Da "terra di conquista" a punto di osservazione: perché, oggi, scriviamo di montagna?

"Interessarsi alla montagna oggi diventa un'occasione per far emergere e mettere in discussione alcuni assunti che governano il nostro mondo, per interrogarsi su ciò che vogliamo per il nostro futuro. Per farlo, tuttavia, è necessario smarcarsi – almeno in parte – da quella concezione stratificata (ed essenzialmente cittadina) delle montagne che il passato ci consegna e avere l’umiltà di non proiettare su di esse la nostra visione, ma di assumerle come punto di osservazione". Un lettore ha condiviso con la redazione le considerazioni che riprendiamo in questo articolo perché offrono alcuni interessanti spunti di riflessione sulla complessa evoluzione del legame che unisce le terre alte, chi le frequenta e chi ne scrive

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La percezione delle montagne è mutata profondamente nel corso del tempo. Un lettore ha condiviso con la redazione le considerazioni che proponiamo di seguito, perché riteniamo che possano offrire alcuni interessanti spunti di riflessione sulla complessa evoluzione del legame che unisce le terre alte, chi le frequenta e chi ne scrive
Nel comune sentire, gli scritti che parlano di montagna vengono spesso rubricati alla voce “Letteratura d’avventura” o, in alternativa, a quella “Guide & Itinerari”. Si fa fatica ad affrancare le montagne da un immaginario collettivo che le concepisce unicamente come teatro di imprese alpinistiche, di sfide sportive o di esplorazioni escursionistiche. Le ragioni di questa equazione mentale sono molteplici e più profonde di quanto ci si potrebbe immaginare. Sinteticamente si può affermare che questa visione delle “terre alte” rappresenti un portato culturale la cui matrice è triplice: illuministica, romantica e consumistica.
La storia del modo in cui oggi concepiamo (e, quindi, anche viviamo e frequentiamo) il mondo verticale ha inizio nel XVIII secolo, quando per la prima volta emerge nei confronti delle montagne – nello specifico, le Alpi – un interesse di natura scientifica che si esprime nelle misurazioni altimetriche, negli studi naturalistici e nelle prime pionieristiche spedizioni in alta quota.
Emblematica, a questo proposito, è la prima ascensione del Monte Bianco realizzata l’8 agosto 1786 dal cercatore di cristalli Jacques Balmat e dal medico Michel Gabriel Paccard. La salita alla vetta più alta d’Europa, infatti, fu commissionata dal botanico e geologo svizzero Horace-Benedict de Saussure il quale – determinato a stabilire l’esatta elevazione del massiccio – mise in palio una ricompensa per i temerari che fossero riusciti a tracciare una via per la cima. Ripercorrendo le orme degli apritori, egli stesso l’anno successivo riuscì nel suo intento scientifico dando seguito anche a un’estesa serie di osservazioni ed esperimenti realizzati sul Colle del Gigante, i cui esiti sono raccolti nell’opera Voyages dans les Alps del 1780.
La conquista di quello che le popolazioni locali erano solite chiamare Mont Mallet o Maudit (il Monte Maledetto) marca metaforicamente il momento in cui la ragione illuminista getta la sua luce sulle montagne, dissipando la nebbia di mistero in cui erano state avvolte dalla precedente visione magica e sacrale. E sancisce la nascita della pratica alpinistica. Dalla fine del Settecento le vette cessano di essere territori inviolabili e ha inizio una sorta di assalto alle Alpi che porta alla “caduta” di tutte le principali cime dell’arco alpino. Con il trascorrere dei decenni, tuttavia, all’originario interesse scientifico e naturalistico va affiancandosi anche un diverso tipo di motivazione che spinge gli alpinisti a rischiare la propria vita per raggiungere le vette: una ricerca del sublime e dell’incontaminato di stampo romantico.
Tale anelito è ben documentato nel celebre dipinto Viandante sul mare di nebbia (1818) del pittore Caspar David Friedrich, in cui un uomo solitario e atletico si sporge sull’abisso a contemplare un paesaggio d’alta montagna dai caratteri grandiosi e drammatici. In questo nuovo atteggiamento verso le altezze lo sguardo imperturbabile dello scienziato si colora di emozioni e di rivolgimenti interiori, la fatica dell’ascensione si connota di significati ascetici e di toni eroici. Questo tipo di esperienze estreme rimane dapprima appannaggio di nobiluomini e ricchi avventurieri alla ricerca di grandi imprese (come il Duca degli Abruzzi, per citarne uno), per poi diventare progressivamente accessibile a una platea sempre più ampia di persone. È su questa scia che appaiono le prime forme di associazionismo con finalità alpinistiche ed escursionistiche: un esempio su tutti, è la nascita nel 1863 del Club Alpino Italiano. Ed è proprio nella figura di Quintino Sella, fondatore del sodalizio, che trovano una rappresentativa sintesi l’anima illuministica e quella romantica dell’interesse per le montagne caratteristico dell’epoca.
L’avvento del XX secolo porta con sé l’epopea di quell’alpinismo “eroico” i cui maggiori interpreti sono persone comuni, spesso di estrazione contadina o proletaria: sono gli anni di Emilio Comici, Riccardo Cassin e Giovanni Battista Vinatzer. A questa prima generazione – attiva soprattutto tra le due guerre – segue quella dei primi alpinisti professionisti, come Walter Bonatti e Cesare Maestri, che grazie alle loro gesta e alla loro personalità divengono nomi noti in un’Italia che cambia velocemente e viene investita dal progresso e dai mass media.
Anche questa fase giunge al termine, forse proprio con il congedo di Bonatti dal mondo verticale nel febbraio 1965, appena dopo aver completato la prima solitaria invernale al Cervino. Il suo ritiro segna una cesura tra un alpinismo fatto di grandi miti e l’emergere di una nuova visione della montagna, figlia della contestazione sessantottina e degli ambienti universitari di Milano e Torino. Così, mentre sulle pareti californiane della Yosemite Valley si consuma l’aspra rivalità tra Warren Harding e Royal Robbins, dalle nostre parti la Val Masino e la Valle dell’Orco ospitano la nascita di un nuovo "movimento arrampicatorio", che si pone in aperta polemica con le retoriche del passato. Viene rinnegato l’afflato romantico delle alte quote e il superomismo delle grandi salite, al loro posto si fa spazio una ricerca più intima di equilibrio con se stessi e con la natura: il gesto atletico diventa fine a se stesso e le terre alte un terreno di gioco per l’esplorazione dei propri limiti, in una ricerca che non si orienta più verso le cime inviolate ma si esprime anche su un sasso, un’oscura falesia o una parete secondaria. È l’alba di un "Nuovo Mattino", in cui giovani uomini coi capelli lunghi setacciano le valli in cerca di difficili passaggi da superare con la sola agilità del proprio corpo e da ribattezzare con nomi stravaganti e dal sapore orientale.
Gli anni passano in fretta e siamo già al 1985. È luglio e sotto le rocce spioventi della Valle Stretta, vicino a Bardonecchia, si sono radunati alcuni dei più forti climber dell’epoca per disputare la prima competizione internazionale di arrampicata sportiva. Nel volgere di breve tempo, l’esperienza di anarchica libertà di quel gruppo di ragazzi si è evoluta in una nuova disciplina con le sue regole codificate, i suoi circuiti – progressivamente sempre più indoor – e le sue gare. Quella dell’arrampicata sportiva è una storia che arriva fino ai giorni nostri, che hanno visto diventare quello sport adrenalinico una moda cittadina e una disciplina olimpica.
Nel frattempo, soprattutto a partire dalla fine degli anni Cinquanta, gli abitanti delle montagne hanno cominciato a emigrare altrove, verso le opportunità offerte dalla pianura: l’esodo rurale ha lasciato paesi disabitati, pendii abbandonati e boschi incolti. In questo vuoto, soprattutto in alcune località di particolare richiamo, si sono insinuati la speculazione edilizia e i sogni spropositati di alcuni imprenditori. Sulla scia del boom economico sono state edificate in pompa magna le prime stazioni sciistiche e un nuovo mercato ha fatto la sua comparsa in territori dove da sempre vigeva un’economia agro-silvo-pastorale che faceva della diversificazione delle fonti di sostentamento la sua cifra peculiare. Le piste da sci e le seconde case hanno fatto piazza pulita di un sistema fragile ma consolidato, per introdurne uno sfavillante ma poco sostenibile. Si è fatta largo una visione consumistica della montagna, che la intende come luogo di colonizzazione e di relax per frotte di persone snervate che vengono dalla pianura per riconnettersi con una presunta wilderness. Salvo poi trascorrere i weekend all’interno di terme, alberghi e rifugi ultraconfortevoli oppure sopra funivie e piste dalla neve battuta e spesso artificiale.
E arriviamo finalmente a noi che – volenti o nolenti – siamo gli eredi di questa storia. Perché oggi scriviamo di montagna? Qual è la nostra visione? Personalmente ritengo che le montagne possano rappresentare per noi innanzitutto un ottimo punto di osservazione sulla realtà, un punto di osservazione eccentrico e defilato dal quale è possibile individuare più facilmente i problemi e le opportunità del nostro presente. I territori montani, infatti, sono contesti fragili in cui ogni cambiamento imprime effetti particolarmente tangibili: in questo senso, sono una formidabile “cartina al tornasole” delle ricadute che determinati fenomeni possono avere anche su altri contesti.
Il turismo massificato e pilotato dai social, l’abbandono delle tradizionali tecniche architettoniche ed edilizie, il "rinselvatichimento" e la mancata gestione dei boschi, l’emarginazione delle aree interne dal dibattito pubblico, la destinazione dei finanziamenti pubblici, l’agricoltura e l’allevamento intensivi, la scomparsa di antichi mestieri e saperi, la relazione tra uomo e natura, la convivenza con gli animali selvatici, la desertificazione dei servizi essenziali, l’industria del divertimento, la tutela di aree ad alto valore naturalistico, l’inverno demografico e i flussi migratori interni, i cambiamenti climatici e l’inquinamento in tutte le sue forme.
Questi sono solamente alcuni esempi di fenomeni che si ripercuotono sulle terre alte con particolare forza, ma che nei fatti interessano – mutatis mutandis – anche le coste e le pianure. Interessarsi e scrivere di montagna diventa, dunque, un’occasione per far emergere e mettere in discussione alcuni assunti che governano il nostro mondo, per interrogarsi su ciò che vogliamo per il nostro futuro. Per farlo, tuttavia, è necessario smarcarsi – almeno in parte – da quella concezione stratificata (ed essenzialmente cittadina) delle montagne che il passato ci consegna e avere l’umiltà di non proiettare su di esse la nostra visione, ma di assumerle come punto di osservazione. E avere la pazienza di restituire, il più fedelmente possibile, ciò che esse sapranno mostrarci.
Testo di Davide Longaretti













