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Il Corpus Domini, la solennità che celebra il Corpo e il Sangue di Gesù. Fu istituita contro coloro che non credevano che nella particola ci fosse la presenza di Cristo

In questo brano del Vangelo Gesù afferma per la prima volta una cosa, in vero, abbastanza semplice: il suo esserci, la sua immanenza, nel fedele, in colui che crede nella sua parola vivente. Non è un caso se lo stesso Giovanni apre il suo vangelo con la frase «e la Parola si fece carne»
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Di Alessandro Anderle - 17 giugno 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Questa domenica si celebra una delle festività più importanti per il mondo cattolico: la Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, meglio nota come Corpus Domini (Corpo del Signore) in Italia, oppure come Corpus Christi (Corpo di Cristo) nei paesi iberici ed anglosassoni.

 

Fu istituita ufficialmente (ed universalmente) nel 1264 da Urbano IV, ma in realtà nacque come festività istituita nella, e per la, diocesi di Liegi (Belgio) nel 1247. A quel tempo il Vescovo aveva la facoltà di istituire “autonomamente” delle festività per la propria diocesi, e nella fattispecie questa nacque come risposta alle tesi di Berengario di Tours, che in quel momento godevano di un certo seguito, il quale ha sostenuto che la presenza di Cristo nella comunione era solamente simbolica, e non reale.

 

Tesi che, sotto una prospettiva completamente diversa, verranno adottate anche dai calvinisti francesi (ugonotti) - per i quali sostenere la presenza reale di Cristo nell'eucaristia è offensivo nei confronti della religione evangelica – i quali, tra il 1540 ed il 1600, si opposero fermamente alla celebrazione del Corpus Domini.

 

Leggiamo ora il vangelo secondo Giovanni, la lettura di questa domenica di Corpus Domini:

 

Gv 6,51-58 (Gesù disse alla folla): 51 Io sono il pane vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52 I giudei dunque litigavano gli uni con gli altri dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?». 53 Disse dunque loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico, se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e (non) bevete il suo sangue, non avete la vita in voi stessi. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Infatti la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57 Come ha mandato me il Padre vivente, e io vivo per mezzo del Padre, anche chi mangia me, pure lui vivrà per mezzo di me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come (quello che) mangiarono i padri e morirono; chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Se l'argomento della scorsa domenica, in cui si celebrava la Ss Trinità, poteva risultare quantomeno ostico alle orecchie dell'uomo contemporaneo, non si può dire che l'Eucaristia in quanto tale lo sia in modo minore. Frasi come «il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo», oppure «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna», o ancora «se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e (non) bevete il suo sangue», ancora oggi suscitano una reazione quantomeno forte, che potrebbe suonare simile a quella di chi ascoltava Gesù 2000 anni fa: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?».

 

Tutto il sesto capitolo di Giovanni è scandalosamente forte, tanto forte da chiudere la seconda parte con una frase che, per motivi ovvi, non ricorre molte volte nelle scritture sacre e che attesta, se così si può dire, una sconfitta per Gesù: «Da questo (momento) molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non camminavano più con lui» (Gv 6,66).

 

La conclusione diretta del nostro brano, invece, ci dice un'altra cosa: «(Egli) disse queste cose, insegnando nella Sinagoga a Cafarnao» (Gv 6,59). Gesù, il rabbì Gesù, insegna in uno dei luoghi che era solito frequentare, assieme agli altri ebrei: la Sinagoga, la casa di studio e preghiera – con funzione, si noti, differente dal Tempio di Gerusalemme.

 

Nel luogo della sua religione Gesù insegna che lui è «il pane vivente», il vero pane -  pochi versetti prima Gesù afferma che «i vostri padri mangiarono nel deserto la manna e morirono» (Gv 6,49) – che da la vita, che può far rinascere a se stessi. Il pane che darà è la sua carne, letteralmente sárx, un termine che designa, dal punto di vista biblico, precisamente la fragilità umana dinanzi all'onnipotenza divina.

 

«Ora, se è vero che per la fede dei cristiani è decisivo aderire a Gesù, bisogna però intendersi bene sulle parole: quando si dice “Gesù”, ci si riferisce a un vero uomo, debole, fragile e mortale come lo siamo noi; un uomo di carne (sárx: Gv 1,14), la sua carne che egli ci dona. Un uomo che è nato, vissuto e morto come ogni figlio di Adamo (cf. Lc 3,38): humanissimus, come amavano definirlo i padri monastici medievali!» (E. Bianchi).

 

Alla reazione degli altri fedeli che ascoltavano Gesù insegnare in Sinagoga («Come può costui darci da mangiare la sua carne?»), lui risponde con un'affermazione ancora più forte, scandalosa quasi più per un ebreo del tempo che per le nostre orecchie: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Infatti la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda».

 

La Torah di Mosè, infatti, proibisce esplicitamente il consumo del sangue, poiché è un elemento sacro, che contiene la vita (cf Gn 9,4; Lv 3,17; Dt 12,16.23-25). Come tutti sanno, ma pochi ricordano, secondo il libro della Genesi – il quale, più che voler “spiegare” in termini scientifici, vuole presentare un pensiero sull'uomo e le sue relazioni – Dio inizialmente dona all'essere umano tutte le erbe e i frutti degli alberi; sarà solamente con il patto che stringerà con Noè dopo lo sterminio del diluvio, che all'uomo viene permesso di mangiare – e quindi uccidere – anche gli animali.

 

Con un'immediata raccomandazione: «Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue» (Gn 9,4). Si capisce come le parole di Gesù abbiano creato scandalo fra gli altri fedeli che, con lui, pregavano e studiavano in Sinagoga.

 

In questo brano Gesù afferma per la prima volta una cosa, in vero, abbastanza semplice: il suo esserci, la sua immanenza, nel fedele, in colui che crede nella sua parola vivente. Non è un caso se lo stesso Giovanni apre il suo vangelo con la frase «e la Parola si fece carne».

 

Un esserci di Gesù, attraverso lo Spirito e quindi in termini squisitamente spirituali, che è un esserci della sua parola, delle parole dette dalla Parola, dalla verità vivente, che si è fatta carne. Una carne umile come lo è l'esistenza umana quando la si guarda dritta negli occhi, togliendo per un attimo le lenti di un autorealizzazione effimera come la volatilità della finanza, una carne che passò dal mondo per una trentina d'anni, e che finì per pendere, come tanti prima e dopo di lui, da una croce fra altre croci.

 

È solamente la croce a rendere la carne di questo Messia, del Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, uguale a quella di milioni di condannati a morte. Condannati a morte sempre dall'uomo, da un uomo che ancora non riesce ad accettare il valore intrinseco, il valore che ha in sé, la vita. Unicamente, la vita. Fintantoché non si capirà questo, come pensare – e soprattutto cosa pensare – della vita eterna?

 

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