Dalla "via dei sogni" al vino dedicato a San Francesco d'Assisi: alcune cantine puntano a interpretare il futuro del settore

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia
Confesso, non l’ho mai fatto, ma stavolta provo pure io a citare personalissime quanto discutibili scoperte tra il marasma enoico del Vinitaly. Cercando valori, non solo sapori.
Così al primo posto metto sicuramente la famiglia di Aldo Vajra, barolisti di Vergne, tra i vignaioli migliori - non lo dico per storica fraterna amicizia - di tutto il mondo. Proprio così. Hanno la semplicità nella loro indole e altrettanta poderosa solidarietà. Che supera ogni tendenza vinaria. La conferma? Hanno raddoppiato il loro stand destinando metà dello spazio all’Università di Torino. O meglio: punto d’informazione per i giovani che intendono iscriversi a Corsi di laurea in agraria e enologia.
Uno spazio per quanti interpreteranno il futuro del vino. Stimolando la ricerca enologica, per uno scambio tra cantina e ateneo. L’hanno chiamata la ‘Via dei sogni’, tra didattiche degustazioni e la presentazione di un nuovo gioiello di Casa Vajra: Monterustico, Dogliani Docg.
Un rosso dedicato alla ‘via del sale’ tra le Alpi e il mare ligure, per curare e credere in una terra bella e selvatica - si legge nella retro etichetta della bottiglia proposta in anteprima dal giovane Isidoro Vajra. E’ futuro per una viticoltura antica quanto vitale.
Sul podio dei miei prediletti, un vino dedicato a San Francesco d’Assisi. E’ quello vinificato con uve Ciliegiolo dalla piccola cantina Leonardo Bussoletti di Narni, con la supervisione di Marco Caprai. Vinificazione d’autore, pochissime bottiglie, che rievocano il miracolo di Speco, quando nel 1213 il Santo umbro trasformò l’acqua in vino. Etichetta d’autore, pure il packing è minimale, custodia di carta recuperata da materiali terrosi. Il vino? Incantevole. Fate voi.

Poi ci sono delle conferme. Difficile sintetizzare. Ci provo, citando quelle più emozionanti.
Il Barolo Via Nuova 2022 di Chiara Boschis, vignaiola caparbia, uno stile gentile per un vino setoso, sulla via di una evoluzione d’altissimo livello. Grazia e potenza, senza freni.
A proposito d’ intrigante curiosità: Corvina 2019 che nasce da uve affumicate. Unico e raro, frutto di una ricerca continua. Procedura stile Amarone, ma con un rafforzativo fumè, per un rosso profondo e meditativo, vanto della cantina Siridia di Negrar, cuore della Valpolicella.
Dal Veneto - dove non è il Prosecco che stimola la fantasia - citazione doverosa per il Recioto di Terre d’Orti, azienda a San Martino Buon Albergo, possedimento della famiglia Piona, quelli di Custoza. Propongono un nettare in bilico tra la godibilità immediata e una meditazione trascendentale.
Bel giro anche in Sicilia. Alla ricerca di emergenti, di cantine che interpretano l’evoluzione. E’ il caso di Perluci, bianco Lucido Perricone, della cantina Caruso e Minini. Reinventano l’uso spumantistico di un vitigno stanziale a bacca rossa. Versione coraggiosa, per un vino brioso, una spuma carezzevole e fragrante come raramente capita di gustare nel sud d’Italia.
Torniamo verso nord, confrontando le ultime annate di Bellone - azienda Casale del Giglio, cantina con il cembrano Paolo Tiefenthaler al comando. Sorseggiare questo vino bianco da uva laziale ingiustamente ritenuta marginale è compiere un viaggio nella storia delle popolazioni legate a Roma, i Volsci su tutte. Narrativa, fantasia e bevibilità, un bianco che diventa monumento senza essere un baluardo di austerità. Apre alla gioia, all’amicizia, a trasformare una sosta di Vinitaly in un momento di conivialità.
Per quanto riguarda le cantine dolomitiche, ne riparleremo. Prosit.












