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A scuola insegniamo il rispetto (per donne, Lgbt, stranieri) ma il governo fa l'opposto. Come dobbiamo comportarci in classe?

Non sono iscritto ad alcun partito, e, nonostante i miei pochi anni di vita (quasi trenta), non ho memoria di un linguaggio politico sceso così in basso al punto di arrivare ad additare e disprezzare chi “non ci sarà”, anziché ad invocare l’aiuto di chi “ci sarà”. Non sto rosicando e non ho bisogno di Maalox, ma di delucidazioni
DAL BLOG
Di Anansi - 05 dicembre 2018

Mi chiamo Stefano Bannò ma alcuni mi conoscono come Anansi. Sono un musicista e mi piace scrivere. Ho lavorato con molti artisti italiani e sono sopravvissuto a un Festival di Sanremo...

Sono un musicista, ma da qualche anno lavoro anche come insegnante precario in un liceo della città. Non ho mai espresso la mia fede politica durante le mie lezioni e non lo farò mai. Mi limito a dare degli stimoli ai miei studenti a cui poi, se vogliono, possono rispondere criticamente in modo personale e indipendente.

 

La scuola, da che ne ho memoria, insegna – o dovrebbe insegnare – il rispetto per il diverso, la pace, la solidarietà, la condivisione, la tolleranza, il rifiuto della violenza verbale e fisica. In una parola, insegna - o dovrebbe insegnare - umanità.

Non sono un veterano dell’insegnamento e ho ancora molto da imparare, ma vivo qui, in Italia, adesso, nel 2018, e non posso fare a meno di constatare che esistono delle palesi contraddizioni tra il linguaggio e l’atteggiamento dell’attuale governo e i valori etici e morali della scuola.

 

 

Mentre il Ministro dell’Interno era impegnato a esporre delle contestatrici minorenni al pubblico ludibrio, io ero in classe a parlare di rispetto per le donne. Mentre il Ministro della Famiglia negava l’esistenza delle coppie gay, io ero in classe a parlare di rispetto per la comunità LGBT. Mentre alcuni loro seguaci qui in Trentino si scagliavano contro i bambini stranieri, rei di avere occupato le altalene di un parco della città, e contro 37 richiedenti asilo, in seguito sparpagliati in giro per l’Italia, e il loro leader festeggiava per l’approvazione del Decreto Sicurezza, io ero in classe a parlare di rispetto per lo straniero.

 

 

Non sono cattolico, ma dai miei genitori ho ricevuto un’educazione cattolica di cui vado onestamente fiero. Anche in parrocchia ho appreso gli stessi valori che mi sono stati insegnati a scuola. Eppure oggi sono mio malgrado testimone di un uso spregiudicato dei simboli più delicati del Cattolicesimo, la croce ed il presepe, come strumenti divisivi, anziché inclusivi. Di questo non ho parlato in classe, perché la scuola è – o dovrebbe essere – laica e aconfessionale, così come il Paese in cui vivo, secondo la sua Costituzione.

 

 

Non sono iscritto ad alcun partito, e, nonostante i miei pochi anni di vita (quasi trenta), non ho memoria di un linguaggio politico sceso così in basso al punto di arrivare ad additare e disprezzare chi “non ci sarà”, anziché ad invocare l’aiuto di chi “ci sarà”.

 

 

Non sto rosicando e non ho bisogno di Maalox, ma di delucidazioni: come conciliare i valori della scuola con i tempi che corrono nel nostro Paese?

 

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