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Il cambiamento climatico crea laghi sopraglaciali in Lombardia: ''In Trentino la fusione dei ghiacciai lascerà senz’acqua i rifugi e causerà l’estinzione di alcune specie''

Nella nostra provincia non sembrano ancora essere stati registrati fenomeni di fusione veloce che porta alla creazione di piccoli laghi sopraglaciali ma i dati raccolti da Sat, Meteotrentino e Muse preoccupano sulla salute dei ghiacciai: ""Se prima si trovavano spessori fino a 4 o 5 metri, quest’anno abbiamo trovato solo un paio di metri di neve"

Di Sara De Pascale - 26 maggio 2022 - 12:57

TRENTO. Il cambiamento climatico, a differenza di quanto pensano i più, non è l’unico responsabile della fusione dei ghiacciai (coautori ne sono infatti anche le condizioni metereologiche), ma sta inevitabilmente contribuendo alla creazione di eccezionali fenomeni come i laghi sopraglaciali intercettati in Lombardia dal Servizio glaciologico lombardo e confermati dalle immagini del satellite Sentinel dell’Esa: una notizia raccontata attraverso fotografie condivise stamani sui social.

 

“Piccoli specchi d'acqua del tutto effimeri che si formano in altrettanto piccoli avvallamenti, ma che non costituiscono fenomeni allarmanti (soprattutto per le attività umane) in quanto l’acqua riesce poi a trovare la propria strada", commenta Cristian Ferrari, presidente della Commissione glaciologica della Società degli alpinisti tridentini, intervistato da Il Dolomiti per comprendere al meglio la situazione che riguarda invece il territorio trentino. 

 

Se nella nostra provincia non sembrano tuttavia essere stati registrati “questi fenomeni di fusione veloce”, sono stati invece raccolti dati in collaborazione con Meteotrentino e Muse, che verranno a breve elaborati e presentati alla comunità per narrare una realtà che, sebbene non ancora definita da numeri precisi, anticipa gli effetti che il riscaldamento globale sta continuando a avere su scala locale.

 

A monitorare le nostre distese di ghiaccio montane, che come ricorda Ferrari “sono vive e in continuo movimento (nel corso della storia i ghiacciai si sono sempre ampliati e poi ritratti)”, è anche la Commissione glaciologica della Sat che guarda al Trentino non solo per tutelare questi protagonisti d’alta quota ma anche il fondovalle. 

 

"Possiamo dire che qualitativamente la neve invernale residua su ghiacciaio misurata quest’anno è pari (quasi) alla metà di quella individuata lo scorso anno. Questo a causa delle scarse precipitazioni invernali", sottolinea il presidente: "Se prima si trovavano spessori fino a 4 o 5 metri, quest’anno abbiamo trovato dinanzi a noi solo un paio di metri di neve”.

 

A giustificare la “poca neve” (che presto si trasformerà in acqua) e l’arretramento dei ghiacciai non è tuttavia soltanto il dibattutissimo “clima” (e relativo cambiamento climatico) che presenta “effetti a lungo termine e va osservato nel corso degli anni” ma anche il “meteo che è invece un periodo di tempo (attuale) molto ristretto, osservabile in maniera lampante”.

 

"L’andamento meteorologico restituisce un feedback nel breve periodo – specifica Ferrari - precipitazioni invernali, piogge o ondate di caldo che arrivano fino in quota ci fanno ad esempio intuire che in futuro avremo ghiacciai sempre più scoperti". Ghiacciai che, fondendosi, continueranno (ma non per sempre) a far scendere acqua a valle: “Vedere per esempio le cascate in Val Genova scorrere floride è sicuramente bello per tutti, ma il fatto che i ghiacciai da cui in parte si originano si stiano progressivamente ritirando, significa anche che di acqua ne scenderà sempre meno: il nostro è quindi un bilancio necessariamente negativo”. 

 

"Ci siamo recentemente occupati dei ghiacciai della Marmolada e di quello di La Mare (vicino al Cevedale nel parco dello Stelvio): la situazione è ovunque la stessa e quindi preoccupante. La settimana prossima invece, insieme ai colleghi della Provincia, del Muse e dell’Università di Padova saliremo al Careser, il ghiacciaio delle Alpi italiane che dispone della più lunga serie di dati di bilancio di massa”, precisa Ferrari: “Ogni anno il gruppo di lavoro effettua un bilancio calcolando le variazioni di massa tra neve accumulata e neve e ghiaccio persi per fusione”.

 

Un resoconto realizzato col fine di controllare (e nel tentativo di tutelare) un importante ecosistema che in alcune zone in particolare sta progressivamente svanendo, come nel caso della zona dolomitica del Brenta: “Ciò corrisponde alla perdita della biodiversità, in quanto sparisce l’elemento ghiaccio (che comporta carenza d’acqua in torrenti e fiumi). A soffrirne le conseguenze saranno in particolare alcuni rifugi (anche della Sat) che si approvvigionano a queste fonti”, dichiara Ferrari. 

 

Non soltanto vi sarà quindi una carenza di risorse idriche ma “aumenterà anche il rischio di instabilità idrogeologiche localizzate che potranno incidere sul fondovalle. Anche il permafrost in alta quota (terreno permanentemente congelato, come suggerisce il nome) - aggiunge il presidente della Commissione glaciologica della Sat - si sta modificando e inciderà sulla stabilità del territorio. La sua fusione potrebbe provocare fenomeni di cedimenti che il servizio geologico delle Provincia e alcuni istituti universitari si stanno occupando di monitorare".

 

A risentire delle conseguenze del surriscaldamento globale non sono (e saranno) soltanto ambiente, uomo (e le sue attività) ma anche flora e fauna che, silenziosamente, stanno accusando un duro colpo: “Alcune specie animali, insetti o piante, hanno il loro habitat naturale in prossimità o su questi importanti ecosistemi”, conclude Ferrari: “Con l’arretramento dei ghiacciai il loro habitat si riduce, si modifica, va a sparire o comunque si alza di quota, dove i tempi dei cicli vegetativi e di riproduzione sono più rapidi e difficili da sostenere, portando inevitabilmente queste specie a uno stress che ha come conseguenza estrema il rischio di estinzione di alcuni elementi di questa biodiversità".

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