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Dai pioppi alti 30 metri al raro picchio cenerino: l’atipica oasi naturale del bosco della Marchesa a Denno è “un bosco di valore”

Il naturalista Luigi Marchesi definisce il bosco della Marchesa un’oasi naturale con una flora e una fauna atipici per la Val di Non. Il “boschetto monumentale” potrebbe essere eliminato però per lasciare spazio all’agricoltura: “È un luogo particolarmente ricco di animali e di fascino, oltre che elemento ambientale sempre più importante nel conferire unicità al paesaggio”

Di Francesca Cristoforetti - 07 dicembre 2021 - 19:20

DENNO. Non si arrendono i difensori del bosco della Marchesa, la piccola oasi naturale nel mezzo di un'area dedicata all'agricoltura, in particolare di meleti, di cui si è parlato tanto negli ultimi tre anni. Il naturalista Luigi Marchesi che si occupa della conservazione della biodiversità forestale, si è espresso riguardo al valore del luogo.

 

“Sono venuto a conoscenza dalla stampa che questo piccolo “boschetto monumentale” potrebbe essere eliminato per lasciare spazio all’agricoltura – scrive nella sua lettera – tutto ciò che è meleto era bosco un tempo, quindi perché spendere ancora due frasi per questo piccolo luogo? Nessuna legge penso possa impedire di cancellare tutto questo, il luogo è privato e se è arrivato integro fino ai nostri giorni lo si deve proprio ai proprietari che, dalla nascita fino ad oggi, lo hanno mantenuto. Una condizione condivisa con la maggior parte dei boschi nonesi di elevato valore ecologico, che appunto si ritrova come ‘residuo’ di qualche proprietà nobiliare, basti pensare ai casi più ‘famosi’ dei boschi circostanti Castel Thun, Cles, Mechel, Castelfondo e Bragher, solo per citare i più noti. Credo solo che il Bosco della Marchesa sia un luogo particolarmente ricco di animali e di fascino, oltre che elemento ambientale sempre più importante nel conferire unicità al paesaggio di Denno”.

 

È stato infatti minacciato più volte di voler prosciugare il laghetto al suo interno, una proposta a cui si sono sempre fermamente opposti, insieme a alcuni cittadini, Ivana Merlo, l’avvocato Francesco Di Lauro e il Wwf. Lo specchio d’acqua infatti era stato definito “una pozza maleodorante e piena di zanzare” nella petizione firmata da un’ottantina di cittadini che chiedevano di prosciugarlo.

 

“Certamente il nostro ‘occhio verde’, il bosco della Marchesa, non è privo di problematiche ambientali – prosegue Marchesi – non è una foresta vergine, non è tantissime cose. Però è un piccolo pezzo di natura rigogliosa, ospita animali non comuni e nella monumentalità dei pioppi risiede forse l’anima del luogo”.

 

I maestosi pioppi di “diametro superiore al metro, altezza che sfiora i 30 metri, chiome imponenti”, che ospitano diverse specie di Picidi, soprattutto picchio rosso maggiore, picchio verde e il raro picchio cenerino, hanno attirato l’attenzione dell’ornitologo, proprio per la “situazione assolutamente atipica per il contesto forestale dell’intera Val di Non”.

 

Questa piccola oasi presenta una flora e una fauna che rappresentano importanti bioindicatori, una sorta di “termometro ambientale della sostenibilità dei trattamenti in agricoltura: che sia ora popolato da creature sensibili che compiono l’intero ciclo riproduttivo in acqua deve essere visto come un bel messaggio anche per il mondo agricolo, troppo spesso considerato, soprattutto nei contesti agricoli intensivi, come principale antagonista della natura”. Perciò questo bosco va considerato di valore, perché anche se “può essere anche di dimensioni ridotte, quel che conta è l’estensione e la composizione dell’ecotono e non la superficie”.

 

Di seguito viene riportato il testo integrale della lettera di Marchesi:

 

Un giorno, nel 1948, un signore, dopo aver assistito all’abbattimento di alcuni grandi pioppi che formavano un filare che donava monumentalità a una via di Denno (Val di Non), decise di raccogliere alcuni “getti” e di ripiantarli nei pressi di una raccolta d’acqua. Nel frattempo tutto attorno il paesaggio attuale andava componendosi, tramite la rimozione dei vecchi gelsi, forse simbolo di una economia, quella della seta, certo a tratti fallimentare. Ma, con l’avvento della coltivazione del pero e del melo, si andava concretizzando il vero riscatto economico della locale popolazione contadina. Ora tutto è diverso, è rimasto solo il melo con le sue innumerevoli varietà, mentre attorno, dove la morfologia del terreno non permette l’agricoltura e quindi soprattutto lungo le forre, i boschi sono cresciuti, a tratti indisturbati, in qualche caso addirittura dimenticati dall’uomo.

In questi boschi lavoro come ornitologo per rilevare e preservare gli alberi che hanno cavità nido realizzate dai picchi, in quanto sono luoghi fondamentali per l’intera comunità biologica tra cui specie animali particolarmente tutelate dalla Comunità Europea (i più conosciuti sono il Picchio nero, il Picchio cenerino, la Civetta nana e la Civetta capogrosso). Passando nei pressi di Denno ho visto questo piccolo strano boschetto quasi circolare, dentro il quale era presente una sorta di occhio verde turchese, poi rivelatosi uno stagno ricoperto di lenticchie d’acqua.

 

Ma sono quegli enormi pioppi ad attirare la mia attenzione: diametro superiore al metro, altezza che sfiora i 30 metri, chiome imponenti, decisamente una situazione assolutamente atipica per il contesto forestale dell’intera Val di Non. Si tratta proprio dei pioppi neri piantati nel lontano 1948 dal “tuttofare” della famiglia Caffo (detto il “famei”, oggi quasi novantenne), proprietaria di vasti possedimenti, radicati ancora lì con quella voglia di vivere che li ha portati a correre verso la luce salvifica, posta qualche centimetro sopra la chioma del vicino, diretto competitore arboreo. Sono molto vitali, certo, ma sono ormai in età avanzata; infatti vivono poco per un albero, circa 100 anni i più fortunati, comunque sono fondamentali perchè preparano la strada (e il terreno soprattutto) ad altre specie arboree più esigenti e longeve. A una osservazione più attenta poi i tronchi di questi alberi sono forati da diverse specie di Picidi, soprattutto Picchio rosso maggiore, Picchio verde e il raro Picchio cenerino; attorno si odono i richiami dell’Upupa, del Torcicollo e del Picchio muratore, uccelli che si riproducono regolarmente nelle cavità realizzate dai picchi.

 

Oltre ai pioppi, da cui è partito il racconto, sono presenti altre latifoglie “autoctone”, tra cui querce, carpino bianco e salici di varie specie; l’assenza della robinia e di altre specie alloctone, oltre a essere una felice eccezione in situazioni di questo tipo, da un lato dimostra che per alcuni decenni questo micro cosmo è rimasto privo di azioni gestionali impattanti, dall’altra che probabilmente i frequenti cambi del livello idrico dello stagno hanno “contro-selezionato” le robinie, di fatto annegandole, favorendo probabilmente, a causa di dinamiche differenti, l’insediamento di alcune specie di Anfibi e di libellule; anche quest’ultimo fattore non è da sottovalutare, perché trattandosi di bioindicatori in qualche modo il nostro “occhio verde” potrebbe essere considerato come un termometro ambientale della sostenibilità dei trattamenti in agricoltura: che sia ora popolato da creature sensibili che compiono l’intero ciclo riproduttivo in acqua deve essere visto come un bel messaggio anche per il mondo agricolo, troppo spesso considerato, soprattutto nei contesti agricoli intensivi, come principale antagonista della natura.

 

A causa della morfologia della Val di Non c’è grande interazione, dal punto di vista faunistico, tra i meleti e le zone forestali circostanti, e gli studi dimostrano che è in corrispondenza del margine tra meleto e bosco (la fascia “ecotonale”) che si ritrovano i livelli di biodiversità più elevati. Quindi un bosco di valore può essere anche di dimensioni ridotte, quel che conta è l’estensione e la composizione dell’ecotono e non la superficie. La localizzazione, entro l’abitato di Denno, fa pensare a un luogo idoneo allo svolgimento di attività didattiche e di ricerca, in relazione al rapporto tra ecosistema agricolo e forestale, ma anche a temi più “classici” per le scuole, quali percorsi su fitodepurazione, bioindicatori e metamorfosi ecc, tutti temi che dagli anni novanta hanno “formato” conoscenze e sensibilità di piccole schiere di naturalisti in tutto il mondo.

Certamente il nostro “occhio verde”, il bosco della Marchesa, non è privo di problematiche ambientali, non è una foresta vergine, non è tantissime cose. Però è un piccolo pezzo di natura rigogliosa, ospita animali non comuni e nella monumentalità dei pioppi risiede forse l’anima del luogo.

 

Sono venuto a conoscenza dalla stampa che questo piccolo “boschetto monumentale” potrebbe essere eliminato per lasciare spazio all’agricoltura; tutto ciò che è meleto era bosco un tempo, quindi perché spendere ancora due frasi per questo piccolo luogo? Nessuna legge penso possa impedire di cancellare tutto questo, il luogo è privato e se è arrivato integro fino ai nostri giorni lo si deve proprio ai proprietari che, dalla nascita fino ad oggi, lo hanno mantenuto. Una condizione condivisa con la maggior parte dei boschi nonesi di elevato valore ecologico, che appunto si ritrova come “residuo” di qualche proprietà nobiliare, basti pensare ai casi più “famosi” dei boschi circostanti Castel Thun, Cles, Mechel, Castelfondo e Bragher, solo per citare i più noti. Credo solo che il Bosco della Marchesa sia un luogo particolarmente ricco di animali e di fascino, oltre che elemento ambientale sempre più importante nel conferire unicità al paesaggio di Denno.

 

Se non potrà sopravvivere resterà nella memoria di chi lo ha piantato, di chi ne ha goduto l’avvicendarsi delle stagioni e nelle menti dei bambini che hanno giocato, in autunno, con i colori delle sue foglie. Rimarranno anche le misure, in un database, delle variabili dei pioppi, con le foto dei nidi dei picchi, unico ricordo di un piccolo boschetto monumentale, nato quasi per caso, nel 1948.

 

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