Andava respinto il "blocchiamo tutto": così si rischia di dare fiato alla destra che, starnazzando, stravolge la portata di una grande mobilitazione

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Sono quasi le 18 di questo 3 ottobre. Chiamo la redazione de Il Dolomiti. Chiamo speranzoso per una domanda semplice. “Ci sono comunicati del sindacato e dei partiti della sinistra che prendono le distanze da chi ha portato la sacrosanta protesta pro Gaza in tangenziale, bloccando il traffico?”. Risposta: “Fino ad ora, niente”.
La mia speranza muta in rapidamente in rabbia. Una rabbia che è bazzecola di fronte all’orrore impotente che provo per la cancellazione di ogni residuo di umanità da parte di chi vuol resettare un popolo a colpi di cannone e, peggio, affamando i morti viventi costretti a peregrinare tra le macerie di ogni diritto basilare. Tuttavia sì, sono incazzato nero per come è facile, per quanto è veloce, il precipitare della virtù nel masochismo.
Ma come? Leggo i commenti furibondi di chi da destra (un Fratello d’Italia che della fratellanza se ne fotte) fa letteralmente di ogni erba un Fascio. Nulla di cui stupirsi: fanno il loro mestiere.
Mi aspettavo che chi ha promosso lo sciopero generale, così come la sinistra presente nel corteo con i suoi rappresentanti di punta, arrivasse prima di ogni altro a dire – “così non si fa”.
Non si fa – non si può fare – il killeraggio di una causa nobile per la soddisfazione (piccola, piccolissima, misera) di farsi eroi in un microcosmo. Gasarsi per una strada bloccata può far breccia tra chi ha un’idea tragicamente perversa del consenso ma non farà acquisire alcuna benevolenza. Anzi, è probabile – per la verità è certo – che anche chi pena per i palestinesi nel suo privato di famiglia e di rapporti finirà col rifuggire la protesta se la protesta deraglierà dai binari di un convincimento che richiede molta più fatica di un sit in su un binario o su una corsia stradale. Finirà col dubitare piuttosto che col simpatizzare, piuttosto che parteggiare.
Il sindacato (la Cgil e l’Usb) dovrebbe saperlo. Anzi, lo sa di sicuro. Lo sanno di sicuro il Pd, i duettanti di Verdi e Sinistra, le tante associazioni e la stragrande maggioranza dei singoli che altro modo non hanno di opporsi alla tragedia se non quello di manifestare. Sanno – tutti questi – che qualcuno (ma purtroppo non pochi) svicolerà dalla normalità benedetta di una protesta per affermare non “la causa” ma semmai un ego nichilista che si potrebbe sintetizzare così: “Noi abbiamo capito, se voi non capite state in fila dentro le auto e aspettate treni migliori”.
Ebbene, se non c’è modo di evitare il masochismo è però d’obbligo condannarlo in tempo reale. Se non lo si fa – e non lo si fa subito, non a scoppio ritardato – non si è certo “complici” della stupidità (o della violenza di creare improduttivi disservizi) ma si rischia di mandare al macero la credibilità, di sminuire la forza di una reazione all’orrore che per quanto i cretini cerchino di sminuirla è interclassista e miracolosamente intergenerazionale.
Dovevano parlare prima, molto prima, di chiunque altro quelli che “stanno dalla parte del bene, del diritto, della solidarietà, del rifiuto delle ipocrisie becere di chi sale in cattedra per impartire lezioni a chi non ne può della morte in diretta quotidiana. Dovevano essere loro i più duri, i più decisi. La Cgil, l’Usb, i dirigenti dei partiti di sinistra e quant’altri hanno organizzato sciopero e manifestazioni dovevano farsi immediatamente interpreti – rincorrendo i microfoni e i taccuini dei giornalisti alla bisogna – del sentimento pacifico e pacifista (mica le due cose sono in contraddizione) di migliaia di persone già convinte che però vogliono avvicinare, non allontanare, chi convinto ancora non è.
E dovevano farlo con parole il meno biforcute possibile: condannando, isolando, respingendo la logica di un “blocchiamo tutto” che potrebbe drammaticamente finire col bloccare solo un processo complicato ma possibile di consapevolezza ed impegno personale e collettivo.
Alle 18 di oggi – il 3 ottobre – di tutto questo non c’era traccia. Alle 18 e un minuto – dopo aver letto la condanna moderata del presidente della Provincia e di Bisesti, ma anche quella sguaiata di Fratel (d’Italia) Urzì, il mio imbarazzo si è fatto disagio grave.
Non fregherà a nessuno. Ci sarà chi salirà ancora in cattedra indicandomi il posto dietro la lavagna di quelli che “ma smettila di rompere”. Frega a me che nel vedere i ragazzi che sfilano assieme agli adulti, i militanti assieme ai “mili-niente” come me, ancora un poco mi commuovo.
Ma poi penso che con la commozione non si va troppo avanti. Penso che, forse, non si andrà tanto avanti (e servirebbe, eccome se servirebbe) se non si troveranno forme meno rituali, più creative e spiazzanti di protesta. Non è spiazzante bloccare una strada: purtroppo è diventato perfino prevedibile.
Potrebbe essere spiazzante trasformare un corteo in una miriade di capannelli, di “filò” nei bar e in ogni angolo di città, utili a fermare i passanti, a “tirarli dentro” un sentimento che vivono anche se distrattamente me non senza disagio.
Potrebbe essere spiazzante il silenzio al posto dei fischietti, dei megafoni, degli altoparlanti e delle raganelle. Potrebbero essere spiazzanti le immagini che parlano più dei comizi: immaginate tremila persone che sfilano silenti con la sola foto di quel bambino che fugge per chilometri, scalzo, con in groppa la sorellina. Potrebbe essere spiazzante un mega sciopero della fame (la stessa imposta a Gaza). Potrebbe essere spiazzante tutto quello che, nella protesta, non è scontato, prevedibile, infinitamente prevedibile. Potrebbe essere spiazzante, infine, spiazzare gli “incursori delle cause perse” con un forte, fortissimo, rifiuto pubblico. Perfino preventivo.
“Non c’è trappola più mortale di quella che prepariamo con le nostre mani”, diceva Raymond Chandler. Le centinaia di migliaia di persone per bene che oggi hanno fermato l’Italia non meritano di finire dietro le pagine dei “disordini”, “dei blocchi”. Né possono essere condannati a sopportare il vomito di chi liquida il valore di un moto d’umanità con epiteti da cercopitechi di Tv e giornali che vanno in orgasmo se della protesta possono mostrare solo il “brutto”. Ma evitarlo, il brutto, tocca a chi ha la coscienza a posto.












