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“Troppi cervi”, Belluno vuole l’abbattimento di 3.324 esemplari, compresi piccoli e femmine: “Danneggiano l’agricoltura e rendono pericolose le strade”

È stato calcolato che nella sola provincia di Belluno ci sono almeno 40mila ungulati, troppi per cacciatori e agricoltori, tanto che la politica ha deciso di intervenire aumentando del 20% gli abbattimenti, compresi piccoli e femmine. Il biologo: “Il problema c'è e non si tratta solo di agricoltura, la sovrabbondanza di cervi può danneggiare l’ecosistema boschivo mettendo in pericolo altri animali”

Di Rebecca Franzin - 18 luglio 2020 - 16:36

BELLUNO. In questi giorni la provincia di Belluno ha approvato il nuovo calendario venatorio, stilato con la collaborazione di agricoltori, cacciatori e ambientalisti. Il calendario è il principale strumento con il quale la Provincia di Belluno controlla autonomamente caccia e pesca: anche quest’anno è stata autorizzata l’apertura anticipata della caccia al cervo, prevista subito dopo Ferragosto, consentendo l’abbattimento di femmine e piccoli. “L’obiettivo – ha dichiarato il consigliere provinciale Franco De Bon – è di riequilibrare la popolazione e far fronte a quella che è “una vera e propria emergenza, per l’agricoltura e non solo”.

 

Nel 2019 erano stati abbattuti 2.673 cervi, quasi il 91% degli esemplari consentiti dal piano di abbattimento, mentre quest’anno il numero salirà a 3.324, con un aumento del 20% autorizzato dall’Ispra, l’ente di riferimento per la gestione della fauna. Secondo le stime dell’anno scorso (che non tengono in considerazione il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi), nella Provincia di Belluno c’erano circa 40mila esemplari di ungulati: 10.400 cervi, 2.400 mufloni e 7.250 camosci, più la crescente popolazione di cinghiali. Per questi ultimi addirittura si prevede l’eradicazione, dato il crescente tasso di riproduzione e gli ingenti danni a campi e i rischi connessi agli incidenti stradali. “Per gli agricoltori questo è un momento difficile – ha detto Michele Nenz della Coldiretti di Belluno – nella parte alta della provincia i maggiori danni derivano dal cervo, nella parte bassa abbiamo invece contemporaneamente cervi e cinghiali”.

 

In questi ultimi anni il numero degli ungulati non ha accennato a diminuire e per questo i cacciatori ritengono di dover fungere da riequilibratore della fauna selvatica, controllando le specie in aumento. Secondo Enrico Ferraro, biologo e conoscitore del territorio bellunese, negli ultimi anni l’incremento della popolazione dei cervi è stato continuo e notevole, nonostante i prelievi. “Nel 2019 i censimenti contavano circa 10.400 esemplari, ma questo numero è sottostimato, in alcune zone anche fino al 40%. Inoltre i censimenti vengono fatti prima del periodo dei parti, e se contiamo che più della metà degli esemplari sono femmine e di queste il 60% partorisce, il numero ovviamente aumenta”.

 

Nemmeno il ritorno del lupo sembra aver arrestato l’espansione degli ungulati: “Chiaramente i predatori naturali possono incidere – prosegue Ferraro – e il numero di cervi potrebbe ridursi ma è improbabile che i carnivori da soli bastino per riportare la situazione in equilibrio”. La questione è complessa, come spiega l’esperto, tutte le popolazioni di ungulati quando raggiungono una certa densità tendono a ridurre l’attività produttiva (che comunque non è detto sia compatibile con quella di un ambiente fortemente antropizzato). D’altro canto quando arriva un predatore (sia esso naturale o l’uomo) le popolazioni predate tendono ad aumentare la riproduttività quindi si può addirittura scatenare l’effetto opposto a quello desiderato.

 

Ad ogni modo anche Ferraro sottolinea il fatto che la sovrabbondanza di cervi possa danneggiare l’ecosistema boschivo mettendo in pericolo altri animali: “Per esempio la densità di cervi ha annullato il rinnovamento del bosco del Cansiglio e di questo ne risentono le piante e di conseguenza la fauna che se ne nutre”. Pure in Trentino i cervi sta creando dei problemi simili, anche se la popolazione è inferiore a quella del Veneto. “In alcune aree a Primiero il mirtillo non frutta più perché viene brucato prima: gli animali che si nutrono di piante di sottobosco ne risentono”.

 

Insomma una questione complessa che va affrontata dal giusto punto di vista: “Quando si parla di caccia c'è sempre una fazione pro e una contro, ma il problema c'è, ed è oggettivo. Non si tratta solo di agricoltura – conclude Ferraro – il rischio di investire i cervi è reale. Anche prestando la massima attenzione sulle strade, investire un cervo, seppur a bassa velocità, può avere conseguenza drammatiche per gli automobilisti”. Trovare la soluzione non è semplice, a maggior ragione quando le istanze e le sensibilità sono molto diverse, in questo la politica deve saper mediare per tutelare il delicato equilibrio di un ecosistema troppo spesso minacciato.  

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