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Agricoltura, fiori e siepi nei campi aumentano la produttività e permettono di ridurre l'utilizzo dei pesticidi: lo studio in favore della biodiversità

Lo studio, coordinato da Eurac Research di Bolzano e Università di Würzburg, ha confermato scientificamente il beneficio di ogni forma di eterogeneità. Dainese, coordinatore della ricerca: "I campi dove la biodiversità è maggiore si difendono meglio dagli insetti dannosi, favoriscono l’impollinazione e producono di più" 

Di Arianna Viesi - 17 ottobre 2019 - 13:34

BOLZANO. Rose all’inizio dei filari di viti, noccioli o sambuchi al margine dei campi di segale e bordure di malva e camomilla a ornamento dei meleti. In passato i campi coltivati erano spesso adornati con fiori oppure ospitavano singoli alberi da frutto. Oggi un team di cento ricercatori sparsi in tutto il mondo e coordinati da Eurac Research di Bolzano e dall’Università di Würzburg ha confermato scientificamente il beneficio di ogni forma di eterogeneità, anche la più piccola: i campi dove la biodiversità è maggiore si difendono meglio dagli insetti dannosi, favoriscono l’impollinazione e producono di più (QUI STUDIO).

 

I ricercatori hanno raccolto i dati di circa 1.500 campi agricoli in tutto il mondo: dai campi di mais delle pianure americane a quelli di colza della Svezia del sud, passando per le piantagioni di caffè in India, quelle di mango in Sudafrica e le colture di cereali sulle Alpi. In particolare, hanno analizzato due servizi ecosistemici, cioè due processi regolati dalla natura, vantaggiosi per l’uomo e a costo zero: il servizio di impollinazione fornito dagli insetti selvatici e il servizio di controllo biologico, cioè la capacità di un ambiente di difendersi dall’attacco di insetti nocivi grazie ad altri insetti antagonisti presenti in natura.

 

"Ho avviato il progetto quando lavoravo all'Università di Würzburg in Germania - spiega Matteo Dainese, biologo di Eurac e responsabile dello studio -. Siamo partiti dalla sintesi di diversi studi, a livello globale, che studiano la relazione tra biodiversità paesaggistica e servizi di impollinazione e controllo biologico. Sostanzialmente cerchiamo di capire, e dimostrare, se e come questa biodiversità abbia impatto su culture e raccolto".

 

"Il punto è questo - continua Dainese -: negli ambienti dove i paesaggi sono più eterogenei (penso a margini erbacei, boschi, siepi) e dove, quindi, la biodiversità degli organismi è maggiore (dove, insomma, ci sono impollinatori, api, nemici naturali dai parassiti come coccinelle), si possono riscontrare vantaggi biologici e anche benefici sulla produzione finale".

 

 

 

 

Dallo studio è risultato, dunque, che nei paesaggi dove è maggiore l’alternanza di colture, siepi, alberi e prati, sia gli impollinatori selvatici sia gli insetti “buoni” sono più abbondanti e diversificati. E non solo l’impollinazione e il controllo biologico aumentano, anche la produzione finale è maggiore.

 

“Finora gli studi si concentravano sull’importanza della biodiversità nel funzionamento degli ecosistemi, ma non ci era ancora ben chiaro quali vantaggi avesse per il benessere umano. Il nostro studio dimostra che la biodiversità è molto importante anche per garantire e mantenere una produzione agricola elevata e stabile”, continua il coordinatore del progetto.

 

"Noi assistiamo ad una sempre maggiore semplificazione dei paesaggi e ad una sempre maggiore intensificazione dell'agricoltura. Siamo circondati da monocolture. Se guardiamo al solo fondovalle è facile rendersene conto. Nella nostra regione abbiamo però la fortuna di essere circondati dalle Alpi che sono già, da sole, un serbatoio di naturalità. Questo però non basta. L'intensificazione agricola è molto elevata".

 

Non è sempre stato così, e non dappertutto. Passeggiando per i nostri borghi di montagna si possono ancora scorgere filari al margine dei campi, o rose accanto ai vigneti. La biodiversità (r)esiste ancora, forse. Con l'avvento della meccanizzazione, soprattutto nel fondovalle, la diversificazione del paesaggio e delle colture ha lasciato spazio a monotonia e appianamento. La frammentazione rendeva difficoltoso lo sfruttamento del terreno. Si è arrivati così a terreni più grandi e, quindi, più facilmente coltivabili e produttivi. Lo studio, coordinato da Eurac e Università di Würzburg, vuole dimostrare che non è così: è la biodiversità paesaggistica a fare la differenza in termini produttivi (e di qualità del prodotto). Coltivare ambienti eterogenei per produrre di più, e meglio.

 

La raccomandazione dei ricercatori è quella di conservare tutti gli ambienti dove la naturalità resiste e diversificare quanto più possibile le colture e il paesaggio. E per quanto i vantaggi siano proporzionali al livello di biodiversità, secondo i biologi non è indispensabile sacrificare ampie porzioni di terra coltivata per apprezzare dei risultati. Siepi fiorite o bordi dei campi seminati con specie diverse possono già fare qualcosa. 

 

"Preservando e aumentando la diversificazione dei nostri paesaggi possiamo aumentare la produttività e ridurre l'utilizzo pesticidi. In natura esistono degli insetti che possono aiutarci nella lotta biologica. La biodiversità, insomma, fa bene all'ambiente, alla produttività dei nostri campi e anche alla nostra salute. Per esempio, un agricoltore con una biodiversità agraria più elevata dipende meno dai trattamenti chimici per difendersi dagli insetti dannosi perché il controllo biologico naturale è migliore”, conclude Dainese.

 

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