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| 18 mar 2021 | 10:35

Un mese di neve in meno dagli anni settanta, il pesante effetto dei cambiamenti climatici sull'arco alpino

Cinquant'anni di dati sulla neve provenienti da oltre duemila stazioni di rilevamento sono entrati a far parte dello studio di Eurac Research sulla copertura nevosa. Il ricercatore Metiu: "È chiaro che la neve si scioglie prima e più velocemente a causa delle temperature più alte e che le precipitazioni si manifestano sotto forma di pioggia anziché di neve"

Un mese di neve in meno dagli anni settanta, il pesante effetto dei cambiamenti climatici sull'arco alpino
di Mattia Sartori

TRENTO. La neve è parte fondamentale dell’ecosistema alpino. Funge da riserva d’acqua durante l‘inverno, per poi sciogliersi in primavera ed estate, quando viene usata per l’agricoltura e per generare energia idroelettrica. Inoltre rifornisce le falde acquifere ed è strettamente legata alla sopravvivenza della flora e della fauna locale. Come se non bastasse negli anni è diventata anche una fonte di introiti per le comunità alpine, attraendo i turisti sulle nostre montagne anche nel periodo invernale.

 

Purtroppo la neve sta soffrendo molto gli effetti del cambiamento climatico. Uno studio condotto da Eurac Research sui dati raccolti da oltre duemila stazioni di rilevazione descrive in modo attendibile l’andamento della neve fino a duemila metri di quota. L’analisi, effettuata da oltre trenta scienziati, abbraccia un periodo di cinquant’anni e si estende a tutti i Paesi alpini (Italia, Austria, Slovenia, Germania, Svizzera e Francia).

 

“Questo studio analizza per la prima volta in modo quantitativo la copertura nevosa nell’arco alpino. Mostra la distribuzione della neve che, abbiamo visto, riflette in modo accurato le grandi zone climatiche delle Alpi e cosa è cambiato negli ultimi cinquant’anni”, spiega Michael Matiu, ricercatore dell’Istituto per l’osservazione della Terra di Eurac Research, autore insieme alla collega Alice Crespi dello studio finanziato dall’Unione europea.

 

I dati raccolti mostrano una situazione preoccupante, con una sostanziale diminuzione della neve sotto ai duemila metri. Sebbene le tendenze regionali differiscano anche in modo considerevole (per esempio nelle Alpi settentrionali l’altezza della neve rimane maggiore rispetto a quelle meridionali per la maggior parte dell’anno), sul lungo periodo i cambiamenti sono simili in tutta la regione alpina.

 

Secondo Eurac Research infatti gli anni settanta e ottanta sono stati particolarmente nevosi, seguiti da una fase poco nevosa negli anni novanta. Da allora l’altezza della neve è parzialmente aumentata di nuovo, ma non è mai riuscita a raggiungere nuovamente i livelli degli anni settanta. Inoltre in primavera c’è meno neve ovunque, come sottolinea Crespi: “Mentre in inverno si nota un ampio ventaglio di variazioni a seconda del luogo e dell’altitudine, anche con isolati aumenti della neve soprattutto a quote più elevate, in primavera quasi tutte le stazioni hanno registrato diminuzioni”.

 

La stagione della neve si è ridotta in media tra i 22 e i 34 giorni nel corso degli ultimi cinquant’anni: la neve al suolo si presenta sempre più tardi in inverno e scompare sempre più tardi in primavera. Un risultato disastroso non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia, che viene quindi privata di un mese di introiti provenienti dal turismo. Come spiega Matiu questo è un effetto diretto del cambiamento climatico: “In questo studio non abbiamo esaminato esplicitamente le correlazioni, ma è chiaro che la neve si scioglie prima e più velocemente a causa delle temperature più alte e che le precipitazioni si manifestano sotto forma di pioggia anziché di neve”.  

 

Lo studio completo è stato pubblicato sulla rivista scientifica The Cryosphere perché sia a disposizione di tutta la comunità scientifica. Gli autori sperano che possa essere arricchito da studi futuri.

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