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''Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio''

Come «prendere al laccio» Gesù? Come cercare di trarlo in inganno affinché lui stesso si tradisse con le sue parole? Sottoponendo al Rabbì una della questioni politico-religiose più spinose del tempo
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 17 ottobre 2020

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mt 22,15-21 [In quel tempo] i farisei tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 

La scorsa domenica abbiamo commentato la parabola in cui Gesù paragona il Regno dei cieli ad un «uomo re [il Padre], che fece nozze per il suo figlio [Cristo]» (Mt 22,2), a queste nozze, però, gli invitati si rifiutarono («l'Israele storico» - Poppi) di partecipare. Attraverso la parabola, quindi, Gesù pronunciò un giudizio di condanna verso queste persone: «Ora, il re si adirò e, mandate le sue truppe, fece perire quegli omicidi e incendiò la loro città» (Mt 22,7).

 

Com'è facile immaginare, i capi del popolo – a cui si rivolse Gesù con questa parabola – non accolsero molto bene tali parole di condanna. Ora si può comprendere la motivazione dell'incipit del brano evangelico di questa domenica: «Allora i farisei, essendo partiti, tennero consiglio sul modo di prenderlo al laccio in (qualche) parola» (trad. lett. di A. Poppi). L'orgoglio dei farisei del tempo, forse assieme ai sacerdoti, cominciò a mostrare le profonde ferite inferte dalle parole “libere” di Gesù.

 

Come «prendere al laccio» Gesù? Come cercare di trarlo in inganno affinché lui stesso si tradisse con le sue parole? Sottoponendo al Rabbì una della questioni politico-religiose più spinose del tempo – la Palestina, com'è noto, era occupata dai romani -, cioè quella del tributo all'impero (a Cesare). Si tenga sempre presente che gran parte delle attività commerciali ruotavano attorno alla città santa di Gerusalemme, ed in particolare alle attività del Tempio che erano amministrate da sacerdoti ed anziani. La maggior parte dei farisei e degli scribi erano – direttamente o indirettamente – dipendenti dalle attività del tempio, dalle attività legalistico-religiose.

 

Di passaggio porrei brevemente l'accento sulla modalità con cui i farisei interrogano Gesù: essi partono dall'adulazione, cercando di veicolare il messaggio che anche loro erano dello stesso “partito” del nazareno: «Maestro, sappiamo che sei veritiero, ...». E' una tecnica antica: adulare, solidarizzare con l'interlocutore, affinché questo, riponendo nell'uditorio la propria fiducia, dica una parola di troppo, si tragga in inganno. Nell'epoca del narcisismo diffuso, già questa prima annotazione potrebbe risultare utile per mettere in guardia il lettore dalle trappole linguistiche dei falsi (si potrebbe aggiungere “amici”, “adulatori”, ecc., ma sembra superfluo. Definirli semplicemente “falsi” è più che sufficiente).

 

La risposta di Gesù è nota, ed anche lo stratagemma che mette in atto: la moneta chiesta ad un fariseo, la lettura dell'effige e la domanda retorica: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». E i farisei sono costretti ad ammettere la “sconfitta” intellettuale, andandosene. Ciò che sembra interessante sottolineare, però, è la frase finale pronunciata da Gesù: «Rendete dunque quello che è di Cesare, a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». Le monete, i soldi, il potere economico, politico e religioso sono dimensioni di Cesare, di tutti i cesari che nella storia si sono susseguiti. Dimensioni del tutto “umane” (nel senso che non riguardano né Dio, né gli animali), necessarie certamente, ma che devono rimanere nella loro dimensione. Oggi spesso, per dirlo con una battuta, si è sostituito il Dio Trino, con il dio quattrino.

 

E la dimensione di Dio? Cosa è di Dio? E, quindi, cosa deve essere reso a Dio? Nella cultura biblica Dio è, prima di tutto, vita, Dio è la Vita. Un dono prezioso e, per quanto ne sappiamo, tutto sommato abbastanza raro quello della vita. Se paragonata agli “elementi”, la vita potrebbe essere la cosa più rara da trovare nell'universo. E, come ci insegna la fisica, la vita, finché è presente, è calore in un universo freddo, in un universo in cui tutto va verso il freddo. Ebbene, forse «dare a Dio ciò che è di Dio» significa anche questo – soprattutto in questi tempi incerti: abbeverarsi con gratitudine alla fonte della vita. Forse significa semplicemente vivere come sembra suggerirci Dio nella comprensione umana della Bibbia: liberi e amanti.

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