. Però, per scaramanzia e correttezza, non voglio dire altro. Durante la mia carriera ho dovuto fare i conti tante, tante, tante volte con la sfortuna e gli imprevisti, quindi preferisco attendere l'ufficialità. Stavolta è diverso, ma per ora tengo la bocca cucita".

 

Conferma, però, che correrà per un Word Team, la "serie A" del ciclismo mondiale? Magari la Jayco Alula?

"Quello sì. Ho avuto anche contatti con diverse squadre Professional, ma ho aspettato la chiamata "giusta". Non chiedetemi il nome del team, però, non sarebbe giusto divulgarlo prima del tempo".

 

Torniamo alla scorsa estate. Si è ritrovato senza contratto, dopo quattro anni da professionista.

"Sì. Da neo professionista ho corso con la Lotto, assieme a campioni del calibro di Gilbert e Wellens. Mi sono trovato davvero bene dal punto di vista umano, ho imparato bene l'inglese e, da "ultimo arrivato", mi hanno chiamato in extremis per partecipare alla Vuelta. Sono arrivato quinto in una tappa e in un'altra ero in fuga e il solo a staccarmi è stato Carapaz, che due anni prima aveva vinto le Olimpiadi a Tokyo. Poi sono stato ripreso dal gruppo: ecco, fossi arrivato secondo la mia carriera, probabilmente, sarebbe stata diversa. Vieni giudicato per i risultati, ma quando ti trovi a fare lavoro di gregariato lo spazio è quello che è. Poi ho fatto altri tre anni, uno sempre in Lotto e due in Q36.5".

 

E, allora, ha deciso di sposare il progetto dello Swatt Club.

"Non volevo mollare, anche se, circa un mese prima dei campionati italiani, il pensiero c'è stato eccome. Mi sono offerto di correre a "zero euro" ai team Continental per i quali - non sono presuntuoso ma realista - sarei stato certamente un elemento molto importante: non volevo nulla, solamente poter gareggiare e non ho "trovato" niente. Io, però, sapevo di essere in forma, mi rendevo conto che andavo forte e che avrei potuto dire la mia. L'obiettivo, sin dall'inizio della stagione, era quello di correre per vincere il tricolore. Sapevo di aver lavorato bene: insomma, nel 2023, a Comano Terme, sono arrivato ottavo agli Italiani. A giugno vado forte, mi piace correre con il caldo, tanti avversari erano stanchi dal Giro d'Italia, altri non si erano acclimatati. Insomma, io ci ho sempre creduto, anche se qualche momento di sconforto c'è stato. Una cosa è certa: ringrazierò per sempre lo Swatt Club, mi hanno dato una possibilità che altri non mi hanno concesso".

 

Certo è anche l'attuale stagione non è stata facile.

"Ho corso solamente nel gravel sino ad inizio maggio, partecipando e arrivando terzo ad una delle gare più importanti del circuito, a Girona, in Spagna. La sfortuna, però, non mi ha abbandonato: a febbraio sono caduto e ho dovuto fermarmi per una settimana, a maggio - 35 giorni prima della gara di Gorizia - una marmotta mi ha attraversato la strada, sono andato a terra e ho dovuto interrompere gli allenamenti per circa due settimane. E non è finita, perché, anche durante la gara di Gorizia, la sfortuna non mi ha abbandonato".

 

Ecco, appunto, arriviamo al 29 giugno. Ha vinto da "underdog".

"Io correvo per vincere, sentivo di potercela fare, anche se nessuno pensava che avrei potuto vincere. Non avevamo una tattica di squadra, nei giorni precedenti il diesse Brambilla non ci ha dato particolari indicazioni. Stavo proprio benissimo, ma a 45 chilometri dall'arrivo ho forato. E, in quel momento, mi è venuto da piangere, perché mi rendevo conto che quella avrebbe potuto essere l'ultima gara della mia carriera. Ho speso tantissime energie per rientrare sul gruppo dei migliori e sono tornato "sotto" ai piedi della penultima salita. E poi è andata bene. Mi viene anche da dire che quel giorno tutti gli astri si sono allineati: forse senza quella caduta non avrei vinto. Mi spiego: magari, con più "gamba", avrei deciso di attaccare e sarei "saltato per aria". Non lo so: mi sento ancora molto in credito con la fortuna, ma stavolta tutto è andato bene".

 

Se fosse arrivato secondo?

"Staremmo parlando completamente di un'altra storia, perché non avrei raggiunto il risultato, pur essendo lo stesso identico atleta che sono oggi. Ma non sarebbe bastato fare una grande prestazione. E, dunque, il mio unico obiettivo era il risultato "pieno". Quello mi avrebbe permesso di "svoltare", il secondo posto non sarebbe stato sufficiente. E' brutto da dirsi, ma è così".

 

I suoi idoli ciclistici, se ne ha?

"Mi piacciono i corridori "underdog". Quelli che, quando hanno una giornata "al top", sono dei fuoriclasse, ma possono anche incappare in giornate "no" e, allora, diventano assolutamente "normali". Mi vengono in mente Thomas De Gendt, con il quale ho corso assieme alla Lotto o Jens Voigt. Chi corre all'attacco e, da sfavorito, centra grandi imprese: ecco mi emozionano più questi successi che quelli dei campioni assoluti".

 

E in questa stagione, senza ingaggio, come si è mantenuto?

"Ho una casa a Lecco e l'affittavo su Airbnb o Booking. Mi occupavo dei check - in e dei check - out, della gestione dei clienti e spesso anche delle pulizie. Mi è capitato diverse volte di completare l'allenamento e poi andare direttamente a sistemare le stanze perché erano in arrivo altri ospiti. E' stato impegnativo e gratificante".

 

Adesso si torna a fare sul serio.

"Io non ho mai smesso di allenarmi, di ragionare e di vivere da professionista, perché ero e sono consapevole delle mie capacità e no sempre sentito di avere ancora molto da dare al ciclismo. Diciamo che adesso torno in quel "mondo", quello del World Tour, dove so di poter stare".

 

La vittoria ai Campionati Italiani le ha cambiato la carriera.

"Non solamente, anche la vita. Per me, Filippo Conca, aver vinto il tricolore vale quanto il quarto Tour de France conquistato dal migliore di tutti, Tadej Pogacar. E, posso dirlo tranquillamente, questo traguardo me lo sono meritato e anche quello che verrà".



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