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Con questo riscaldamento globale, niente più neve sotto ai 1500 metri. Tra le incognite sullo sci e gli effetti su uomo e ambiente, qual è il futuro delle nostre montagne?

L'inverno di quest'anno si è caratterizzato per nevicate eccezionali in Alto Adige, ben 4 volte al di sopra della media. Eppure il trend di questi ultimi anni va in direzione opposta, mettendo in discussione il futuro dell'ambiente e dell'economia invernale

Foto di Thomas Bresson
Di Davide Leveghi - 03 marzo 2021 - 10:19

BOLZANO. L'inverno che volge al termine in questi giorni sarà ricordato per le abbondanti nevicate avvenute tra dicembre e gennaio. L'Alto Adige ha infatti registrato un accumulo di neve che ha superato di quattro volte la media degli ultimi anni. Una media che comunque soffre non poco gli effetti del riscaldamento globale.

 

Gli studi, condotti anche in Alto Adige, dimostrano infatti una tendenza alla diminuzione delle nevicate per cause connesse ai cambiamenti climatici. A illustrare le ricerche più recenti sul caso altoatesino e alpino ci ha pensato il matematico di Eurac Research Michael Matiu, che grazie all'analisi dei dati delle 28 stazioni meteorologiche della provincia, raccolti dal 1981, ha cercato di tracciare delle previsioni sul futuro.

 

Analizzando le serie storiche, infatti, si osserva che nei mesi da dicembre a marzo la neve sia diminuita specialmente al di sotto dei 1500 metri, mentre tra i 1500 e i 2000 i dati appaiono più equilibrati. Nei mesi a fine stagione il saldo è negativo in ogni luogo della provincia: nel solo mese di aprile, sotto ai 1500 metri, non c'è praticamente più neve, nemmeno in località come Sesto o Pennes, dove fino a 40 anni fa era normale averne oltre 20 centimetri ancora all'inizio della primavera.

 

I cambiamenti registrati in Alto Adige non sono d'altronde fatto limitato a questo territorio. In tutto il versante sud delle Alpi, infatti, da sempre nevica il 20/30% in meno di quanto non nevichi sul versante nord e dagli anni '70 il trend appare in continuo peggioramento, almeno fino ai 2000 metri. Al di sopra di questa quota, le valutazioni appaiono più complicate, essendo anche meno le stazioni meteorologiche.

 

A determinare la diminuzione di precipitazioni nevose, sia in autunno che in primavera, è il riscaldamento globale, che senza freno porterà all'acuirsi dei fenomeni. In autunno le nevicate arriveranno dunque sempre più tardi, mentre in primavera smetteranno sempre prima, così come prima avverrà lo scioglimento. Entro la fine del secolo, le condizioni della neve a 2000 metri corrisponderanno a quelle che si trovano oggi a 1000-1500 metri, con uno scarto di quota di 500-1000 metri. Contenendo il riscaldamento globale entro i 2º, invece, questo scarto dovrebbe ridursi a 250-500 metri.

 

Se è vero che per il futuro dobbiamo aspettarci in media meno neve, è vero anche che le nevicate estreme non scompariranno”, sottolinea il ricercatore dell'Istituto per l'osservazione delle Terre di Eurac Research e autore principale del dossier Michael Matiu. E in generale, il riscaldamento globale tenderà sempre più a rendere maggiormente intensi i fenomeni.

 

Per effetto dei cambiamenti climatici aria e acqua si scaldano e l'aria assorbe più umidità. In questo modo può piovere o nevicare in maniera più intensa, appunto. Con i modelli climatici a disposizione, nondimeno, è difficile fare previsioni sull'entità dei rischi che correremo, come ad esempio cadute di alberi, blackout, frane e slavine.

 

Tra le incognite aperte da questi scenari c'è sicuramente il futuro dell'industria dello sci. Risposte più precise riguardo all'orizzonte che attende il settore possono arrivare solo da modelli che tengono conto delle caratteristiche climatiche e topografiche delle singole località, perché clima e neve in montagna variano molto.

 

Quello che già si può dire è che comunque la stagione sciistica, così come la conosciamo, potrà difficilmente essere garantita in futuro. I comprensori a quote più basse potrebbero non essere più convenienti per il consumo sempre maggiore di energia e acqua, decisive per il funzionamento degli impianti di innevamento. Non solo, i cambiamenti climatici rendono più rare anche le condizioni meteorologiche necessarie per innevare artificialmente e questo potrebbe mettere a repentaglio perfino la stagione natalizia.

 

Per questo gli operatori contano sul progresso tecnologico e sperano in impianti sempre più efficienti, oltre che in sistemi di previsione più accurati per scegliere il momento ottimale per l'innevamento. Oltre all'impianto sul settore turistico, con i suoi posti di lavoro, non si può non calcolare che la neve è un fondamentale serbatoio di acqua.

 

Si riempie in inverno, quando la vegetazione ne ha bisogno, e rilascia acqua in primavera ed estate, quando sia la natura che l'agricoltura ne hanno più bisogno. Meno neve che si sciogli prima equivale pertanto a siccità nelle stagioni più calde, sia in Alto Adige che a valle. Chi amministra le risorse idriche dovrà quindi concentrarsi su una gestione integrata che tenga conto di tutte le parti interessate, per evitare conflitti.

 

 

 

 

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