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Gesù lo amò e gli disse: ''Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!''

La fama di questo brano evangelico tratto dalla narrazione marciana è grande e, come spesso capita con le cose “troppo” famigliari, il rischio è che queste parole, pian piano, perdano di significato, smettano di risuonare. L'impegno che si può provare ad assumere, è quello di chi tenta di ri-leggere come se fosse, sempre, la prima volta
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Di Alessandro Anderle - 13 ottobre 2018

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mc 10,17-30    [In quel tempo] mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

 

La fama di questo brano evangelico tratto dalla narrazione marciana è grande e, come spesso capita con le cose “troppo” famigliari, il rischio è che queste parole, pian piano, perdano di significato, smettano di risuonare. L'impegno che si può provare ad assumere, è quello di chi tenta di ri-leggere come se fosse, sempre, la prima volta.

 

Il narratore introduce il brano con un'immagine: quella di un tale (solo nel parallelo matteano si specifica essere un “giovane”) che si getta ai piedi di Gesù chiedendogli come ereditare la vita eterna. Quel tale nutriva sicuramente grande rispetto per il Maestro errante: si getta ai suoi piedi e lo definisce “buono”. Inoltre è la natura stessa della domanda a svelare il fatto che quell'uomo attribuiva realmente a Gesù la capacità di farsi interprete della volontà di Dio.

 

L'uomo era certamente mosso – come molti giudei suoi contemporanei – dal desiderio di vita eterna, da quell'anelito di eternità che sconfigga, una volta per tutte, la morte. È sempre bene ricordare che al tempo di Gesù le “teorie” sull'aldilà erano molteplici e variegate, in altre parole non vi era una visione univoca – nemmeno fra i giudei – su cosa sarebbe accaduto all'uomo dopo la sua morte. Evidentemente, però, il bisogno di superare la dimensione della finitezza era un'aspettativa condivisa.

 

Gesù risponde all'uomo citando, prima di tutto, la legge di Mosè: «Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Questa citazione però svela una caratteristica dell'interpretazione della fede da parte di Gesù: egli, infatti, cita solamente la seconda parte del decalogo, quella riguardante i doveri verso l'altro (uomo) – a differenza della prima che, invece, enuncia i doveri verso l'Altro (Dio). Ciò vale a dire che, per Gesù, l'amore a Dio si rivela sempre nell'amore al prossimo. In altre parole Gesù afferma che le due dimensioni non possono essere distinte: non è possibile amare Dio e non amare l'altro uomo.

 

Il pio interlocutore, però, fa notare al Maestro che questi comandamenti li osserva fin dalla giovinezza. La reazione di Gesù descritta da Marco è emblematica: «fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”». I gesti e i sentimenti del Figlio. Fissò lo sguardo su di lui, rimase colpito dalla fede di quell'uomo, lesse fra quelle parole una volontà forte, vera. E per questo lo amò. Lo amò pur sapendo che stava per chiedergli una rinuncia radicale, lo amò pur non sapendo ancora la risposta alla successiva domanda. Lo amò e basta, incondizionatamente, fissando su di lui il suo sguardo. Chissà cosa avrà provato, quell'uomo, in quel momento, nell'intreccio irripetibile di quegli occhi...

 

Gesù, afferrato dall'amore, l'Amore che comincia a percepire una risonanza, si spinge oltre la legge di Mosè: «una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Quell'uomo era pronto ad incamminarsi su di una nuova via: esigente, tanto totalizzante, quanto liberante. Avrebbe forse potuto dire: «liberati dell'ultima catena e usa i suoi anelli per creare relazioni nuove, autenticamente fondate sulla totale gratuità dell'amore. Poi sarai pronto. Cosa aspetti? Vieni! Seguimi!». Quel «e vieni! Seguimi!» tradiscono una forte aspettativa da parte del Maestro, e una certa urgenza.

 

«Per quell’uomo era giunta l’occasione della scelta, del discernimento tra l’amore, la comunione, oppure il possesso di beni nella solitudine. Eppure egli non arriva a conoscersi, a osare e a decidersi. Così appare chiuso all’amore, incapace di accogliere l’amore su di sé, di accettare di essere amato. L’amore gratuito – lo sappiamo – può ferire il nostro narcisismo, chiedendoci di uscire da noi stessi per aprirci all’altro, di toglierci tante maschere per amare ed essere amati nella verità. L’amore passivo è esigente e a esso facciamo resistenza, più che all’amore che noi stessi rivolgiamo con protagonismo verso gli altri. […] Allora Gesù rivela ai discepoli che, per accogliere l’amore, occorre non avere degli altri amori che seducono e alienano, come il denaro, la ricchezza, il potere. Chi possiede queste cose non sa discernere l’amore, che chiede accoglienza, perché è già sazio, autosufficiente, non ha bisogno di essere amato da un altro» (E. Bianchi).

 

Gesù “approfitta” del rifiuto per dare un ammaestramento importante ai discepoli: «quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». Prima, però, i gesti: Gesù «volge lo sguardo attorno». Guarda ciò che lo circonda: la terra, gli animali, gli uomini. Il creato è davanti a lui, e lui lo abbraccia nella sua totalità. In questa voglia di accogliere tutto con l'abbraccio di uno sguardo si può forse leggere il rammarico di chi è pronto ad amare fino al dono totale di sé. Ma, a sua volta, non viene amato come avrebbe sperato.

 

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