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Trento
11 luglio | 06:00

"Cinghiali? Non è caccia, è controllo", Rensi: "Arco e frecce già usati in molte regioni. Nel 2027 avremo un centinaio di abilitati". La Cia: "Problema serio"

Le parole di Matteo Rensi, presidente dell'Associazione Cacciatori Trentini: "La caccia al cinghiale è sospesa, non esiste più da anni. In questo caso parliamo infatti di attività di controllo di specie faunistica. Siamo chiamati dalle istituzioni pubbliche a svolgere un servizio nel pieno interesse del territorio e dei suoi abitanti, anche di chi ci critica". Mara Baldo, presidente Cia Trentino: "I cinghiali sono un problema serio, non siamo noi a decidere il 'come' ma il numero di ungulati va contenuto il più possibile" 

(foto sx - Credit: Todd Cromar – Wikimedia Commons)
(foto sx - Credit: Todd Cromar – Wikimedia Commons)

TRENTO. “Su arco, frecce e cinghiali stanno parlando anche in troppi, e spesso a sproposito. Ho letto di tutto, in questi giorni: facciamo un passo indietro, usciamo dai luoghi comuni e dalle semplificazioni e analizziamo la situazione con raziocinio e completezza di informazioni”.

 

Filtra determinazione nelle parole di Matteo Rensi, il presidente dell’Associazione Cacciatori Trentini, che raggiunto telefonicamente da il Dolomiti non si sottrae all’infuocato (e un po’ confuso) dibattito sul tema della caccia al cinghiale con arco e frecce che “debutterà” in Trentino nel 2027.

 

CACCIATORI “CONTROLLORI”

 

“Ecco, partiamo con una premessa – racconta Rensi -; la caccia al cinghiale è sospesa, non esiste più da anni. In questo caso parliamo infatti di attività di controllo di specie faunistica attiva ormai dal 2011, progressivamente modificata ma sempre portata avanti con l’obiettivo di contenere una specie che crea danni significativi all’agricoltura e all’allevamento del territorio”.

 

Insomma, i cacciatori trentini non sono “il problema” ma parte della soluzione: “Siamo chiamati dalle istituzioni pubbliche a svolgere un servizio nel pieno interesse del territorio e dei suoi abitanti. Lo facciamo al meglio delle nostre possibilità all’interno delle norme e delle modalità che ci vengono indicate da esperti e istituzioni”.

 

E tutto sommato la novità dell’arco come strumento per abbattere i cinghiali, spiega Rensi, non è affatto una novità: “L’utilizzo dell’arco come arma per la caccia è previsto dalla legge nazionale del 1992, e nel territorio italiano in quasi tutte le regioni è ammesso il suo utilizzo assieme alla carabina. In alcune regioni è possibile utilizzare arco e frecce anche per attività di controllo, penso alle vicine Veneto e Lombardia tanto per citarne un paio. L’attenzione mediatica rivolta al Trentino in questi giorni la trovo singolare, in fin dei conti si tratta semplicemente di un’altra Provincia che aggiunge l’arco come opzione: non siamo tra le prime, ma tra le ultime a farlo”.

 

“Porto un esempio che credo sia significativo – prosegue il presidente dell’Associazione Cacciatori Trentini -: a partire dal 2015 l’arco è consentito nel Parco Regionale dei Colli Euganei, in Veneto. Un’introduzione suggerita e approvata dall’Ispra, e per di più in un parco. Credo potrebbe bastare questo a dare autorevolezza e solidità scientifica a questa pratica venatoria”.

 

Ispra peraltro si è espressa anche sul caso trentino, identificando l’impiego dell’arco come “un valido mezzo alternativo all'impiego delle armi da fuoco se utilizzato in base a corretti principi e prassi adeguata”.

 

“I prelievi e le azioni di controllo si svolgono prettamente in tarda serata o in orario notturno – riprende Rensi -, quindi non mi si venga a parlare di frecce volanti nei boschi che spaventano i turisti. E poi l’uso dell’arco è legato a distanze estremamente ridotte dall'obiettivo, diciamo tra i 25 e i 50 metri: il cacciatore vede dove tira la freccia”.

 

Sul fronte della letalità, Rensi cita studi e certificazioni arrivate da alcuni poligoni di tiro in territorio nazionale: “Entro i 40-50 metri è stato rilevato che una freccia ha un potere perforante superiore a diversi calibri di carabina. A distanze inferiori, sui 25-30 metri, l’efficacia è ancora maggiore. Gli arcieri lo sanno bene”.

 

L’uso dell’arco peraltro sarà riservato a cacciatori già abilitati per il controllo dei cinghiali (attualmente circa 1.500 in provincia) che dovranno quindi seguire un corso specifico e superare un esame di tiro. “In questi giorni stiamo registrando un buon interesse da parte dei nostri associati: mi sento di pronosticare che l’anno prossimo, se non cambieranno le condizioni, potrebbero essere circa un centinaio i cacciatori iscritti per ottenere l’abilitazione. Anche perché poi c’è un discorso di capacità individuali, conoscenza del mezzo e non ultimo anche di investimento economico”.

 

Dopo che nel 2021 si era raggiunto il picco di circa 1.000 cinghiali prelevati, il dato è calato sensibilmente e nell'anno 2025 – spiega Rensi - il numero si è attestato intorno a quota 500. “È il frutto di un’azione costante di contrasto. Ma l’attenzione deve restare alta: in primo luogo per i danni, non pochi, subiti da agricoltori e allevatori a causa degli ungulati; e poi anche perché il cinghiale è una specie estremamente prolifica. Uso questa immagine provocatoria: se i cacciatori si fermassero, la popolazione esploderebbe in breve tempo, e con effetti deleteri sul benessere di tutti, anche di chi ci critica per partito preso. Noi proviamo a ragionare con serietà e responsabilità: il nostro ruolo è quello di controllori del territorio”.

 

AGRICOLTORI PREOCCUPATI.

 

Se c’è chi chiede ai cacciatori di fermarsi (o di non far arrabbiare il Papa), c’è anche chi si appella alle istituzioni per chiedere misure di contenimento più stringenti ed efficaci, anche contro i cinghiali: è il caso degli agricoltori del territorio che fanno i conti ormai da anni con un crescendo di problemi “innescati” o agevolati dalla presenza degli ungulati in Trentino.

 

“I cinghiali sono un problema – conferma a il Dolomiti Mara Baldo, presidente della Cia Trentino - e provocano danni gravi ad agricoltori e allevatori. Bastano pochi esemplari e poco tempo: in una sola notte può essere distrutto un intero campo. Un danno che evidentemente non è solo economico”.

 

L’animale, onnivoro e ghiotto di tuberi e sostanze zuccherine, scava in cerca di radici e causa distruzioni diffuse: frutteti, vigneti (soprattutto quando l’uva è matura), mais, patate e molte altre colture.

 

“Riceviamo continuamente segnalazioni dagli associati – prosegue Baldo -: episodi che mettono in difficoltà aziende già provate da altre criticità, tra cui la presenza e le incursioni dei grandi carnivori. I recinti e altre misure di prevenzione non sono più sufficienti. Non sta a noi decidere il ‘come’, non parlo di archi, fucili, trappole o cacciatori, ma per noi è fondamentale riuscire a contenere il numero dei cinghiali in Provincia di Trento. Fondamentale”.

 

Anche perché oltre ai danni delle colture, non è da sottovalutare il rischio sanitario legato alla peste suina africana che in alcuni altri territori, in particolare nel Nord Ovest del Paese, rappresenta una vera e propria emergenza. “Si tratta di una malattia grave, che può devastare gli allevamenti e giocare un ruolo deleterio anche sul fronte del turismo e dell’immagine del territorio: è fondamentale continuare a dialogare con le istituzioni e far sentire la nostra voce”.

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