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BLOG. Gesù disse: ''Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola''

Alcuni farisei si avvicinarono a Gesù e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. La lettura del vangelo secondo Marco propone la narrazione dove si trova la celeberrima – e controversa – affermazione: "L'uomo non divida quello che Dio ha congiunto"
Dal blog di Alessandro Anderle - 06 ottobre 2018 - 20:18

Mc 10,2-16 [In quel tempo] alcuni farisei si avvicinarono a Gesù e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

 

A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

 

Proseguendo nella lettura del vangelo secondo Marco, la chiesa cattolica propone per questa domenica la narrazione dove si trova la celeberrima – e controversa – affermazione: «l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

 

Prima di analizzare il brano, serve forse una premessa metodologica. Come scrive E. Bianchi: «ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere nella coppia la vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore».

 

Gesù dunque si trova in cammino verso Gerusalemme, assieme ai discepoli, e lungo la via incontra alcuni farisei che lo interrogano. La questione del divorzio era ampiamente discussa all'interno delle due maggiori scuole del tempo (rabbì Shammai e rabbì Hillel), le quali tendenzialmente si occupavano dei casi concreti – come il brano della Torah a cui fa riferimento il fariseo contro-interrogato da Gesù: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla» (Dt 24,1).

 

Nella tradizione giudaica del tempo era solamente il marito a poter ripudiare la moglie, e questo doveva essere conscio di quanto stava facendo, infatti doveva predisporre un testo scritto nel quale “dichiarava” il ripudio. La moglie ormai ripudiata, a quel punto, era libera di contrarre nuovamente matrimonio. Nel mondo greco e latino – a cui pure chi compose il vangelo più antico cercava di rivolgersi – anche la moglie poteva divorziare dal marito.

 

Gesù, però, proferisce un'interpretazione originale del testo della Torah: questa norma, infatti, è stata dettata da Dio «per la durezza del vostro cuore». Gesù cerca il senso profondo, tenta di risalire alla volontà prima del legislatore, il Padre. Per questo comincia nuovamente dal “principio”, letteralmente dalla Genesi (Bereshit in ebraico, che significa “in principio”): «dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne».

 

Non più due, ma una sola carne, perché l'unica cosa che Dio vide che non era buona, nella creazione, è che l'uomo – qui sì inteso solamente in senso maschile – sia solo. Solo, l'uomo, è mancante, non è completo. L'uomo, in questo senso, è una creatura a metà: essenzialmente (ontologicamente) non può bastare a se stesso. L'uomo deve unirsi ad un altro volto, ad un'altra anima, per sfiorare quella completezza che, in senso cristiano, è di Dio – un Dio, quello cristiano, che è tutt'altro che solipsistico; un Dio che è trino.

 

La narrazione marciana, a questo punto, riporta un episodio legato, nuovamente, al rapporto di Gesù con i bambini. È bene ricordare che in ambiente giudaico il bambino non godeva di grande considerazione, poiché ritenuto troppo piccolo per “capire”/seguire i dettami della Torah.

 

Contrariamente a questa prassi, Gesù interviene contro i propri discepoli che cercavano di far allontanare i fanciulli: «lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».

 

La specificità del bambino in quanto tale, qui non va intesa tanto nell'accezione di una presunta “purezza di cuore”, quanto piuttosto nella sua situazione di radicale dipendenza dall'adulto. Fragilità, questa, di cui sono consci i bambini stessi. Come i bambini, solo chi accetta la propria condizione di non auto-sufficienza assoluta, di creatura che ha ricevuto la nascita all'esistenza da qualcun altro, può avere accesso al Regno di Dio. Vale a dire che, per sperare di poter entrare nel Regno, si deve necessariamente prima accettare la propria condizione di figlio, di figlia di Dio.

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