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Trento
10 luglio | 13:37

"Si rischia di causare morti lente e dolorose". Caccia ai cinghiali con arco e frecce, Lipu e Wwf bocciano il Trentino: "Punto per punto, ecco perché è una scelta ingiustificata"

Wwf e Lipu Trentino-Alto Adige commentano con toni duri la "novità" della caccia con l'arco al cinghiale in Trentino: "Un provvedimento che viene motivato dalla Giunta con argomentazioni che non convincono e che appaiono del tutto insufficienti a giustificare una simile svolta"

di Redazione

TRENTO. Non accenna a placarsi l'acceso dibattito sulla "caccia con l’arco al cinghiale" sbarcata ufficialmente anche in Trentino.

 

Prevista a livello nazionale fin dal 1992, questa modalità è stata recepita nel 2026 dalla Provincia Autonoma di Trento su impulso dell’assessore Roberto Failoni (qui l'articolo). 

 

Una decisione accolta dalle associazioni ambientaliste con scetticismo e insofferenza: "Questa decisione - commentano Sergio Merz, delegato Lipu Trentino-Alto Adige, e Aaron Iemma, presidente del Wwf Trentino-Alto Adige - reintroduce un mezzo di caccia di cui, per anni, lo stesso mondo venatorio locale non aveva ravvisato la necessità. Il provvedimento, riferito esclusivamente al cinghiale, viene motivato dalla Giunta con argomentazioni che non convincono e che appaiono del tutto insufficienti a giustificare una simile svolta".

 

"L'amministrazione provinciale - si legge nella nota delle due associazioni -, sostiene che l'uso dell'arco permetterà di aumentare il numero di cacciatori impegnati nel controllo della specie, consentendo prelievi tutto l'anno e anche di notte. La giustificazione cardine è la silenziosità dell'arma, che eviterebbe di spaventare la fauna selvatica circostante. Si tratta, tuttavia, di un provvedimento non necessario e fortemente contestabile per molteplici motivi tecnici, etici e di sicurezza, che in ultima analisi appare solo come un veicolo di un interesse di una quota minoritaria ma politicamente compatta di popolazione, senza giustificazione tecnica: una tendenza che si osserva ormai da tempo, si veda ad esempio la caccia in deroga al fringuello che non ha alcuna motivazione possibile". 

 

Di qui l'analisi di Merz e Iemma che riportiamo nella sua interezza. 

 

I nodi tecnici: scarsa efficienza e sofferenza animale

 

"Il primo punto critico riguarda l'efficacia dello strumento. Il tiro con l'arco è strutturalmente meno efficiente e preciso rispetto a quello con la carabina. Anche utilizzando moderni archi compound da 50-70 libbre, l'esito resta fortemente legato all'abilità del singolo tiratore. Gli studi disponibili sui cervidi confermano che la percentuale di animali colpiti ma non recuperati (wounding rate) è mediamente più elevata con l'arco che con le armi da fuoco: pur con archi compound moderni essa resta rilevante (dell'ordine del 18% in studi recenti, contro valori prossimi al 50% con attrezzatura tradizionale), a fronte di circa il 25% delle armi da fuoco. A questo si aggiunge il fattore velocità: le frecce viaggiano a una rapidità nettamente inferiore rispetto a un proiettile. Di conseguenza, nel tempo di volo della freccia, l'animale può muoversi. Persino una semplice folata di vento può deviare la traiettoria, impedendo di colpire i punti vitali. Il rischio concreto è quello di ferire il cinghiale in modo non letale, causandogli una morte lenta e dolorosa. Inoltre, un animale ferito in fuga rappresenta un potenziale pericolo per la sicurezza delle persone che frequentano i boschi".

 

Le distanze di tiro e il rischio di violazioni

 

"La delibera provinciale prevede una distanza di tiro compresa tra i 25 e i 50 metri. Un limite teorico che, nella pratica, è affidato esclusivamente al senso di responsabilità del cacciatore. Va inoltre osservato che il limite superiore di 50 metri eccede le distanze massime di tiro tecnicamente raccomandate, indicate nell'ordine di 15-20 metri per l'arco ricurvo e 25-30 metri per il compound".

 

Il miraggio del "nuovo contingente" di cacciatori

 

"La norma viene presentata come una strategia per incrementare il numero di operatori nel controllo dei cinghiali. Esaminando il testo della delibera, la realtà si rivela diversa. La caccia con l'arco è riservata a chi possiede già la licenza di caccia e ha frequentato lo specifico corso di abilitazione. Il bacino dei cacciatori resta quindi invariato. Poiché questi operatori sono già dotati di carabina, l'introduzione dell'arco creerà solo una doppia opzione sul campo: il cacciatore deciderà al momento se sparare da lontano o tentare l'approccio con la freccia se l'animale è vicino".

 

La contraddizione del "silenzio nel bosco"

 

"Infine, l'argomento della silenziosità come strumento per non disturbare la fauna in periodo riproduttivo risulta fortemente contraddittorio. Se da un lato l'assenza di rumore evita lo spavento immediato degli animali, dall'altro impedisce a chiunque di rilevare la presenza del cacciatore nel bosco, rendendo di fatto impossibile il controllo di eventuali illeciti o atti di bracconaggio. Questa improvvisa sensibilità verso il disturbo faunistico stride, inoltre, con la realtà del territorio trentino, dove gli spari contro ungulati e cornacchie sono autorizzati per quasi tutto l'anno senza che il problema del rumore sia mai stato sollevato. L'introduzione della caccia con l'arco in Trentino si configura quindi come un provvedimento superfluo, che rischia di aumentare le sofferenze animali e i problemi di vigilanza, senza portare alcun reale beneficio nella gestione e nel controllo dei cinghiali; la caccia individuale mostra del resto un'efficacia molto limitata nel contenere le popolazioni di questa specie rispetto a metodi come il trappolaggio a recinto", concludono le associazioni. 

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