Bergonzoni, l'Alessandro Magno della parola che parte dall'Io per svegliare il Noi

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Sì, ma allora ditelo. Ditelo – voi di Pergine Festival – che avete deciso di condannare lo spettatore alla pena dell’inadeguatezza. Ditelo che siete perfidi nel proporre un’alluvione di parole che nessun altro da un palco riesce a rendere tanto travolgenti ma nello stesso tempo tanto imbarazzanti per come e per quanto ti fanno perdere il filo. Perdere il filo ma – ed è un miracolo - senza perdere il senso. Che è tanto, tantissimo.
Parole felicemente, sorprendentemente, magicamente imbarazzanti. Parole che giocano e a volte s’azzuffano tra loro. Solo l’italiano del sapiente cambio (e dello scambio) di una vocale o di una consonante può permettere questa magia a chi sa trattarlo con ingegno, fantasia e amore. A palate.
Le parole, un Cubo di Rubik di parole, di Alessandro Bergonzoni. Le parole dell’uomo, lo smilzo, chiamato capello (arruffato). E giù il cappello. Parole starnazzanti soltanto in apparenza quelle di Bergonzoni, una specie di Alessandro Magno del vocabolario. Parole che compongono e scompongono. Che però impongono pensieri che il matt/attore vorrebbe che diventassero opere (di bene, di impegno senza sdegno). Eccolo il senso, anche quello dei finti “non sense”.
Parole che obbligano ad un allenamento cerebrale salutare ma al tempo faticoso. Fatica utile a non smarrirsi anche per non svicolare nel solo applauso, nella sola risata (irrefrenabile), nella sola ammirazione. Ecco l’inadeguatezza di cui sopra. Provando a seguire l’ineguagliabile eloquio di Bergonzoni si gode più dei ricci (che per stare al suo gioco chiameremo godericci) ma ci si sente piccoli di fronte ad una grandezza verbale che evita il Verbo e semina il Dubbio.
C’è una leggerezza che pesa – eccome se pesa – sulle coscienze nel lavoro immane di Bergonzoni. Una leggerezza che pesa soprattutto su quelle coscienze (sveglia, che è già tardi) obnubilate da falsi tormenti quotidiani. Tormenti che sono infima cosa di fronte al baratro d’indifferenza (o peggio di assuefazione) per un mondo che va a sbattere riportando ogni giorno più indietro l’umanità. Un mondo in guerra. Un mondo che s’adatta perfino alla strage dei bambini (e mica solo a Gaza). Un mondo al contrario (il contrario di ogni regola, di ogni buonsenso, di ogni valore) al quale Bergonzoni, l’affabulAttore si ribella chiamando alla ribellione. Come? Lui lo fa ricorrendo senza freno orale un minimo (sì, appena un minimo che sarebbe già tanto) di essenza. Politica? Certo, politica ma senza comizi e senza vuoto. Politica “fatta a persona” perché solo il singolo può resuscitare quel “collettivo” che oggi servirebbe per deviare la rotta diretta al baratro. Artigiano della parola che nel diventare concetto sconcerta per un’abilità mostruosa. Maestria unica nel fare e disfare del suo vocabolario, Bergonzoni trascina chi lo impatta dentro un esame di maturità che forse sarebbe più utile agli adulti che ai diciannovenni col brufolo.

La maturità dell’Io che viene prima del Noi ma che del Noi non può più fare senza. C’è, infatti, un delirio dell’io che imperversa su una realtà che non guarda mai a chi sta dietro: su una barca che affonda in mezzo al mare dell’egoismo, in un carcere, nelle terre bombardate con tutto quello che di innocente ci sta dentro.
Artigiano delle invenzioni linguistiche – Bergonzoni – che sono tutto (di meraviglioso) meno che un espediente verbale. Dalla Congiuntivite si può passare – con Bergonzoni – alla “Congiungivite” per intuire a tempo record la rivoluzionaria semplicità del non guardarsi più in cagnesco dentro un condominio, in un bar, nelle tribune colitiche (politiche), nelle stanze dei bottoni che se li schiaccia qualche idiota dai capelli rosso vergogna saranno ancora più dolori. Dolori mondiali.
Bergonzoni che “stende un velo pietoso sulle guerre: “telo mostro” (cosa, anche poco, puoi fare se tieni gli occhi almeno un po’ più aperti).
Bergonzoni da lì ad Allah. Bergonzoni da Malher al Bene. Bergonzoni e la Crealtà, perché se nessuno ci metterà più del cuore, la buona creanza sarà probabilmente – come già è – un universale “mal di panza”.
In “Arrivano i dunque” – così ha battezzato lo spettacolo portato a Pergine - Bergonzoni si chiede “se noi ci chiediamo”, così come fa lui senza darci tregua e senza lasciarci il tempo di metabolizzare una battuta perché l’altra la scalza.
Si domanda “se noi vediamo”. Se vediamo il male del mondo piccolo (i rapporti) e quello del mondo grande delle ingiustizie malvestite anche se in divisa o in doppiopetto. Se vediamo anche il bene. E se lo vediamo, perché stentiamo a praticarlo. Fa tutto questo – e anche molto, ma molto di più – Bergonzoni. Lo fa parlando a sé stesso prima che al pubblico regalando al pubblico il piacere di una scoperta linguistica che ci mette un niente a produrre un effetto stupefacente: la parola, il gioco delle parole, una droga che nonostante tutti i tentativi di vietarla è ancora legalizzata. Una droga che fa bene. Anzi, benone.
Fa bene incontrare Bergonzoni. Fa bene scontrarsi con l’inadeguatezza del nostro vocabolario. Fa bene credere che in questo suo “Teatraltro” perché è davvero “altro” rispetto a tutto ciò che - naturalmente anche di buono – un palco può regalare.
Ha fatto bene Pergine Festival ad aprire col botto, il botto di Bergonzoni. Se solo un po’ della sua lezione - non lezione rimarrà in testa, se solo chi c’era andrà oltre lo scroscio di applausi grati, sarà un passaggio importante. Dal botto di uno spettacolo alla botte (di ferro) di un briciolo di consapevolezza in più.












