Da Villazzano a New York e poi ad Edimburgo ma per la Provincia non c'è "qualità" da sostenere

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
La distanza tra Trento e New York è di settemila chilometri. A spanne. Da Villazzano alla Grande Mela, da un teatro di cui tutto si può dire meno che chiamarlo “teatrino di sobborgo”, va calcolato qualche chilometro in più. Ma non è di geografia che bisogna parlare.
A New York, il Soho Playhouse è uno spazio mignon. Miniatura, però, con tutti i crismi (compresi quelli tecnici) di un luogo “di culto” per quel che riguarda la ricerca, la sperimentazione e l’innovazione artistica.
Ebbene, se si può azzardare una misura per le emozioni settemila è un numero perfino troppo piccolo. E’ inadatto ad esprimere la soddisfazione di un gruppo di teatranti trentini che in questi giorni (per loro “storici”) stanno portando in scena a New York, per una decina di repliche, il loro spettacolo. Una performance che non pare esagerato chiamare miracolo. “Puttana” – questo il titolo solo apparentemente provocatorio di un monologo per voci, sentimento, crudezza ma anche poesia, intimità, denunzia, rumori, musiche e sensazioni forti – è molto più di una riuscita prova attoriale. Un assolo sul palco e un lavoro collettivo dietro il palco che ha per protagonista la giovane e talentuosa Beatrice Elena Festi.
“Puttana” è un insieme creativamente intrigante. Un lavoro di testo e di contesto, con il primo non separabile dal secondo. Una sola protagonista che grazie alla tecnologia si sdoppia, si triplica e quadruplica nell’entrare nelle orecchie (nelle teste, nei cuori) dello spettatore. Attraverso una comunicazione in cuffia a 360 gradi. Ma l’uso fortemente originale della tecnologia che non è abuso (di qui il “miracolo”) perché la realtà che si vuol narrare (la scelta complessa di vendere il corpo cercando di non vendere l’anima) vive di empatia vera. E di vera emotività.
È nata a Villazzano l’idea di “Puttana”. E, miracolosamente appunto, si è internazionalizzata. Lo spettacolo è stato prodotto da TeatroE – il sodalizio artistico organizzativo che ha fatto di Villazzano, teatro di collina, un punto di riferimento non solo cittadino. Villazzano è una chicca capace di computare annualmente numeri invidiabili con una programmazione senza puzza al naso ma non per questo banale, scontata o, peggio, furbetta.
“Puttana” l’ha scritta Maura Pettorruso: penna prolifica. “Puttana” l’ha diretta Mirko Corradini, direttore artistico moderatamente visionario a Villazzano. E regista che pare avere una sua personale idea dell’azzardo. In che senso? Nel senso che se non rischia (artisticamente), probabilmente dorme male.

Certo, nell’approcciare la complessità tecnico narrativa di “Puttana”, Corradini deve aver passato parecchie notti insonni ma quando il teatro non si auto infligge la prigionia degli schemi, se non pratica la sfida dell’inconsueto e dell’irrituale, anche l’insonnia può essere un’ irrinunciabile, gioia.
Insomma, forse senza immaginarlo – certamente senza preventivarlo – il lavoro in questione ha fatto bingo. Nel peregrinare quelle rassegne nazionali che per fortuna permettono al “piccolo” di farsi bello anche fuori dagli angusti confini di casa, “Puttana” approdò a Catania. Lì lo videro quelli del “fringe festival”, cercatori di originalità che girano il pianeta per dare merito al merito (della sperimentazione, della scoperta, delle buone idee), Ne restarono colpiti al punto di selezionare “Puttana” per New York e, ancor di più, per quel Summerhall Art di Edimburgo che ogni anno, in estate, concentra in Scozia il meglio del cosiddetto “teatro off” mondiale con numeri stratosferici di rappresentazioni e di pubblico multilingue.
Sembra una favola. Non lo è. Fino ad oggi “Puttana” è andata in scena a New York cinque volte. Ci saranno altre cinque repliche e poi a casa sì, ma solo per una pausa perché a giugno, ad Edimburgo, le repliche saranno molte, ma molte di più.
Se questo è quanto – ed è tanto - sarebbe perfido pretendere da Mirko Corradini commenti con i piedi per terra. “Questo è un altro mondo – butta lì maledicendo il suo inglese a pizzichi e bocconi – ma è un mondo che ti resta dentro per la professionalità e la serietà con la quale non si fa differenza nel trattare i mostri sacri della prosa e dei nani come noi. C’è solo da imparare. C’è solo da ammirare come ti mettono nelle condizioni migliori per fare spettacolo senza mai derogare alle loro regole ferree. Ogni replica è una crescita, una scoperta, visto il titolo del nostro lavoro oserei dire un orgasmo”.
Può essere che Mirko Corradini esageri? Certo, può essere. Ma letti alcuni dei commenti che il pubblico Usa è abituato a lasciare dopo uno spettacolo, il diapason dell’entusiasmo forse è ancora da raggiungere. Ecco un esempio: “Brutalmente onesto. Lo spettacolo dà vita ad una realtà che molti non sono abbastanza coraggiosi da portare sul palco. Lo spettacolo si tocca con una torsione della lingua e della guancia. Sessanta minuti molto catturanti”. Ed un altro ha scritto “Sensibile, crudo, divertente e stimolante. Un’ora fantastica di teatro originale”.
Un bel viatico per la strada – ormai e “miracolosamente” piuttosto lunga, che spetta a “Puttana” dal ritorno a casa a fine gennaio, ala pausa di lavoro e di ritocco, fino alla trasferta estiva al mega festival di Edimburgo. Cioè dentro quel festival che è il sogno realizzato per chiunque faccia un teatro che prova a non essere di retroguardia nei testi, nelle tecniche, nel meticciato dei linguaggi, nell’ancoraggio alla contemporaneità dei temi e dei messaggi.
Troppo? Forse. Ma vale la pena di sottolineare che c’è chi – teatrando – si venderebbe mamma e parentado tutto per essere “scelto” per il “Fringe festival” più importante del mondo. Per essere ospitato a spese dell’organizzazione, il che è piuttosto diverso da un invito a New York e ad Edimburgo che non ti potresti permettere se non attingendo ad un mutuo oppure ipotecando l’ipotecabile.
La storia internazionale di “Puttana” (riadattata non senza sforzo alla bisogna di una lingua diversa) offre l’occasione per tornare a quei settemila chilometri che stavano all’inizio di questo articolo. Si diceva settemila chilometri di orgoglio. E ci sta. Ma a ben guardare per Corradini e il collettivo di Teatro in quei settemila chilometri che separano il Trentino dall’America ci deve essere stato anche parecchio tempo per alternare la felicità alla rabbia. Una rabbia che oggi appare del tutto giustificata. La Provincia di Trento – troppo spesso autonoma dalla conoscenza e dalla valorizzazione di quel che il Trentino sa fare bene in ambito culturale (e sociale) – ha negato a TeatroE (alla gestione dello spazio creativo di Villazzano) il finanziamento del Fondo Unico Provinciale per lo spettacolo (Fusp).
“No a circa sessantamila euro con la motivazione dell’assenza di qualità e pure dell’assenza di territorialità nel nostro lavoro – spiega Mirko Corradini dopo un rapido training per far prevalere l’ironia (amara) sugli improperi.
Assenza di qualità nelle proposte, nelle produzioni, eccetera. Chissà, può essere che a New York e ad Edimburgo abbiano meno competenze di qualche burocrate di piazza Dante a Trento. Ma ci si permetta di dubitare e di chiedere – nemmeno tanto umilmente – che quelli che decidono le assegnazioni del Fusp spieghino con quali criteri stabiliscono cosa è e cosa non è “qualità”.
Quanto alla territorialità del teatro di Villazzano qualcuno in Provincia saprà certo chiarire perché 13 mila biglietti staccati in un anno di programmazione di spettacolo conta meno di un due di picche a poker. Alla luce della trasferta extra oceanica di “Puttana”, del TeatroE, di Corradini e soci, il mancato sostegno provinciale ai loro progetti (seppur deciso prima del "colpaccio" ) grida una certa vendetta. Eccetera, laddove nell’eccetera c’è molto di più di una mortificazione. TeatroE ha dovuto tagliare un posto di lavoro e forse non sarà l’unico. La felicità americana resta, ci mancherebbe. Ma una felicità con il magone la si gode di meno.











