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Di Alda Baglioni - 11 aprile 2018

Insegna arte al Bonporti con chaplin nel cuore

Non si può perdere “Visages Villages”, di Agnès Varda e JR. Lei famosa regista, pluripremiata, premio Oscar, novantenne belga francesizzata, lui giovane artista parigino foto graffitaro (sua definizione) con tanti progetti in vista. Due generazioni dialogano disinvoltamente, con l’arte come filo conduttore. Un documentario on the road sul furgone speciale di JR, dove è possibile fotografare e sviluppare in gigantografie le immagini.

 

Street-art e cinema trasmettono l’amore per le immagini. I ritratti infatti, saranno incollati sui muri. Il furgone si muove in luoghi silenziosi, dalle spiagge della Normandia, alla Provenza, alle regioni agricole. Cosa è cambiato? Cosa è scomparso? Cosa rimane? Il cine-train attraversa la Francia da nord a sud, per fermare le storie di persone comuni. Si crea una dimensione unica che documenta semplicemente la gente. Invisibili che hanno voce, anzi immagine.

 

Una donna sola che vuole restare nella sua casa. Il villaggio di minatori che si anima con le foto di nonni e parenti sui muri di case abbandonate. Tra bianco e nero e colore si arriva alla scena indimenticabile dell’arrivo di Agnès sulla tomba del grande fotografo amico Henri Cartier Bresson. Si sente profumo di lavanda e di ricordi.

 

Una sorta di viaggio nel vissuto di una regista che entra – prorompente - nel mondo del cinema con “Lo pointe corte” nel ‘54. Grande amica di Alain Resnais, di Jean Luc Godard (che forse non se lo ricorda). Un ricco vissuto il suo; moglie del regista francese Jacque Demy, scomparso prematuramente, rievocato dalla regista in vari film ( Garage Demy ne è un esempio) come anche in questo. Grande atto d’amore in cui la Nouvelle Vague affiora.

 

Sentimenti contrastanti scorrono, come in pellicola, nella scena famosa girata al Louvre, rifatta da Agnès e JR. La corsa tra i capolavori, in “Band a part” film cult di Godard, restaurato da poco (anche Bertolucci in “the Dreamers” lo aveva fatto).

Mari di ricordi arrivano a noi dal vortice di immagini e dai dialoghi, tanti, vispi, sottotitolati, per fortuna, dei due protagonisti. “Il rapporto fra cinema e fotografia è la mia vita “ parole di Agnès. Lei con il caschetto mai abbandonato, ora bicolore, lui con gli occhiali da sole alla “Blues Brothers”che non toglie (quasi) mai, ci raccontano una Francia diversa, ricca di risorse umane e di sensazioni positive.

 

Le immagini parlano: donne spesso in ombra, mogli di operai, si affacciano alle loro gigantografie e riacquistano spazi collettivi; un proprietario di ottocento ettari di terra che gestisce da solo sopra un trattore ipertecnologico, una commessa al bar che appare sul muro come una dama di Renoir, occhi e piedi di Agnès, incollati sui vagoni dei treni. Andranno in luoghi lontani con qualcosa di suo. La vita scorre come un lago in lontananza. Seduti su una panchina Agnès e JR, si parlano, in controluce, senza tempo.

Il passato gioioso e speciale di Agnès, è oscurato solo in parte, da un regista scontroso.

 

“Ognuno in futuro sarà famoso per quindici minuti” lo diceva Andy Warhol. Il documentario ne è un esempio. Lei, Agnès Varda lo sarà per molto di più. Il film è al cinema Astra di Trento ed il 17 aprile al Melotti di Rovereto per il ciclo” Sette Arti”.

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