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| 26 nov 2019 | 12:09

"Frida. Viva la vida": una docufiction inadatta

Il docufilm di Gianni Troilo sembra non voler stancare il pubblico. Non osa, non racconta le parti più spinose, presenta l'artista messicana senza approfondirne tratti decisivi, come la militanza politica. Il risultato, più che leggero, finisce per essere inconcludente. Alda Baglioni recensisce quest'opera, nelle sale il 26 e 27 novembre
DAL BLOG
Di Alda Baglioni - 26 novembre 2019

Appassionata di arte e cinema con Chaplin nel cuore

Come smontare la figura di un’artista e partorire una docufiction inconcludente. “Frida- Viva la vida”, Frida Kahlo, un’artista rappresentata anche nei francobolli. Gianni Troilo il regista sembra troppo preoccupato a non stancare il pubblico. Ne è un esempio la scelta di inserire due donne che vagano fra paesaggi messicani di bianco vestite, tra una scena e l’altra.

 

Parole di Frida che s’intrecciano a frasi recitate da Asia Argento (partecipazione straordinaria), voce narrante, che ce la mette proprio tutta per spiegare con toni tragici, le opere dell’artista. Interpretazioni distorte come il drammatico incidente avvenuto a Città del Messico, sull’autobus che in realtà si scontra con un tram. Lei era con l’amato fidanzato Alejandro, che, non viene detto, la lascerà subito dopo.

 

Poi, l’incontro con il famoso artista messicano Diego Rivera, il matrimonio con lui, nel 1929. Il viaggio negli USA. Diego Rivera riceve l’incarico per dipingere dei murales. Non viene detto che le commissioni furono però revocate poiché nel murales del muro interno del Rockefeller Center di New York, un operaio aveva il volto di Lenin.

 

I coniugi tornano in Messico e nel 1939 divorziano. Dopo un anno i due artisti si risposano proprio quando Frida sta diventando famosa in Francia e negli Stati Uniti, imponendo la sua identità messicana tra arte popolare, autobiografia e tradizioni precolombiane.

 

L’artista nasce ad Oaxaca, delegazione di Città del Messico e lì vi morirà. Le donne di Tehuantepec, da lei amate, vivono in una società matriarcale e utilizzano costumi colorati e svolazzanti come i vestiti di Frida. Una vivacità che sta nell’animo dell’artista che ha idee chiare su quello che vuole e sulla linea politica da seguire.

 

Il film non dice che Frida nel 1953 fu tra i firmatari della richiesta di grazia per i coniugi Rosenberg, comunisti americani condannati a morte e poi giustiziati a New York, per presunto spionaggio a favore dell’URSS. Anche Casa Azul, sede del Museo Frida Kahlo, viene presentato senza approfondire nulla. Si dà una visione parziale del rapporto di Frida con Rivera anche quando si apre l’urna con le ceneri della Kahlo. Per non appesantire? Peccato che le bianche figure, le due Frida, che volteggiano fra una scena e l’altra, protagoniste anche del finale, invece di alleggerire, abbiano prodotto l’effetto contrario.

 

“Frida-Viva la vida” è nelle sale il 26- 27 novembre.

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