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''Una donna fantastica'' nel Cile di oggi, il film 'transgender' di Sebastian Leilo

Al cinema Astra di Trento, non lascia indifferenti, dalla colonna sonora al montaggio
Dal blog di Alda Baglioni - 05 novembre 2017 - 14:35

“Mi chiamo Marina”. Poche parole che risuonano ridondanti tra le pagine del film. Un film che viene superficialmente etichettato come drammatico ma che il regista Sebastian Lelio ci tiene a definire “trans-genere”.

 

Lo avvertiamo nel divenire delle scene, da commedia romantica a musical, a thriller e ad altro ancora. Non si può definire. Un mondo poco esplorato, tra fiction e realtà, poiché la protagonista, Marina Vidal - Daniela Vega (fantastica!) è realmente transgender.

 

Non ci sono dubbi che lei voglia esprimere tutte le tensioni che ha realmente vissuto sulla sua pelle, senza subire, con forza anche fisica: vuole imporre se stessa. Un film che è il frutto di una ricerca sui conflitti che il regista, argentino di nascita e cileno di adozione, ha portato avanti.

 

A Berlino nel 2013 con “Gloria”, l’Orso d’Oro era andato all’attrice Paulina Garcia. Quest’anno sempre alla Berlinale, Lelio vince l’Orso d’Argento come miglior sceneggiatura ed è stato scelto agli Oscar per rappresentare il Cile.

 

Un film impegnativo perché Marina ci guarda spesso con il suo volto aggraziato ma tenace, ci interroga su come potremmo reagire davanti ad un evento simile. Perché lei ha perso l’amore della sua vita, è disperata.

 

Poco prima la coppia era stata a festeggiare il suo compleanno in un ristorante etnico a Santiago. Il regalo, un viaggio alle cascate dell’Iguazù in Brasile, un posto meraviglioso, lo ammiriamo nella scena iniziale.

 

Differente l’età dei due, lei ventisette anni, lui (Francisco Reyes) venti di più. La coppia torna a casa, nel letto lui si sveglia improvvisamente con un malessere. Corsa in ospedale, la morte, il rapporto conflittuale con la famiglia di lui, persone squallide ed insensibili.

 

La loro vergogna si scontra violentemente con l’amore che Marina vuole esprimere e con la sua sofferenza per la perdita. Anche i medici legali ci si mettono per creare l’imbarazzo di chi si sente profondamente donna.

 

Lei, Marina, non si scoraggia, prima di tutto deve riprendersi l’amato cane, l’unico che le rende l’affetto dovuto. Poi c’è la musica che lei coltiva come una passione infinita, dalla salsa alla lirica.

 

Santiago del Cile si avverte attorno. I personaggi vivono nell’ottusa mentalità di chi accetta la modernità di un mondo globalizzato per raggiungere un benessere economico senza  concessioni personali.

 

Cosa vuol dire essere donna? Quanto lo stereotipo dell’apparenza condiziona i giudizi? Quanto si può essere liberi di amare?

 

Coinvolgente e leggera, la scena iniziale con  immagini e suoni della cascata  avrebbe dovuto annunciare un viaggio verso la libertà, una libertà che Marina e tutte le donne si devono conquistare a denti stretti.

 

Un film che non lascia indifferenti, dalla colonna sonora al montaggio. Al cinema Astra di Trento.  

 

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