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''Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?''. La parabola del buon Samaritano e il comandamento più grande

Il brano, contenuto solo nel Vangelo di Luca, istruisce sul dovere cristiano di aiutare il prossimo, senza distinzioni
Dal blog di Alessandro Anderle - 13 luglio 2019 - 20:39

Lc 10,25-37 [In quel tempo], un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno». Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così».

 

Il brano che la chiesa cattolica legge nella liturgia di questa domenica è certamente denso di significati e, soprattutto, volto alla – se così si può dire – forma essenziale d'esistenza di ogni cristiano. Possiamo dividere la pericope in due tematiche narrative: la prima – presente anche nei vangeli secondo Marco e secondo Matteo – tratta del “comandamento più grande” (quello, cioè, che permette di ereditare la vita eterna); la seconda, presente solo nel vangelo secondo Luca, viene comunemente chiamata parabola del “buon samaritano”.

 

Il dottore della Legge era una persona specializzata nello studio e nell'interpretazione – volta alla prassi – della Torah di Mosè (le leggi presenti nei primi cinque libri della Bibbia). Secondo lo studio di questi dottori, dalla Torah erano/sono estrapolabili 613 precetti. Visto il numero considerevole, i dibattiti su quale fosse il precetto più importante, quello irrinunciabile per poter ereditare il Regno del Signore, erano numerosi. In questo contesto, con un po' di malizia (“per metterlo alla prova”), viene interrogato anche Gesù.

 

La risposta del Rabbuni Gesù è in linea non tanto con la tradizione giudaica, quanto piuttosto con la Scrittura, con la Torah. Gesù risponde con una controdomanda, in realtà è il dottore della Legge stesso a fornire la risposta giusta, componendo due passi biblici. Il primo, il più importante, è la preghiera di ogni ebreo, che si trova in Deuteronomio 6,4-9: «Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l'unico SIGNORE. Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li insegnerai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città». Il secondo è tratto dal libro del Levitico 19,18: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE».

 

Gesù conferma la risposta, ma pone l'accento sulla prassi, con un imperativo: «fa' questo e vivrai». Lo scriba, evidentemente convinto di agire già secondo la Torah di Mosè, quindi di essere nel giusto, pone un'altra domanda essenziale a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Data la “chiusura” etnica dell'Israele storico, questa domanda è più che lecita: chi devo considerare mio prossimo? I miei correligionari? La mia famiglia? Gli schiavi? Gli stranieri che dimorano presso di noi? I pagani idolatri? Questa domanda dovrebbe risuonare anche oggi nell'anima di ogni cristiano, lasciandosi guidare dalla risposta di Gesù.

 

Gesù non chiarisce direttamente la questione con una risposta netta, ma – come spesso accade – racconta una parabola. Qui il senso della parabola emerge nella sua importanza: essa, infatti, era volta a sensibilizzare – o, meglio, convertire il cuore dell'ascoltatore -, utilizzando una narrazione in cui veniva contraddetto il senso comune. Qui gli elementi ci sono tutti: il sacerdote ed il levita, funzionari del Tempio (stavano scendendo proprio da Gerusalemme, dove avevano appena officiato nella Casa del Signore), i quali avrebbero dovuto incarnare, secondo il senso comune, le vette della fedeltà a Dio; il samaritano che, invece, rappresentava una categoria abominevole per il giudeo (ciò a causa del loro rapporto molto stretto – anche i samaritani pregavano la Torah di Mosè e possedevano un Tempio).

 

Alla fine, quello che per il dottore del Tempio avrebbe dovuto rappresentare il “peggio” della razza umana, il samaritano, è l'unico che opera misericordia verso il bisognoso. Il sacerdote ed il levita, probabilmente in stato di purità, hanno preferito seguire la legge per evitare di contaminarsi, compiendo secondo Gesù un peccato certamente più grande del “semplice” stato di impurità. Anche in questo caso, la conclusione della narrazione non è un insegnamento, ma un imperativo esistenziale: «Va', anche tu fa' ugualmente». Si crede tanto quanto si cammina nell'esistenza: «Anzi uno piuttosto dirà: “Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”» (Giac 2,18).

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