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Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita

La cosiddetta parabola del figliol prodigo è il centro della liturgia cattolica in questa quarta domenica di Quaresima. Il brano sembra essere così conosciuto, da venire, quasi, dato per scontato dal lettore, eppure soffermandosi su di una lettura attenta, emergono nuovi spunti di riflessione, altre comprensioni
Dal blog di Alessandro Anderle - 30 marzo 2019 - 19:53

Lc 15,1-3.11-32 [In quel tempo] si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.

 

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.
 

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

La cosiddetta parabola del figliol prodigo è il centro della liturgia cattolica in questa quarta domenica di Quaresima. Il brano sembra essere così conosciuto, da venire, quasi, dato per scontato dal lettore, eppure soffermandosi su di una lettura attenta, emergono nuovi spunti di riflessione, altre comprensioni. Infatti, la prima cosa che emerge, è una dissonanza nel titolo: perché “figliol prodigo”? Il figlio su cui è incentrata la parabola non sembra essere particolarmente prodigo, anzi! Ciò che sta al centro di questa narrazione è piuttosto l'infinita misericordia del padre, non la prodigalità del figlio. Oggi, infatti, si preferisce parlare di parabola del “Padre misericordioso”.

 

Va notato che questa parabola è propria di Luca, non viene cioè menzionata in nessun altro vangelo. L'ambientazione iniziale è chiara: Gesù sta mangiando con pubblicani e peccatori, con quelle categorie di persone che, secondo la pratica giudaica, venivano segregate perché fonte di impurità – causata dal proprio peccato. Erano persone che venivano emarginate: non ci si poteva sedere allo stesso tavolo con esse. Gesù rompe questa dinamica di segregazione – che in realtà altro non agevola se non un'escalation di odio reciproco – dividendo un pasto con coloro che erano sempre soli, evitati come untori di un'epidemia di peste.

 

Alcuni farisei ed alcuni scribi, due categorie particolarmente attente all'applicazione degli insegnamenti mosaici, chiedono conto a Gesù del suo comportamento. Qui ci si trova di fronte ad un fenomeno consueto nella traduzione “in vita” del sentimento religioso: il comportamento di chi, sicuro della propria interpretazione della verità, emargina, giudicandoli, tutti coloro che non rientrano nei canoni di questa interpretazione. Gesù rompe questo schema, condannando questo atteggiamento. Come spesso accade, lo fa con un linguaggio particolare: raccontando una storia volta a far cambiare mentalità, a convertire i cuori e le menti. Lo fa con una parabola.

 

Analizzando il testo del “padre misericordioso” ci si deve muovere nel quadro culturale giudaico del tempo di Gesù. Chiedere la propria parte di eredità mentre il padre è ancora in vita era legalmente (e si potrebbe dire, quindi, religiosamente) lecito. Come lo era prendere quell'eredità e lasciare la casa paterna. Dove sta allora il peccato del figlio? Aver sperperato le ricchezze – averlo fatto con le prostitute? Il significato va cercato con più accuratezza.

 

Dietro alla figura del padre terreno si cela quella del Padre celeste, questo è abbastanza chiaro. L'elemento centrale è qui quello della morte: per ben due volte il padre afferma che il figlio è “morto”, entrambe riferite al suo aver lasciato la casa paterna. Qui è come se Gesù volesse dire che si muore quando ci si allontana da Dio. Eppure questo non è un allontanamento definitivo, vi è sempre la speranza di una nuova nascita, del ritorno alla vita. E non ci si può indignare davanti a questo, come fa il figlio che è sempre rimasto con il padre. Dio vuole realizzare il suo regno in ogni persona, e nessuna può arrogarsi il diritto di escluderne altre. Una nuova nascita è, in sé, fonte di divina gioia.

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