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''Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore'', Gesù non chiede un riconoscimento ma di essere amato

Gesù, dopo la resurrezione, appare ancora ai discepoli che si trovavano in uno stato esistenziale di sconforto per la sua morte, e affida il mandato a Pietro di “pascere le sue pecore”. Questo brano del vangelo secondo Giovanni apre molte domande
Dal blog di Alessandro Anderle - 04 maggio 2019 - 20:10

Gv 21,1-19 [In quel tempo], Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.

 

Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare.

 

Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso ora».

 

Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

 

Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

 

Gesù, dopo la resurrezione, appare ancora ai discepoli che si trovavano in uno stato esistenziale di sconforto per la sua morte, e affida il mandato a Pietro di “pascere le sue pecore”. Questo brano del vangelo secondo Giovanni apre molte domande: come è possibile che i discepoli non riconoscano Gesù? Perché Gesù, ormai risorto, sente il bisogno di condividere del cibo con i propri discepoli? Ancora: per quale motivo Gesù pone a Pietro la stessa domanda tre volte?

 

Il non riconoscimento di Gesù da parte dei discepoli dopo la resurrezione è un topos particolarmente ricorrente nella letteratura evangelica. L'esempio più conosciuto è rappresentato, probabilmente, dalla vicenda giovannea della “cena in Emmaus”, dove i discepoli riconoscono Gesù dopo molto tempo, e solamente nel momento preciso in cui egli spezza il pane. E questo non riconoscimento ha sicuramente un significato fondamentale per il cristiano: la presenza di Cristo è ovunque, ed in chiunque agisce nell'amore è lecito vedere il Signore.

 

Di più: secondo i vangeli il volto di Cristo deve essere ricercato nei poveri, in coloro che si sentono sconfitti dalla vita, negli ultimi. In questi giorni papa Francesco – e la cosa meriterebbe un buon approfondimento – è stato accusato di eresia in un documento composto dalla fazione tradizionalista della chiesa americana.

 

E non è un caso che il documento papale messo sotto stato d'accusa sia proprio la Amoris laetitia, la gioia dell'amore. Ancora una volta nella storia la rivelazione rivoluzionaria di un Dio che è amore, la rivelazione cristiana, non riesce a penetrare i cuori di coloro che usano la fede per giustificare l'ingiustizia verso l'altro uomo. La forza dell'amore, però, sta nell'impossibilità di poterlo spegnere. Può essere umiliato, deriso e dare l'illusione di essere morto, ma in realtà è pronto a risorgere dopo tre giorni.

 

Ed il fatto che Gesù senta il bisogno di condividere un pasto con i suoi discepoli dice di una dimensione in cui lo Spirito non esiste disgiunto dalla carne. L'incarnazione di Cristo, secondo la visione cristiana, è stata un'autentica incarnazione, Dio si è fatto autenticamente uomo – mangiando e bevendo, amando e soffrendo – per salvare autenticamente tutto l'uomo, non la sua anima o il suo spirito soltanto. Uomo che ha bisogno di salvezza intesa come speranza sempre aperta all'amore, come possibilità di vedere la luce nel futuro.

 

Anche Pietro ha bisogno di essere salvato: il primo fra gli Apostoli che davanti alla paura rinnegherà Gesù tre volte. Per tre volte, poi, dovrà riconoscerlo come la verità. E si badi bene, Gesù non chiede un riconoscimento razionale, non chiede un pubblico pentimento, ma chiede di essere sentito nell'amore. Chiede un sentimento: di essere amato.

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