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Quando Gesù con Pietro dimostra di non essere il Messia politico ma il Messia appeso ad una croce

Gesù disse: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» perché il buon cristiano deve essere pronto a trasportare lo strumento che darà la propria morte, perché chi cerca di essere giusto sa che verrà riprovato dal male che banalmente serpeggia nel mondo
Dal blog di Alessandro Anderle - 15 settembre 2018 - 20:19

Mc 8,27-35 [In quel tempo] Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente.

 

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

 

 

Il brano proposto dalla liturgia cattolica per questa domenica è tratto, dal punto di vista letterario, dal centro del vangelo secondo Marco. Lo “spartiacque” consiste nella cosiddetta “confessione messianica di Pietro” («Tu sei il Cristo»): la parte precedente del vangelo è incentrata sulla conoscenza della vera identità di Gesù; la parte che segue le parole di Pietro, invece, è caratterizzata dal tema della sequela sulla via della croce – il vero motivo teologico di Marco.

 

Nonostante il riconoscimento “definitivo” da parte di Pietro, Gesù continua ad imporre il segreto ai suoi discepoli: non basta il riconoscimento del suo essere Messia/Cristo (Christos è la traduzione in greco dell'ebraico Messiah, che significa “unto”), ora è il momento di svelare i tratti fondamentali di questa messianicità, cioè quella che il Messia è Messia in quanto Servo sofferente di Dio. Non il Messia politico atteso dai giudei – come dimostra Pietro con le sue parole alle quali, quindi, Gesù risponde in maniera molto dura («Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini») -, ma il Messia appeso ad una croce scandalosa, passivo dinanzi al male umano.

 

Gesù istruisce i discepoli sul destino che lo attende («il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere»). «Perché “deve”? Certo, non è né una fatalità né un destino e neppure la volontà di un Dio che vorrebbe il sacrificio, le sofferenze di suo Figlio Gesù, per placare la propria collera verso l’umanità peccatrice. Perché allora sta scritto “deve”? Perché c’è innanzitutto una necessitas umana: nel mondo il giusto può solo essere rigettato e perseguitato. È sempre accaduto così, a causa della malvagità degli empi che non sopportano il giusto, perché egli dà loro fastidio al solo vederlo, e dunque lo tolgono di mezzo. Nel libro della Sapienza, composto alle soglie del Nuovo Testamento, si denuncia con chiarezza questa necessitas umana (cf. Sap 1,16-2,20)» (E. Bianchi).

 

A questo punto, Gesù si reca nuovamente dalla folla, dal suo uditorio più ampio (il ché indica che le sue parole non sono valide solamente per i Dodici), e indica le condizioni necessarie per mettersi, autenticamente, alla sua sequela: «se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

 

La chiarezza di questa parole, non necessiterebbe di commento. Chiunque voglia seguire Gesù, chiunque voglia definirsi cristiano, deve prima di tutto rinnegare se stesso, che significa mettere a tacere il proprio ego, uscire da se stessi. Avere il coraggio di prendere la propria croce, trasportare lo strumento che darà la propria morte, perché chi cerca di essere giusto sa che verrà riprovato dal male che banalmente serpeggia (nelle parole, nelle azioni, nelle intenzioni) sulla terra. Chi avrà l'umiltà di perdere la vita, mettendola completamente nelle mani dell'Amore del Padre, potrà rinascere a vita nuova, e a nuova vita.

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