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Attualità | 31 agosto 2026 | 15:45

L'inondazione tra Tibet e Nepal e l'alluvione lampo nel Grand Canyon hanno qualcosa in comune?

L'accelerazione della fusione glaciale e l'intensità delle precipitazioni estreme: due facce dello stesso cambiamento globale che impongono oggi una nuova cultura della sicurezza e del monitoraggio in quota

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Mentre continuano senza sosta i soccorsi nel distretto di Rasuwa, in Nepal, un'altra notizia arriva in queste ore da un contesto geografico molto diverso, ma altrettanto legato alla montagna: l'alluvione lampo che ha colpito il Grand Canyon, in Arizona (Usa).

 

Il bilancio, provvisorio, parla di una vittima e di diverse persone disperse tra gli escursionisti presenti nell'entroterra.

 

Due eventi distanti migliaia di chilometri, capitati a pochi giorni l'uno dall'altro, e una contiguità temporale che ovviamente lascia sgomenti.

 

Nondimeno, diciamolo subito a scanso di equivoci, si tratta di fenomeni diversi: a Rasuwa la dinamica ha visto una massa rocciosa destabilizzare un ghiacciaio, mobilizzando ghiaccio, roccia e acqua lungo il versante. Al Grand Canyon la causa è un nubifragio localizzato, che ha scaricato in pochi minuti una piena improvvisa lungo un canalone roccioso ad alto dislivello.

 

Dietro entrambi gli episodi, però, difficile non leggere una matrice sempre più comune: il riscaldamento globale che accelera la fusione glaciale e, al contempo, rende più frequenti le precipitazioni estreme.

 

Nei giorni successivi alla tragedia nepalese, gli interventi di esperti e accademici si sono susseguiti su un po' tutti i quotidiani generalisti italiani. Un fatto certamente positivo: più la comunicazione scientifica accreditata trova spazio sui media, più l'opinione pubblica è nelle condizioni di comprendere fenomeni complessi (invece di limitarsi a subirne passivamente la cronaca).

 

Tra gli interventi più autorevoli ed equilibrati spicca quello di Marco Giardino, raccolto da alcune tv nazionali, ma riassunto in modo più circostanziato e preciso da Otto (qui l'intervista intera), il magazine online dell'Università di Torino.

 

Interessante, in particolare, il confronto che il docente del Dipartimento di Scienze della Terra e vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italiana fa con le Alpi.

 

Giardino descrive la probabilità di eventi come quello di Rasuwa paragonandola al lancio di tre dadi: servono contemporaneamente un versante ripido, una massa instabile (glaciale, in questo caso) e l'acqua come elemento di innesco. Non tutte le montagne presentano questa combinazione, ma nei luoghi predisposti il riscaldamento globale, riducendo le aree coperte da ghiaccio e permafrost, toglie ai versanti quello che il glaciologo chiama un "collante", aumentando la possibilità di instabilità.

 

Sul fronte della prevenzione, Giardino individua una differenza netta tra Himalaya e Alpi. La catena himalayana, per estensione, è meno frequentata e meno densamente studiata, e il suo monitoraggio si affida in gran parte al telerilevamento satellitare. Sulle Alpi, al contrario, una tradizione di osservazione più lunga consente un controllo diretto sul terreno: è il caso del ghiacciaio di Planpincieux (ne abbiamo scritto anche noi qui), dove la Fondazione Montagna Sicura ne monitora i movimenti e informa tempestivamente le autorità, permettendo di attivare per tempo le misure di sicurezza per popolazione e turisti.

 

Resta il punto di fondo che l'intervista al professore ci consegna: gli strumenti per intercettare per tempo l'instabilità di un versante esistono, e sulle Alpi la loro applicazione ha una tradizione più lunga che altrove. Il nodo non è la disponibilità della conoscenza scientifica, ma la decisione politica – in Italia e nel resto del mondo – di investire risorse economiche là dove finora sono mancate.

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