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Gesù e la trasfigurazione che per Luca non è metamorfosi

Matteo e Marco usano il termine ''metemorfothe'' ma per l'altro evangelista esso era troppo invischiato con la mitologia greca
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 16 marzo 2019

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Lc 9,28b-36 [In quel tempo] Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

Il racconto lucano, soggetto della liturgia di questa domenica – seconda di Quaresima -, è quello della trasfigurazione: uno dei più celebri e uno dei più celebrati dal mondo artistico. Come è noto, questo racconto è presente (con qualche divergenza) nei primi tre racconti evangelici: Matteo, Marco e, appunto, Luca. Prima di tutto è necessario fermarsi al termine “trasfigurazione”.

 

Leggendo il testo, appare interessante notare che Luca, in realtà, non parla di trasfigurazione. O, meglio, Luca – a differenza degli altri due vangeli – non utilizza il termine trasfigurazione: esso viene sostituito dalla perifrasi: «il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante». Il riferimento qui è chiaramente collegato all'episodio in cui Mosè, sceso dal Sinai con le tavole della legge, non si era accorto di avere il volto splendente (riflettendo la gloria di Dio, essendo stato a contemplarla). Ma perché Luca non utilizza il termine “trasfigurazione”?

 

La ragione va ricercata nel testo originale degli altri due vangeli: in essi il termine “trasfigurazione” è la traduzione di “metemorfothe” (fu trasfigurato). Il verbo che Luca non utilizza è quindi “metamorfosi”, verbo troppo invischiato – per l'evangelista – con la mitologia greca, in cui gli dei spesso compivano queste metamorfosi, questi cambi di forma. Eppure proprio questo verbo sembra importante per la comprensione dell'episodio. Metamorfosi letteralmente significa “altra forma”, e può essere quindi inteso come un cambiamento radicale, come un “andare al-di-là della forma”. Gesù, pregando umanamente, riesce ad andare oltre la propria forma, oltre la forma. È sempre interessante sottolineare come anche il figlio di Dio sentisse il bisogno di pregare, di ritirarsi su di un monte per instaurare un silenzio dialogico con il Padre.

 

«Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo». Gesù prega e compaiono i due più grandi profeti in Israele: Elia e Mosè. Con essi, durante questo momento di trasformazione radicale, Gesù parla del proprio “esodo”. Il riferimento è qui volto chiaramente alla morte in Croce, ma è interessante che venga utilizzato proprio il termine “esodo”. Esodo è certamente uscita – dalla schiavitù in Egitto -, ma è uscita in vista di una libertà promessa. Esodo è liberazione. Ma liberazione da che cosa? Si ponga molta attenzione a non identificare la morte con la liberazione, a non equipararle. La morte non può essere intesa come liberazione dalla schiavitù della vita (questo sarebbe veramente troppo “greco”).

 

L'esodo che qui Gesù si prepara a compiere è quello spirituale, religioso. L'uscita di Gesù è il manifestare pubblicamente a Gerusalemme la corruzione in cui era caduta la casa di Dio, è la scandalosa quanto radicale applicazione del comandamento dell'amore, del farsi carne della Parolamore. La croce, qui simbolo più spostato sul versante umano piuttosto che divino, diventa una conseguenza dell'esistere nell'amore assoluto. Ed in questa accezione si può intendere che Gesù portò autenticamente la propria croce.

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