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Cultura | 02 luglio 2026 | 19:00

Storia dell'artigiano della pietra a secco, Luca Viscuso: "È un gesto cha ci accompagna dalla preistoria, un mestiere manuale che non può essere velocizzato"

Luca Viscuso, artigiano della pietra a secco, da anni porta avanti diverse iniziative di divulgazione e formazione, su quest’arte riconosciuta patrimonio dell’umanità dall’Unesco. All'interno del festival inBOSCATI!, una due giorni di eventi a 1500 metri di quota, proporrà una serie di laboratori per adulti e bambini, nei quali gli iscritti costruiranno anche una porzione di muro in pietra a secco

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Le testate delle valli, in Val d'Aosta in particolare, sono spesso occupate da stazioni sciistiche e turistiche molto rinomate. C’è poi il fondovalle, dove corrono le principali arterie stradali e si concentrano i servizi. Non si parla spesso, però, dei versanti laterali di queste valli, le quote medie. A questa terza categoria appartengono il Pian Coumarial e la località Bosc, a Fontainemore, dove si tiene inBOSCATI!: un’occasione inedita per spostare lo sguardo e guardare, non più ai resort di fondovalle o ai comprensori delle cime, ma a quello che sta ai lati.

 

inBOSCATI! è il primo festival della montagna laterale. Promosso da L’Altramontagna e dal comune valdostano di Fointainemore, porterà per due giorni - il 4 e 5 luglio 2026 - dibattiti, musica, presentazione di libri, workshop, laboratori per bambini ed escursioni, in una radura nel bosco, a 1.500 metri di quota, sul limitare della Riserva Naturale del Mont Mars.

 

Filo conduttore dei due giorni di eventi è l'ambivalenza del concetto di "essere imboscati". Da un lato, la scelta di vivere al di fuori di contesti iper-urbanizzati e la montagna "laterale" come modalità di vita alternativa a quella della pianura e delle grandi città; dall’altro, il rischio di isolamento che tale scelta può comportare o la scelta volontaria di deresponsabilizzarsi dal vivere collettivo.

Il festival, con talk ed eventi di carattere informale, vuole ragionare proprio sul continuum tra queste due posizioni.

 

In vista di questo appuntamento, abbiamo ricevuto qualche anticipazione dagli ospiti che parteciperanno. L’intervistato di oggi è Luca Viscuso, artigiano della pietra a secco che da anni porta avanti diverse iniziative, sia di divulgazione che di formazione, attorno quella che l’Unesco ha riconosciuto come arte patrimonio dell’umanità. All'interno del festival, Famiglia Muretti (l’azienda fondata da Luca) porterà tre iniziative: un'esperienza manuale laboratoriale dedicata ai bambini, e poi due iniziative dedicate agli adulti, una teorico-discorsiva con una piccola escursione e una pratica ed esperienziale nella quale gli iscritti costruiranno una porzione di muro in pietra a secco.

Entriamo per un attimo in uno dei tuoi cantieri. Cosa significa fare edilizia in pietra a secco?

 

Lavorare in pietra a secco significa sostanzialmente incastrare dei cocci o delle pietre una sull'altra. Per farlo si seguono delle regole empiriche: la giusta inclinazione di una pietra rispetto all'orizzontale, la stabilità di ogni coccio e la legatura (non con leganti a base di calce o cemento, ma sulla base dell'attrito che una pietra genera sull'altra).

In questo modo si possono creare diversi tipi di manufatti di durata decennale o secolare a seconda dei casi. È una tecnica utilizzata fin dall'antichità, è tuttora estremamente valida e diffusa.

Le opere che possono essere costruite in muratura a secco vanno dai terrazzamenti, ai muretti divisori della proprietà, fino anche ai selciati, cioè pavimentazioni che possono essere su un sentiero di montagna come nell'aia di una casa.

Inoltre, anche se non è specificatamente il mio lavoro, è possibile costruire anche tetti in pietra, estremamente diffusi nell'arco alpino e nel nord dell’Appennino. Tutte le opere di regimentazione delle acque nei piccoli vallivi erano in passato gestite tramite piccoli canali costruiti in pietra a secco.

 

 

In che contesti lavorare in pietra a secco è sostenibile? Perché questa tecnica è così connaturata ai contesti montani?

 

L'arte della pietra a secco e la sua diffusione in edilizia oggigiorno è portata avanti sia da privati cittadini e sia anche da enti pubblici come i parchi, e anche dai bandi regionali legati, per esempio, al settore agricoltura.

Si tratta di un lavoro certamente lento e non scalabile. La meccanizzazione può aiutare, ad esempio per le operazioni di scavo, ma il resto della costruzione rimane un mestiere manuale e non più di tanto velocizzabile. Quindi, la manodopera rappresenta quasi la totalità del costo di un manufatto.

È sicuramente sostenibile ed estremamente competitiva in luoghi impervi, inaccessibili e dove il materiale è già presente in loco, vale a dire muri crollati o vecchi manufatti malmessi in pietra a secco, dove la maggior parte del materiale è riutilizzabile. Lì i nostri antenati hanno già fatto la maggior parte del lavoro e noi dobbiamo solo ripristinare quanto era già stato fatto.

La chiave per richiedere un manufatto in pietra a secco è più che altro di natura culturale, quindi la sensibilità del singolo o di un ente pubblico di orientarsi verso questa tipologia costruttiva in equilibrio con il paesaggio e la sua storia.

 

 

Un aspetto centrale di queste opere è proprio la materia prima: la pietra. Che genere di materiale è più efficace per queste costruzioni?

 

Dipende tutto da dove ci si trova. Io personalmente lavoro in tutto il nord ovest. In Appennino parliamo soprattutto di rocce sedimentarie, arenarie o calcari; mentre spostandosi verso le Alpi si trovano anche rocce metamorfiche come scisti e gneiss, oppure anche rocce magmatiche, ad esempio graniti e quant'altro.

Le rocce prima della posa vengono lavorate. La lavorazione, da un lato, serve a farla incastrare meglio a fini strutturali; dall’altro, ha una finalità estetica. Io però cerco di prediligere l’armonia del paesaggio al manufatto in sé, quindi cerco di non forzare la natura della singola pietra, ma soltanto a darle armonia con le pietre circostanti. Insomma, non c’è un canone standardizzato di estetica, ma ogni contesto modella la propria.

Ciò che conta, però, è che il materiale è da valorizzare così com’è presente in loco. L'aspetto vantaggioso di lavorare con la pietra a secco è che ogni roccia va bene, non c'è una roccia che a priori va meglio di un'altra: la roccia che migliore è quella presente sul posto.

 

 

Come ti sei avvicinato a questo lavoro?

 

Tanti anni fa, ero in Francia, stavo posando un pavimento in lastre di cemento e ho immaginato di trovarmi a lavorare con le pietre. Da lì ho seguito questa visione: è stata un’intuizione vera e propria.

Non essendoci un percorso standard in Italia per fare questo mestiere, però, mi sono dovuto rivolgere alle personalità che incontravo tramite ricerche passaparola oppure sul web, finché non ho scoperto l'associazione Itla Italia.

Qui ho trovato quello che cercavo, ovvero quelli che ora sono i miei colleghi, ma che allora erano artigiani e non solo, tutta una serie di persone che si dedicano - chi in maniera volontaria, chi come professione - al paesaggio terrazzato e ai manufatti in pietra a secco.

Mi hanno aperto le porte ed io ero pieno di entusiasmo. Anzi, lo sono ancora. Adesso, dopo un po' di anni, faccio parte in maniera attiva dell'associazione e sostengo le varie attività tra cui appunto questi momenti di divulgazione all'interno del festival.

 

 

Non credi che il riconoscimento dell’Unesco possa rendere l’arte della pietra a secco una questione "museale", più da rievocazione storica che non pratica concreta e attuale?

 

Non particolarmente, io credo fermamente nell’importanza in questo riconoscimento. La tutela Unesco rende l'arte della pietra a secco diffondibile e spendibile tramite bandi, finanziamenti che promuovano il ricostruire con questa tecnica e la promozione di laboratori formativi su come ricostruire. Insomma, è un passaggio necessario perché quest’arte venga promossa e tramandata.

La pietra a secco non può essere qualcosa da museo: te ne accorgi subito lavorandoci. Appena inizi a posare pietra dopo pietra, ti rendi immediatamente conto di quanta concretezza si trova in questo gesto.

È proprio un movimento che ha caratterizzato l'essere umano sin dalla preistoria. Da quando costruivamo una barriera fuori dalla grotta per difenderci, o per tenere gli animali. È quanto di più concreto il nostro corpo possa realizzare con un elemento naturalmente disponibile qual è la pietra.

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