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Cultura | 02 novembre 2025 | 12:00

"Mostruoso è chi è nato / dalle viscere di una donna morta. / E io, feto adulto, mi aggiro / a cercare fratelli che non sono più". La cancellazione delle identità intuita da Pasolini

"Quella a-culturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi – cioè il potere della civiltà dei consumi – riesce a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari". Cinquant’anni fa, nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 moriva, in circostanze tragiche e mai del tutto chiarite, Pier Paolo Pasolini. Raccontò il crollo silenzioso di una civiltà

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Cinquant’anni fa, nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 moriva, in circostanze tragiche e mai del tutto chiarite, Pier Paolo Pasolini. Poeta, romanziere, regista e voce critica dell’Italia del “miracolo economico”, Pasolini attraversò con originalità e raccontò con lucidità profetica una fase fondamentale della storia recente del nostro Paese.

 

Nato a Bologna nel 1922, visse un’infanzia caratterizzata da frequenti spostamenti in diverse città del Nord Italia a motivo della professione del padre. Fin dalla tenera età sviluppò, tuttavia, un legame particolarmente profondo con la realtà contadina delle campagne friulane, dalle quali proveniva la madre e dove la famiglia si stabilì per alcuni anni. Formatosi a Bologna presso il Liceo Galvani e la Facoltà di Lettere dell’ateneo cittadino, Pasolini tornava spesso e volentieri in terra friulana.

 

Non a caso Poesie a Casarsa – la prima opera da lui pubblicata, nel 1942 – è una raccolta di versi in dialetto friulano che consacra fin da subito una delle cifre caratteristiche della sensibilità pasoliniana: il tormento di un’identità dilaniata tra l’appartenenza di fatto a un ambiente borghese avvertito come artificioso e il fascino intimo per un mondo contadino e sottoproletario percepito come realmente autentico.

 

Lo «scandalo del contraddirmi», come ebbe a definirlo nella poesia Le ceneri di Gramsci (1954), fu una cifra che segnò tutta la sua esistenza e la sua poetica.

 

Questa contraddizione esplose soprattutto a seguito del trasferimento a Roma, a causa di uno scandalo per corruzione di minori che lo aveva coinvolto. Qui Pasolini entrò in contatto con la vita delle borgate romane e con la quotidianità delle classi sociali più povere ed emarginate, rimanendone profondamente colpito. Parallelamente, spinto dalle gravi ristrettezze economiche, egli iniziò a frequentare Cinecittà e gli ambienti intellettuali della capitale riuscendo a stringere alcune importanti collaborazioni con registi e letterati di spessore. Grazie a diversi lavori realizzati in ambito cinematografico e alla pubblicazione dei romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1958), Pasolini divenne progressivamente un nome noto presso l’opinione pubblica, nonostante alcune controversie legate alla sua omosessualità.

 

È proprio nelle opere di questi anni che si fa largo una visione “eretica” della storia e della società, caratterizzata da una prospettiva essenzialmente marxista ma decisamente disallineata rispetto a quella proposta all’epoca dal Partito Comunista Italiano. Lo sguardo narrativo di Pasolini si sofferma senz’altro sulle classi subalterne, ma lo fa con un taglio sociologico sconosciuto al “materialismo storico” classico, il quale era stato da sempre interessato alla descrizione dei rapporti di produzione in una chiave puramente economica. Nelle forme di vita del sottoproletariato delle borgate romane Pasolini ritrova, infatti, una stretta continuità con i valori popolari del mondo contadino e nell’espressività esistenziale, corporea e linguistica degli “scartati” egli scorge una strenua manifestazione di resistenza al potere, di vero e proprio anticonformismo.

 

Pertanto, più che rivolgere la propria attenzione verso il conflitto di classe e il futuro della rivoluzione operaia, egli guarda in modo nostalgico al passato di un’Italia pre-industriale caratterizzata dalla proliferazione di «culture periferiche» e dal rifiuto di ogni centralismo. Un’Italia antica spazzata via in pochi anni dall’avvento della società consumistica, di cui non rimangono che le ultime tracce nei volti dei borgatari e degli esclusi.

 

Come emerge chiaramente dai numerosi interventi giornalistici dei suoi ultimi anni di vita, Pasolini è convinto di stare assistendo a una «rivoluzione antropologica» che sta modificando profondamente e irreversibilmente il modo di essere uomini degli italiani. A determinarla, secondo lui, è stata la comparsa delle moderne infrastrutture stradali, della motorizzazione e dei nuovi strumenti di informazione. Infatti, l’abolizione di ogni distanza materiale tra il centro e le periferie e soprattutto la diffusione da parte della televisione di modelli conformisti hanno causato la repentina cancellazione delle diverse identità che costellavano il nostro Paese. Tale omologazione culturale è stata infinitamente più pervasiva di quella operata dai totalitarismi e ha trasformato gli italiani da «consumatori di beni estremamente necessari» a consumatori di «beni superflui», provocando la rottura di ogni forma di continuità storica con il passato e la nascita di un nuovo individuo di massa.

 

Quello che Pasolini denuncia è un potere che si avvale di strumenti sconosciuti sino a quel momento e che risulta, pertanto, estremamente sottile e pervasivo. Un potere che ha rapidamente sostituito ogni morale e ogni istituzione del mondo precedente con «l’ansia del consumo» e «di essere uguale agli altri».

 

«Quella a-culturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi – cioè il potere della civiltà dei consumi – riesce a ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari», afferma nel celebre documentario La forma della città (1974).

 

Effettivamente il periodo compreso tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta fu caratterizzato da cambiamenti impressionanti e rapidissimi che trovano un’immagine particolarmente rappresentativa nel cosiddetto “esodo rurale”, vale a dire l’imponente flusso migratorio che si registrò dalle campagne verso i centri urbani e che determinò il passaggio dell’Italia da paese agricolo a paese industriale. Basti pensare che tra il 1955 e il 1971 furono coinvolti nelle migrazioni interne oltre 9 milioni di italiani, i quali fuggendo dalle zone più remote e svantaggiate della penisola si riversarono principalmente nelle grandi città del triangolo industriale (Milano – Torino – Genova) e a Roma.

 

A farne le spese furono soprattutto le aree montane, dove le condizioni di vita erano particolarmente severe e i cui modelli sociali e culturali apparivano ormai obsoleti rispetto alle opportunità di emancipazione apparentemente offerte dai centri urbani. Intere vallate videro le proprie contrade svuotarsi: le case abbandonate o vendute a poco prezzo, i pascoli e i terrazzamenti lasciati all’avanzare dell’incolto, le antiche mulattiere rimaste preda dell’incuria. L’avvento della modernità segnò la fine di millenari modelli di insediamento e di civilizzazione delle terre alte, lasciando dietro di sé quello che Nuto Revelli ha definito il “mondo dei vinti”.

 

A quella fuga, infatti, si aggiunse anche una sorta di vergogna delle proprie origini provinciali e contadine, una forma di imbarazzo nei confronti di un’identità che non sembrava più al passo con i tempi e che andava dimenticata in fretta e sostituita. Sulla scia di questa damnatio memoriae si rinnegarono gli antichi mestieri, si smise di parlare in dialetto, si tralasciarono le vecchie tradizioni e vennero sminuiti e abbandonati molti saperi tramandati oralmente. Fu il crollo silenzioso di una civiltà.

 

Lo stesso Pasolini sembrava esserne tragicamente consapevole quando, nella poesia 10 giugno (1962), scrisse:

 

Io sono una forza del Passato / solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi, / dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli. / Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone. / O guardo i crepuscoli, le mattine, / su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, / come i primi atti del Dopostoria, / cui io assisto per privilegio di anagrafe, / sull’orlo estremo di qualche età / sepolta. Mostruoso è chi è nato / dalle viscere di una donna morta. / E io, feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più.

 

Con l’acume del visionario, egli denunciò e pianse la scomparsa improvvisa di un popolo che aveva saputo produrre culture straordinarie e uniche. Avvertì con largo anticipo che quella scomparsa avrebbe lasciato un vuoto difficile da colmare.

 

A distanza di cinquant’anni dalla sua morte, alla luce delle conseguenze più avanzate di quel modello di sviluppo sbilanciato e cinico, le sue parole risuonano per noi in tutta la loro attualità e urgenza. Oggi quella eredità mancata ci interroga e ci divide ancora, come dimostra il dibattito sorto recentemente attorno al Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne. Davvero vogliamo rassegnarci, nuovamente, a condannare intere aree della nostra penisola allo spopolamento cronico, accompagnandole in un percorso di declino irreversibile (come in un primo momento era emerso)? Forse è arrivato il momento di cambiare strada e di tentare nuove soluzioni: non sarà facile, ma gli esempi incoraggianti ci sono.

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