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In casa Micheletti la progettualità recepisce canoni rispettosi dell’habitat. Dalla laurea in architettura al vino: Limen è fuori schema

Buon sangue non mente, si direbbe, in quanto Cesare, Giuliano e Claudio sono figli del compianto Vittorio Micheletti, radici fiemmesi, per anni tra i docenti di urbanistica e tutela del paesaggio presso l’Università di Venezia. Tre architetti con visioni condivise, anche se Giuliano – dopo la laurea e aver partecipato al comune studio di progettazione – ha deciso di fare esclusivamente il vignaiolo. Una scelta orgogliosa, decisiva, sicuramente insolita quanto coraggiosa
DAL BLOG
Di Ades, by Nereo Pederzolli - 13 aprile 2021

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia

Gli schemi in casa Micheletti sono decisamente definiti, valutati nei minimi particolari, con una progettualità che recepisce canoni anzitutto rispettosi dell’habitat. Questo perché i tre fratelli cresciuti in un caratteristico castelliere rurale incastonato tra le torri residenziali di Man e la collina di San Rocco, a sud di Trento, sono tutti laureati brillantemente in architettura.

 

Buon sangue non mente, si direbbe, in quanto Cesare, Giuliano e Claudio sono figli del compianto Vittorio Micheletti, radici fiemmesi, per anni tra i docenti di urbanistica e tutela del paesaggio presso l’Università di Venezia. Tre architetti con visioni condivise, anche se Giuliano – dopo la laurea e aver partecipato al comune studio di progettazione – ha deciso di fare esclusivamente il vignaiolo. Una scelta orgogliosa, decisiva, sicuramente insolita quanto coraggiosa. Accudire il piccolo podere di famiglia sul versante di quella collina (San Rocco) che è uno dei "denti" legati al nome di Trento. Gestita immediatamente con uno schema (la laurea almeno in questo gli è servita) e una progettualità mirata al biologico.

 

Giuliano Michelletti è stato già al suo esordio enoico, nel 1997 tra i primi fautori della vitienologia rispettosa della Natura. Ha potenziato la sua esperienza prima vicino casa, inizialmente nel vigneto sopra Man, trasferendo poi fatiche e strategie operative in un podere "recuperato" da suo suocero, nei vigneti più spettacolari della valle dei Laghi: sul versante più alto e soleggiato di Drena, quello che guarda verso il Garda, il Monte Brento e gli spericolati deltaplanisti che quasi sfrecciano davanti.

 

Anni di sfida, scegliendo pratiche di coltura anche biodinamica, senza mai tralasciare l’impegno per divulgare l’importanza dell’agricoltura bio. Tra competenza e altrettanta visione, gestendo appena 4 ettari di vigne. Che lo hanno portato a ricoprire la carica di presidente del Biodistretto di Trento, alle prese in questi mesi con il riordino delle leggi sul bio, e sulla questione del referendum provinciale previsto (pare) a fine settembre.

 

Le sue prime vendemmie però lo hanno ripagato. Con crescenti attestazioni e per l’assoluta personalità dei suoi gioiosi vini, tutti di grande carattere e istrionica vervè, anche nel nome. Si chiamano Limen, che si confrontano con il limite, la frontiera, pure la riaffermazione dell’esordio, in omaggio allo spirito libero del vignaiolo.

 

Limen rosso, con il merlot, mentre la versione bianca è con il riesling, senza tralasciare una meditata cuvèe di chardonnay in funzione dello spumante Man 283 Trento Doc. Ed ecco la novità, quella decisamente fuori schema: uno spumante "dosaggio zero" classico a base di uve riesling. Scommessa e per certi versi una provocazione, tutta basata sulla filosofia di Giuliano Micheletti, cercare spinte di libertà interpretativa, rispettando natura, terra, acqua e luce.

 

Fuori schema Brut Nature, un sorso apparentemente tagliente, che spinge a cercare sensazioni sedimentate nella nostra memoria, per un bere per nulla banale, assolutamente intrigante. Un Nature asciutto seppur complesso, con una sua cristallina lucentezza e mirabile fragranza.

 

Bollicine da riesling al 100% ottenute nella massima naturalità, con pazienza (due anni e più di presa di spuma) e altrettanta cura, poche bottiglie. Per cimentarsi con il limite, per bere qualcosa oltre i parametri della tradizione spumantistica trentina (il vitigno in questione è parzialmente sfruttato nell’Oltrepò pavese) nonostante sia un vino ideato e realizzato da un architetto, fuori schema appunto.

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