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La pastora che vive in mezzo ai lupi: “Non sono dei killer ma solo animali molto furbi e opportunisti, con uno sforzo collettivo la convivenza è possibile”

La storia dell’imprenditrice che ha scelto di allevare una razza di pecore in via d’estinzione ma per farlo ha dovuto imparare a convivere con i lupi: “Mio nonno mi diceva ‘il cane buono non è quello che ammazza i lupi ma quello che riporta le pecore a casa’ anche perché un altro detto recita che quando ammazzi un lupo al funerale se ne presentono due”

Di Tiziano Grottolo - 28 gennaio 2021 - 11:01

USSITA (MC). “In una notte i lupi mi hanno ucciso 6 animali, lì, per lì il mio primo sentimento è stato lo stesso di tanti colleghi e mi sono arrabbiata. Me la sono presa con il lupo. Poi ho capito che stavo sbagliando”. A raccontare a Il Dolomiti questa storia è Silvia Bonomi una pastora che alleva pecore nel Comune di Ussita, in Provincia di Macerata nella Marche. Non un posto qualunque perché il suo allevamento si trova nel cuore del Parco nazionale dei monti Sibillini un’area che è conosciuta per essere la casa del lupo.

 

Secondo una stima condotta nel 2020 all’intero del parco vivono almeno 12 branchi con un numero che oscilla fra 51 e i 63 esemplari. Per fare un paragone l’ultimo dato disponibile per il Trentino parla di 13 branchi, per alcuni di questi però i rispettivi home range hanno interessato solo in parte il territorio provinciale. In altre parole entro i confini del parco marchigiano, in un’area 9 volte meno estesa del Trentino, convivono più lupi che in tutta la Provincia autonoma.

 

Nel 2009 – ricorda Bonomi – ho iniziato ad allevare la Sopravissana una razza di pecore a rischio estinzione, originaria di queste zone, nel tempo decaduta perché considerata improduttiva per quanto riguarda latte e carne anche se produce una lana particolarissima”. Così, per seguire la sua passione, si è trasferita da Roma nelle Marche dove ha impiantato il suo allevamento recuperando i pochi capi rimasti e selezionando geneticamente i migliori per ricostituire la razza. Come spiega la donna tutto è iniziato in maniera un po’ amatoriale fino a diventare una vera e propria attività che oggi può contare su circa 150 capi. La sfida con il lupo però è iniziata fin da subito, una presenza che si è fatta sentire e in un primo momento ha lasciato tanta rabbia e frustrazione.

 

 

“Per fortuna in quel momento non ho trovato nessuno che mi facesse la morale spiegandomi cosa dovevo o non dovevo fare, credo che un allevatore quando subisce una predazione vada lasciato per un po’ nella sua bolla personale. Dopo la frustrazione infatti è iniziata a subentrare la consapevolezza che quello che si ha di fronte non è un serial killer ma un animale con il quale, per quanto furbo e opportunista, è possibile convivere, in fondo i lupi erano qui prima di me”. Per trovare una soluzione Bonomi ha attinto alla saggezza popolare cercando di far tesoro delle esperienze del nonno, anche lui pastore. “Se ci riusciva lui nel 1939 in teoria dovremmo farcela anche noi che possiamo contare anche su una tecnologia che al tempo non esisteva”.

 

Così è stato perché Bonomi ha scelto di puntare “sull’arma” storica degli allevatori: il pastore abruzzese. “Il primo tentativo di proteggere il gregge solo con le reti elettrificate è stato un disastro, una pecora è stata sbranata mentre un’altra è rimasta strangolata dalla stessa recinzione che doveva proteggerla”. Con i cani da guardiania all’interno del recinto però la musica è cambiata: “Anche se ora ho più pecore i cani le hanno protette. Attorno a me vivono tre branchi di lupi uno composto da una quindicina di esemplari che sono sempre stati tenuti alla larga dai cani”. Oggi a difendere l’allevamento ci sono 8 pastori abruzzesi. In questa fase l’imprenditrice ha tenuto a mente un consiglio del nonno che diceva “il cane buono non è quello che ammazza i lupi ma quello che riporta le pecore a casa”, anche perché un secondo detto recita: “Quando ammazzi un lupo al funerale se ne presentono due”.

 

I lupi però sono animali intelligenti e dopo aver capito che non potevano raggiungere le pecore hanno puntato gli asini: “La mia soluzione è stata quella di mettere i cani anche dentro il recinto con degli asini”. Molte aziende come quella di Bonomi si servono degli asini per la ripulitura ma nessuna di queste aveva dei cani da guardiania e così sono state prese di mira dai lupi. La località si chiama Vallestretta, un nome che non ha bisogno di spiegazioni, con molti allevamenti che si trovano a poca distanza gli uni dagli altri: in un solo mese i lupi hanno sbranato 3 asini e 2 cavalle e una bovina. “È successo lo scorso novembre quando si dice che i lupi insegnino ai piccoli a cacciare, una fase in cui non dovrebbero riuscire assolutamente a predare un domestico altrimenti poi si abituano”.

 

 

Grazie alla buona guardia dei cani, aiutati dalle recinzioni elettrificate, l’allevamento di Bonomi non è stato visitato dai lupi. “Per me i pastori abruzzesi sono stata la soluzione ideale, sono contraria agli abbattimenti in generale, senza contare che se uccidi un lupo c’è il rischio di destrutturare il branco trovandoti ad affrontare più problemi. Poi è vero che i cani non sono una soluzione universale adattabile a qualsiasi contesto”. Per esempio i pastori abruzzesi non sono adatti in tutti i contesti, soprattutto in quelli molto troppo frequentati dai turisti che spesso attraversano incautamente i pascoli senza tenere i propri cani al guinzaglio. Per l’allevatrice è importante essere onesti con gli altri pastori e le soluzioni non vanno imposte ma è solo attraverso uno sforzo collettivo che si può arrivare alla convivenza.

 

La sua esperienza parla per lei, da un po’ di tempo i suoi cani sono molto apprezzati un esemplare è stato regalato a un pastore della Lessinia e ci sono già altre richieste. Poi c’è un risultato che per un allevatore non ha prezzo: “Sono tornata a dormire la notte. Se un pastore può dormire tranquillo senza avere perdite allora accetta ma bisogna trovare per ciascuno le misure più congeniali all’azienda e al territorio”. Esplorando nuove soluzioni, come quella di mettere i cani a guardia degli asini è stato possibile avere delle sorprese: “Hanno iniziato a interagire e i cuccioli giocano assieme. Quando un cane adulto dà l’allarme gli asini si radunano nel triangolo più interno, si fidano, è impressionante”.

 

È anche grazie ad allevatori come Bonomi se nel tempo è stato possibile fare dei passi avanti, all’interno del parco i pastori non parlano più del bracconaggio come di una possibile soluzione: “Hanno capito i danni che si possono venire a creare. Personalmente credo che il lupo sia l’animale simbolo dell’Appennino e in questa fase è  in espansione, ciò che dobbiamo fare e trovare la maniera di collaborare, allevatori, studiosi, istituzioni e anche turisti affinché la natura faccia il suo corso regolare. Il controllo numerico sul lupo – osserva Bonomi – lo può fare il pastore proteggendo i domestici”.

 

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