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Tanta neve ma in Bondone Rocce Rosse chiuse e fondo a mezzo servizio, mentre sul Baldo non si scia. Che fare degli impianti sotto i 2.000 metri?

C'è anche nel masterplan di sviluppo del Bondone ''Necessario tenere in considerazione gli importanti cambiamenti climatici in atto e valutare quindi con attenzione la necessità di anticipare un cambio di prospettiva dell’offerta turistica", ma la discussione politica non sembra ancora cominciata

Di Luca Andreazza - 09 dicembre 2019 - 05:01

TRENTO. La stagione invernale è partita praticamente ovunque e complici le abbondanti nevicate del mese di novembre, il meteo ha permesso alle località trentine di mettere a punto le piste in un paesaggio da cartolina. In Bondone tutti gli impianti sono operativi per la parte di discesa (escluso Rocce Rosse), mentre è operativo anche il Centro fondo delle Viote, che però è un po' l'altra faccia della medaglia dell'Alpe di Trento. E il week end dell'Immacolata ha dimostrato che la montagna piace, tantissima la gente sulle neve. 

 

Battuti e pronti per accogliere gli sci stretti ci sono 17 dei 35 chilometri a disposizione. Poca neve? Il vento che ha portato la neve sugli alberi? Pozze d'acqua per la pioggia?  Certo, resta una partenza in largo anticipo e con un'offerta molto più ampia rispetto ai 2 chilometri ai quali negli anni più difficili gli appassionati sono stati abituati fino a gennaio inoltrato. E' noto l'atavico problema: tre soli cannoni per l'innevamento programmato, ma soprattutto la possibilità di attingere a risorse idriche limitate per poter preparare le piste adeguatamente per un comprensorio considerato tra i più belli in Trentino per il comparto nordico.

 

Un bacino idrico alle Viote che avrebbe il compito di aumentare la "potenza di fuoco" tra discesa e fondo, un investimento che sembra sempre più vitale per la montagna della città, se si vuole (ancora) credere nel circo bianco. E' stato, infatti, tra i punti più discussi nella variazione al Prg in Comune a Trento. E le polemiche non si placano, tanto che si è discusso sull'opportunità di procedere anche nell'ultima commissione ambiente a palazzo Thun.

 

E se da un lato c'è il cambiamento climatico che impone necessariamente alcune riflessioni per il sistema Trentino sul comparto neve,  resta però l'attualità e l'evidenza che le discipline legate all'inverno rappresentano una fetta fondamentale per l'economia: l'industria del turismo nel complesso pesa per il 15% sul Pil provinciale e la stagione fredda è ancora forte, anche a fronte della crescita esponenziale dell'estate.

 

Le condizioni meteo e l'assenza di precipitazioni naturali non possono essere una scusa per un'apertura sottotono. Se in qualche modo da Vason a Vaneze si regge (ma la pista Rocce Rosse, che dovrebbe essere il fiore all'occhiello della stazione, è più chiusa che aperta), sono soprattutto le Viote a soffrire, tra le aree più apprezzate paesaggisticamente e per la pratica degli sci stretti.

 

Le Alpi sono una sentinella molto sensibile a questi cambiamenti climatici in atto: un caso emblematico è la Marmolada, dove la pratica dello sci estivo è stato messo al bando ormai un decennio fa, uscito di scena nel 2007.  Nel 2008 era stato il turno del Presena e nel 2013 alla Val Senales. Negli ultimi dieci anni il mercato è cambiato e tante rinomate località hanno dovuto alzare bandiera bianca per preservare i ghiacciai.

 

Si stima che il costo per innevare artificialmente le piste si aggiri intorno al mezzo miliardo di euro nell'arco alpino. E si deve lottare tra il turismo bianco tra indotto, posti di lavoro e presidio del territorio. Il Trentino non sembra affrontare un discorso sul futuro che preveda un modello diverso e non restano molti anni (ancora) per decidere se e come rivedere il sistema nella sua interezza. Qualcosa sembra muoversi solo in Paganella e val di Sole, che qualche evento a proposito in agenda l'hanno previsto.

 

Nel frattempo sul versante meridionale del Baldo, quest'anno, non si scia. Le piste di Novezzafrazione a 1.480 metri, non sono aperte, e non apriranno. La stazione sciistica, aperta nel gennaio 2014, scopre la crisi del settimo anno, complici anche le avare precipitazioni della stagione scorsa, mentre ora la neve c'è ma i costi di gestione impongono lo stop, come riporta l'Arena

 

E' una corsa tra cambiamenti climatici e tecnologia, cannoni sempre più potenti e efficienti in grado di produrre neve anche a temperature più alte e riuscire a garantire la sciabilità, mentre gli studi e le previsioni indicano che nel 2080 la quota neve per la pratica sportiva si dovrebbe attestare attorno ai 2.200 metri. Una previsione che riguarda la Svizzera, mentre sui nostri versanti questo potrebbe verificarsi già prima del 2050.

 

E trent'anni sono pochi per rivedere i piani e affrontare le criticità, si dovrebbe partire fin da subito a ideare qualcosa di nuovo, anche per occupare un segmento di mercato e diventare leader nel settore, senza dover sempre rincorrere altri competitor che si sono mossi e si stanno muovendo più velocemente. Il Bondone ha lanciato il primo impianto, lo slittone Graffer nel dopoguerra, potrebbe diventare nuovamente capofila. 

 

Non solo, si dovrebbe tenere anche in debita considerazione che i trend indicano che i turisti italiani sono meno propensi a sciare, si concedono un paio d'ore di serpentine e poi centri benessere degli hotel, piuttosto che un giro in qualche paese o città. Resiste la clientela straniera che in diversi periodi della stagione, complici anche la disposizione diversa delle vacanze, tengono in piedi le località e trascorrono praticamente le giornate in pista.

 

Ma la decisione deve essere politica. L'amministrazione comunale, la prossima in quanto questa è agli sgoccioli, dovrebbe già definire nei primi cento giorni della nuova consiliatura il futuro del Bondone. Si vuole puntare sulla neve così come adesso senza porsi grandi interrogativi? Bene, il bacino è forse l'unica soluzione (e si deve necessariamente prestare attenzione all'area protetta), insieme al grande impianto da Trento.

 

E' anche praticamente scritto nel masterplan di sviluppo, voluto su spinta del consigliere Dario Maestranzi, che riporta soluzioni prevedibili e il respiro, corto, fino al 2035 anche se spiega che "Per l’identità sciistica del Monte Bondone è inoltre necessario tenere in considerazione gli importanti cambiamenti climatici in atto e valutare quindi con attenzione la necessità di anticipare un cambio di prospettiva dell’offerta turistica".

 

Diversamente, meglio dirottare le risorse per il laghetto per cambiare strategie e visione. Sono entrambe scelte legittime, ma forse è necessario uscire dalla confusione e dalle discussioni e prendere una strada: se è ''No'' al bacino artificiale alle Viote, serve un piano "B" per superare i tempi della contrarietà e basta. Fermo restando che un intervento non escluderebbe l'altro, il bacino per respirare, intanto, una decina di anni e contemporaneamente tracciare il futuro. Una discussione, quest'ultima, che non sembra all'ordine del giorno.

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