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Trento
22 agosto | 13:41

Smartphone spianati e curiosi in prima linea davanti alle tragedie. La psicologa: "Avviene un corto circuito emotivo. Non esistono più empatia, compassione e rispetto del dolore"

Katia Castellini, presidentessa dell'Ordine degli psicologi della provincia di Trento, che ha tra le proprie specializzazioni anche quella in psicologia dell'emergenza spiega che "vengono meno meno empatia e compassione. Non esiste più alcun tipo di relazione emotiva e lo schermo del device, che tutti ormai hanno sempre in mano o a portata, rappresenta una sorta di schermo, di filtro: quello che succede "al di là" diventa quasi finzione, praticamente un film e la situazione viene "oggettivizzata" 

TRENTO. Un tempo venivano definiti semplicemente "curiosi". Ora, nel terzo millennio, con l'avvento dei device, dei social e del bisogno, diventata quasi un' "esigenza social", di apparire continuamente e far sapere agli altri costantemente dove ci si trova, con chi e cosa si fa facendo, nei casi di tragedie o eventi comunque drammatici, non è esagerato parlare di "pornografi del dolore" o "stalker della sofferenza".

 

Espressioni certamente molto forti, ma che rendono perfettamente l'idea di cosa avvenga sempre più spesso, per non dire sempre, nelle situazioni in cui, buonsenso, decenza e morale, imporrebbero di avere rispetto. Di chi soffre o, nei casi più tragici, sta morendo o ha già perso la vita, dei familiari presenti e dei soccorritori, che dovrebbero poter operare senza preoccuparsi di gestire l'ordine pubblico con "spettatori" inopportuni alla ricerca dell'angolatura migliore per una foto o una ripresa.

 

Qualche giorno fa Il Dolomiti ha intercettato il grido d'allarme lanciato dai vigili del fuoco volontari del Trentino, esasperati da una situazione "che è andata oltre il limite" (Qui articolo).

 

Ma cosa scatta nella testa di una persona in quel momento? Perché vi è il bisogno, anche di fronte al più tragico degli eventi, di posizionare il proprio device in direzione dell'evento e immortalarlo quando, invece, la morale imporrebbe - quanto meno - di non intralciare le operazioni e avere rispetto di una situazione drammatica? E perché c'è il bisogno, a tutti i costi, di sapere cosa sta accadendo?

 

La spiegazione c'è ed è proprio lo schermo del proprio dispositivo a creare una "barriera" - ovviamente inesistente - e all'azzeramento dell'empatia, come spiega la dottoressa Katia Castellini, presidentessa dell'Ordine degli psicologi della provincia di Trento, che ha tra le proprie specializzazioni anche quella in psicologia dell'emergenza ed è membro dell'associazione "Psicologi per i Popoli", l'organizzazione di volontariato professionale che collabora con la protezione civile in occasione di emergenza, sia nell'assistenza alle vittime che ai soccorritori.

 

Dottoressa, è possibile dare una spiegazione "psicologica? a comportamenti di questo tipo?

"Si crea un vero e proprio corto circuito emotivo, esce la parte "primitiva", quella che porta l'essere umano - come provato da numerosi studi - ad essere attratto dal male che, solitamente, viene mitigata e contenuta dall'educazione che viene impartita e dalla regolamentazione sociale. Si diventa sadici, vengono meno empatia e compassione e chi si rende protagonista di gesti simili non è capace di entrare in sofferenza con chi, in quel momento, sta lottando tra la vita e la morte e con i soccorritori, impegnati nelle manovre di rianimazione. Non esiste più alcun tipo di relazione emotiva e lo schermo del device, che tutti ormai hanno sempre in mano o a portata, rappresenta una sorta di schermo, di filtro: quello che succede "al di là" diventa quasi finzione, praticamente un film e la situazione viene "oggettivizzata". Nonostante, magari, la tragedia stia accadendo a pochi passi, viene percepito come un avvenimento lontano, irreale, che non riguarda minimamente chi, invece, di allontanarsi, sceglie di restare, immortalare, riprendere. E questo, tra altro, è un paradosso totale se rapportato ad altre situazioni".

 

Possiamo parlare di "cultura dei social" portata al livello più basso, per non dire "becero".

"Certamente. La "cultura dei social" è proprio questa, la smania di far vedere "di essere lì in quel momento", di dimostrare che si era presenti, come se l'identità di una persona dipendesse da quello. E' un aspetto narcisistico importante e preoccupante. Sarebbe poi interessante capire quale sia l'utilizzo che, successivamente, chi ha scattato la foto o girato il video, fa di questo materiale. Lo riguarda? Lo mostra ad altri? Addirittura qualcuno lo posta sui propri profili? La speranza è che, a mente fredda, le persone possano rendersi conto del comportamento - sbagliato - che hanno avuto, possano provare un po' di vergogna e questo serva loro d'insegnamento pro futuro".

 

Prima parlava di un paradosso.

"E anche "fortissimo", aggiungo. Quando accade un lutto in famiglia, o comunque nella stretta cerchia di conoscenze, l'approccio è sempre molto discreto, intimo, composto. C'è addirittura chi non riesce a parlare della morte, chi sceglie - ad esempio - di non far vedere un parente defunto ad un bambino per paura di un "trauma". E, invece, quando la questione non riguarda direttamente, per i "curiosi" e chi, addirittura, sceglie d'immortalare quei momenti, una situazione luttuosa o drammatica diventa "lontana" e di nessun impatto e la gestione diventa completamente diversa. Avviene una vera e propria "scissione" e i comportamenti sono quelli di cui stiamo parlando".

 

Con l'associazione "Psicologi per i popoli", di cui lei fa parte, vi dedicate anche alla formazione e al supporto di sta "dall'altra parte" della situazioni: i soccorritori.

"Negli ultimi anni, per fortuna, si è posta l'attenzione anche su questo aspetto, che è di fondamentale importanza e deve andare di pari passo con la formazione e l'aggiornamento tecnico. Io dico sempre che noi forniamo i soccorritori di dispositivi di protezione emotivi, con interventi di gruppo ma anche individuali. Non è vero che "il tempo passa" e risolve tutto. Spesso, dopo gli interventi più difficili, abbiamo momenti di debriefing con il personale che è intervenuto, per elaborare l'accaduto e le emozioni. Certe situazioni lasciano delle "ferite" che, se sommate, hanno delle conseguenze perché, non bisogna mai scordarlo, i soccorritori sono per la maggior parte volontari, esseri umani che hanno una famiglia, sono genitori, sono figli, hanno una propria attività lavorativa. Hanno una vita e non sono robot impermeabili ma, molto spesso, questo aspetto viene dimenticato. Un esempio, recente, è quanto avvenuto recentemente sull'Adamello".

 

Ci racconti.

"Il caso è quello, noto, dei due alpinisti dispersi a fine dicembre. I soccorritori li hanno cercati per giorni, senza riuscire a trovarli: quando si è deciso d'interrompere le operazioni, in tanti era presente un senso di frustrazione per il fallimento delle ricerche perché l'obiettivo, quello di soccorrere, non era stato raggiunto. Ecco, in quella situazione abbiamo operato in condivisione con il Soccorso Alpino, perché era fondamentale una gestione immediata".

 

Anche perché un soccorritore che non è sereno rischia di non essere efficace.

"Certo, non riesce a svolgere il proprio operato come richiesto e come vorrebbe, non è lucido e può mettere in pericolo la sua stessa incolumità. Anche l'attività di prevenzione è fondamentale, a livello di gestione delle emozioni, non solamente quella "post". Negli ultimi anni, per fortuna, abbiamo fatti grandi passi in avanti, ma possiamo fare ancora molto".

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