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| 08 mar 2023 | 14:55

In montagna è sos neve: il 90% delle piste da sci innevato artificialmente. Legambiente: "Consumo d'acqua pari a quello annuo di una città di 1 milione di abitanti”

Presentato a Torino nella mattinata di ieri (7 marzo), nel dossier di Legambiente (Nevediversa 2023) è stato fatto il punto sulla situazione delle terre alte in Italia tra crisi climatica e aumento delle temperature, con una lente sull'ambito del turismo invernale

TRENTO. “In Italia, complice la crisi climatica, è Sos neve. Una neve sempre più rara e sempre più costosa, dato che per compensare la mancanza di quella naturale, l'Italia punta sull'innevamento artificiale, una pratica non sostenibile e alquanto cara sperperando anche soldi pubblici”. È questo in sintesi quanto emerso ieri (7 marzo) nella presentazione del nuovo dossier di Legambiente (“Nevediversa 2023. Il turismo invernale nell'era della crisi climatica”), nel quale è stato fatto il punto sulla situazione delle terre alte in Italia che, tra crisi climatica e aumento delle temperature, si trovano a dover ragionare sul futuro del turismo in quota, oggi sempre più dipendente dall'innevamento artificiale. A livello di dati, viene infatti riportato nel report, il nostro è il Paese alpino dove la pratica è più diffusa: “La percentuale di piste innevate artificialmente in Italia è del 90%, seguono l'Austria con un 70%, la Svizzera con il 50%, la Francia con il 39%. La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%”.

A livello europeo però, dicono gli esperti: “L'innevamento artificiale richiede l'uso di miliardi di litri d'acqua, quantità difficile da calcolare esattamente perché varia di anno in anno e perché non tutti i consumi vengono dichiarati. Dipende dalle temperature: ovviamente più fa caldo e meno sono efficienti gli impianti di innevamento. L'aumento delle temperature riduce il potenziale di innevamento, in quanto temperature elevato e/o elevata umidità relativa inibiscono la produzione di neve. Per i prossimi anni si prevede che nelle Alpi la domanda di acqua per l'innevamento aumenterà notevolmente, dal 50 al 110%. Questi maggiori fabbisogni idrici dovranno essere conteggiati insieme a usi idrici di altri settori, come l'idroelettrico, l'agricoltura, gli usi domestici ed il turismo. Con un clima ancora più caldo, nei prossimi anni andremo incontro a usi plurimi dell'acqua sempre più problematici e conflittuali”. Secondo i dati dell'associazione, il consumo annuo di acqua per l'innevamento artificiale: “Già ora potrebbe raggiungere i 96.840.000 metri cubi, che corrispondono al consumo idrico annuo di una città da un milione di abitanti”.

 

Nel corso della presentazione del dossier, che si è tenuta ieri a Torino, il presidente della Società meteorologica italiana Luca Mercalli (Qui Articolo) ha sottolineano come il 2022 sia stato l'anno più caldo e secco in oltre due secoli in Italia, ed il secondo più caldo in Europa, ma guardando al futuro le previsioni non sono certo rosee. “Non è una novità – ha detto Mercalli – ci troviamo ora nel pieno di quanto era stato ampiamente previsto già un secolo fa. L'incalzare della temperatura è un dato che viviamo quotidianamente”. Insomma se negli anni '80 in Italia la neve artificiale era usata a integrazione delle precipitazioni naturali, si legge ancora nel dossier: “Oggi è considerata un elemento indispensabile per la preparazione delle piste, anche in comprensori sciistici in quota come il Monterosa Ski. Per garantire la neve però occorre avere sempre più acqua a disposizione e gli operatori del settore sono convinti che gli invasi artificiali siano la miglior soluzione”.

 

Proprio su questo fronte, evidenziando come siano “molteplici gli effetti ecologici” degli impianti stessi sul territorio, nel dossier viene riportato anche il numero di bacini artificiali per Regione, ed il Trentino Alto Adige svetta in prima posizione. Sono 59 infatti, secondo Legambiente, i bacini artificiali presenti sul nostro territorio, poco più del 40% del totale nazionale (142 bacini). Al secondo posto la Lombardia, con 17 invasi ed il Piemonte con 16. Come anticipato, per molti l'innevamento artificiale rappresenterebbe la miglior risposta di adattamento ai cambiamenti climatici, ma se le temperature si alzeranno oltre una certa soglia, si legge nel report: “L'innevamento semplicemente non sarà più praticabile se non in spazi molto ristretti di alta quota, in luoghi dove i costi già elevati della neve e della pratica sportiva subiranno incrementi consistenti, tanto da permettere l'accessibilità dello sci alpino unicamente ad una ridotta elite, così come accadeva in passato”. Il tutto senza contare, come anticipato, gli effetti ecologici degli impianti di innevamento: “Da un lato, si devono considerare l'impatto della costruzioni delle opere edili e delle infrastrutture degli impianti di innevamento e, dall'altro, le conseguenze di questa pratica, che non riguardano solo le superfici coperte dalla neve artificiale”.

Legambiente ha poi raccolto anche i dati relativi agli aumenti delle temperature registrati nelle località sciistiche italiane tra gli anni Sessanta ed il periodo 2009-2018. In Trentino per esempio, la crescita maggiore è stata registrata al passo del Tonale (2,9 gradi), seguito da Moena (2,8 gradi), Peio (2,6 gradi) e Pinzolo (2,5 gradi), mentre l'aumento inferiore è stato registra a Bolbeno (1,8 gradi). Spostandosi però in Lombardia l'aumento delle temperature ha sfiorato i 4 gradi centigradi (3,9) ad Aprica, arrivando a +3,7 a Livigno. Una dinamica che, tra le altre, sta portando, dice Legambiente, ad un aumento degli impianti 'dismessi' (che hanno toccato quota 249 in Italia), di quelli temporaneamente chiusi (arrivati a 138) e di quelli sottoposti a 'accannimanto terapeutico', quelli che secondo gli esperti sopravvivono con forti iniezioni di denaro pubblico, arrivati nel 2023 a quota 181. In definitiva Legambiente torna quindi a ribadire: “L'urgenza di ripensare ad un nuovo modello di turismo montano ecosostenibile, partendo da una diversificazione delle attività. Ce lo impone la crisi climatica che avanza e che sta avendo anche pesanti impatti sull'ambiente montano. Di fronte a ciò l'Italia non può più restare miope, ne può pensare di poter inseguire la neve”.

Nella stagione sciistica 2022-2023 tra l'altro: “Per la prima volta nella storia dello sci – dice Legambiente – nel calendario di Coppa del mondo, da inizio stagione fino a fine febbraio 2023, sono state cancellate/rinviate per il comparto maschile 8 gare su 43, il 18,6% del totale. Per il comparto femminile 5 invece le gare cancellate su un totale di 42 (11,9% del totale). Quasi tutte per scarso innevamento e/o temperature elevate”. Le nostre montagne, spiega infatti la responsabile nazionale Alpi dell'associazione Vanda Bonardo: “Stanno cambiando. È la fine di un'epoca, che però deve essere accompagnata da un nuovo modo ecosostenibile di ripensare il turismo insieme ad un nuovo approccio culturale. Per questo è fondamentale sostenere le buone pratiche che si stanno sviluppando nelle nostre montagne”.

 

“La crisi climatica – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – sta accelerando la sua corsa: la fusione repentina dei ghiacciai alpini che raccontiamo con la nostra campagna Carovana dei ghiacciai, l’emergenza siccità mai finita dalla scorsa estate che non sta dando tregua al nostro Paese, l’aumento delle temperature e degli eventi estremi, sono tutti codici rossi e campanelli d’allarme che il nostro pianeta ci sta inviando. Al ministro del Turismo Daniela Santachè, che questo inverno ha avviato un tavolo tecnico per l’emergenza legata alla mancanza di neve in Appennino, torniamo a ribadire che avrebbe più senso investire risorse nell’adattamento e non nell’innevamento artificiale. Con un clima sempre più caldo, nei prossimi anni andremo incontro a usi plurimi dell’acqua sempre più problematici e conflittuali. Per questo è fondamentale che nella lotta alla crisi climatica l’Italia cambi rotta mettendo in campo politiche più ambiziose ed efficaci, aggiornando e approvando entro la fine di marzo il piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, e indirizzando meglio i fondi del Pnrr”.

 

A tre anni dal via delle Olimpiadi 2026, sottolinea in conclusione Legambiente: “Sono diversi i rischi, i ritardi e le ombre all’orizzonte. Se da una parte i cantieri delle infrastrutture considerate essenziali-indifferibili risultano già essere in ritardo, dall’altra parte la costruzione di queste opere sarà soggetta a 'procedure accelerate', rischiando di sacrificare così le necessarie valutazioni sugli impatti ambientali e sanitari. Manca ancora un completo cronoprogramma e questo rende molto difficile stabilire se e quali opere verranno effettivamente concluse in tempo per i giochi olimpici e quali saranno realizzate solamente per 'stralci'”.

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