Contenuto sponsorizzato

Istinto, voglia di sperimentare e identità, l'intuito di Michele Mölgg in Salipetrj: un vino contro ogni omologazione o facile riscontro commerciale

La storia di Michele Mölgg, chimico fisico che opera in Lombardia per un’importante multinazionale italo-francese, ma che orgogliosamente mantiene salde radici sia suo natìo Castello di Fiemme e pure nei suoi vigneti in Sicilia. Opera come vignaiolo - gestendo oculatamente da chimico/fisico variegati impegni professionali, rispettando sempre e comunque minuziose pratiche di coltivazione biologica
DAL BLOG
Di Ades, by Nereo Pederzolli - 22 aprile 2021

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia

Il vino come messaggero di culture diverse, lontane – geograficamente – ma accomunate dalla voglia di onorare i valori dei territori diversi, seppur lontani. E’ la storia enoica di Michele Mölgg, chimico fisico che opera in Lombardia per un’importante multinazionale italo-francese, ma che orgogliosamente mantiene salde radici sia suo natìo Castello di Fiemme e pure – e questa è la singolarità – come agli antipodi, nei suoi vigneti siculi, in quel di Scicli, spettacolare territorio del ragusano.

 

Opera come vignaiolo - gestendo oculatamente da chimico/fisico variegati impegni professionali - rispettando sempre e comunque minuziose pratiche di coltivazione biologica. La sua azienda ha per nome ArmosA, col le ‘A’ maiuscole, a ribadire come il tutto sia spronato dalla voglia di amare l’armonia del vigneto.

 

Poco più di 6 ettari, in gran parte piantati a Nero d’Avola, poi qualche adagiato filare di Moscato bianco – vitigno da non confondere con altri ceppi siciliani – simile piuttosto alla varietà diffusa prettamente in Piemonte. Vigne che lasciano pure spazio ad una micro produzione di grano, per ottenere pasta. Un grano antico, singolarissimo: il Perciasacchi, nome che nella parlata siciliana significa "buca il sacco", per via dei suoi chicchi acuminati. Varietà ancestrale, atavica, in tutto simile al mitico grano del Khorasan, il turanincum, quello che adesso viene selezionato e "marchiato" come Kamut.

 

Torniamo al protagonista. Michele si diploma enologo a San Michele all’Adige nel 1983, poi sceglie di frequentare l’ateneo milanese, si laurea in chimica, per qualche anno lavora per l’università, prosegue con esperienze di studio in Inghilterra e approda così ad una prestigiosa ditta d’innovazione tecnologica, che lo trasferisce per quasi 5 anni in una struttura catanese, in Sicilia. Dove riemerge l’originale passione enologica: quella che spinge un fiemazzo doc a cercare terreni incolti, trasformandoli – siamo attorno il Duemila – in vigneti di stampo prettamente mediterraneo.

 

Colture bio, tecniche di cantina assolutamente spontanee, nessuna forzatura enologica, per proporre vini altrettanti singolari, da varietà schiettamente autoctone. Che hanno convinto anche i critici più rigorosi, vini che sono in grado di confrontarsi con altri, quelli prodotti da mega strutture vitivinicole di stampo internazionale.

 

Recuperare la memoria di un habitat, dare "tempo al tempo", per renderlo ancora più emozionante. E farlo con criteri dolomitici anche se in terre baciate dal Mediterraneo, senza alcuna prevaricazione.

 

Ecco allora il Siclys e il Curma (viti vista mare d’Africa, il nome da come in loco si chiamano le dune di sabbia) due rossi potenti nella loro versatilità dettata dal Nero d’Avola. Vinificazione accorta, uso intelligente di botticcelle in rovere, la paziente attesa nell’evoluzione.

 

Stesso discorso per il Salipetrj, dalla simbiosi armonica di pietra e sale. Un moscato che si potrebbe dire "orange", data l’assoluta spontaneità della vinificazione, senza alcun intervento di filtrazione o "illimpidimento". Vini che riescono ad abbinare il concetto di "lontani/uniti", l’intuito di un trentino di Fiemme con le peculiarità mitologiche di Scicli, la sua ardita roccaforte d’impostazione araba (Siklah).

 

Azienda in stile start-up, proprio per questo pronta a recepire sincere evoluzioni. Non a caso da qualche stagione Michele Molgg riesce anche a farsi "lambiccare" le vinacce (da un mastro distillatore messinese) per offrire una grappa perfettamente in stile cembrano. L’ha chiamata Ayn, che deriva da ‘Ayn-Al-Awquat’, in arabo ’sorgente delle ore’, in onore di Donnalucata. Peccato alcolico, affiancata da olio extravergine di propria produzione e – col suo grano "buca sacchi" – anche squisita pasta in formato penne.

 

Tutto questo seguendo l’istinto, la voglia di sperimentare, per rispettare l’identità delle singole produzioni, contro ogni omologazione o facile riscontro commerciale.

Ultima edizione
Edizione ore 19.30 dell'11 maggio 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
12 maggio - 11:25
Gli studenti chiedono la possibilità di dialogare con l’amministrazione comunale e di avviare un tavolo di discussione con residenti ed [...]
Cronaca
12 maggio - 12:00
Non si ferma il conflitto armato fra gruppi palestinesi ed esercito israeliano: da entrambe le parti si contano vittime fra i civili e centinaia di [...]
Cronaca
12 maggio - 10:43
Succede a Trento e sono le forze messe in campo dalla Croce Rossa per aiutare l'azienda sanitaria nella campagna vaccinale. Tutto questo [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato