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Disabili e abili sul palco, si annulla ogni differenza tra una commozione contagiosa e luoghi comuni che vengono abbandonati

Mettendo in scena in un teatro Cuminetti strapieno lo spettacolo "Come libri" la Cooperativa sociale La Rete ha usato il linguaggio emotivo dell'arte per comunicare la sua filosofia e la sua pratica di lavoro "con" e non "per" chi ha limitazioni. Operatori, volontari e utenti si sono intrecciati in una proposta corale costruita sulla semplicità ma capace di grande impatto. Con un messaggio chiaro: ciò che si dà è meno di ciò che si riceve
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Di Carmine Ragozzino - 08 ottobre 2019

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Commuoversi? Di più. La commozione è stata - a momenti - un contagio. Un sentimento liberato ma al tempo mitigato dal fragore caloroso e grato dell’applauso. Dalla commozione – che denuda più dell’emozione - non si poteva scappare. Tanta era, infatti, la poesia in lento movimento di alcuni quadri dello spettacolo. Tuttavia chi ha calcato il palco - con un equilibrio casuale ma quasi magico tra entusiasmo e incertezza, gioia e timore - non cercava commozione. Pretendeva però dal pubblico un esercizio ben più arduo. O meno comodo.

 

Lo spettacolo, i suoi protagonisti e i suoi ideatori, pretendevano realismo e condivisione. Li hanno ottenuti entrambi. La cooperativa La Rete ha messo in scena qualche giorno fa, in un teatro Cuminetti strapieno, la coerenza di un impegno trentennale. Un impegno non “a favore” ma “con” i disabili. La differenza dei termini – e dell’approccio – è sostanziale.

 

Nelle attività de “La Rete” si è consolidata una caparbia e salutare attitudine all’intreccio tra utenti, operatori e un esercito dalla leva sempre aperta di volontari. I disabili dei quali ci si prende cura finendo con il farsi curare dalle proprie esagerazioni, restano disabili. Ma le loro limitazioni sono una sfida che non riguarda solo loro. I corsi, gli incontri, i laboratori, gli azzardi perfino, la convivialità, una dimensione che diventa sempre più amicale: chi vive “La Rete” si accorge presto che l’assistenza è una chiave irrinunciabile ma non è la chiave che apre tutte le porte.

Il passepartout di un rapporto maturo tra disabili ed abili è la forza di una leggerezza capace di abbandonare i luoghi comuni di mille devastanti pietismi. Prima persona, poi anche disabile. Una persona semplicemente impossibilitata, ma nel pieno diritto di trovare occasioni per affermare che la propria diversità è spesso soltanto “tecnica”. E poi l’operatore, il volontario, la famiglia, l’organizzazione che li aggrega e li mette in condizione di dare.

 

Non è gente che offre servizi, (anche se i servizi sono tanti e innovativi). È gente che vince la lotteria di un cambio radicale di pensiero. Vince quando introita la convinzione che ciò che si offre ai disabili, (ma anche a tutti i diversi), è molto meno di ciò che si riceve. Occorre imparare a mettersi su un piano paritario – di sentimenti, affetto e rispetto reciproco innanzitutto – senza inciampare nel rischio di negare le differenze.

 

A queste teorie che diventano pratica quotidiana di un’infinità di iniziative e scommesse, “La Rete” nello spettacolo ha dato anche un linguaggio emotivo. Lo spettacolo? “Come libri”. I libri da scrivere per avvicinare buon senso e civiltà piuttosto che i libri già scritti.

 

In “Come libri” il linguaggio artistico si fa - scena dopo scena - efficacissimo linguaggio sociale. L’arte è da sempre una prerogativa della cooperativa che ha un gruppo – Icaro – al quale nessuno può spezzare le ali quando sperimenta il gioco del teatro senza pretendere altro che il divertimento e la passione dell’aggregazione.

Lo spettacolo allestito per lanciare il corso annuale per volontari è un’opera collettiva dedicata alla consapevolezza, all’entusiasmo e al legittimo orgoglio di un’azione coraggiosa.

È uno spettacolo di contaminazioni “Come libri”. Contaminazioni artistiche. Contaminazioni umane. La contaminazione tra operatori, volontari e disabili che avviene ogni giorno alla Rete ma che  la magia del teatro - ma più di tutto la magia di un palpabile affetto reciproco - ha reso un esercizio strepitoso di comunicazione.

 

Una ragazza in carrozzina e una ragazza che le balla più “dentro” che intorno. Si confondono. Si fondono. Piccoli disegni nell’aria di enorme fatica da parte di Irina, la giovane in carrozzina. Disegni nell’aria di gambe e di braccia della ballerina. Alla fine quasi non sai chi è l’una e chi è l’altra. Il cuore è unico. L’anima è unica.

 

Oppure i cartoni che prendono la forma di casa. Accoglienza e rivincita, bianco e nero, abile e disabile. “La Rete” sostiene, con più di un’esperienza, un “abitare” che è paradigma di autonomia possibile. Di crescita. Di credito verso la normalità.

 

Eppoi anche le parole, le storie in pillole. E chi le pronuncia. Il ragazzo portato via da bambino dal gelo bulgaro e adottato dal calore di una famiglia che oltre alla sua è diventata anche quella de “La Rete”. L’immigrato che ne ha passate tante, troppe. Se un Salvini qualsiasi ne passasse solo una smetterebbe di blaterare. L’immigrato non odia. Lui è: e tanto basta.  Collabora con “La Rete” perché lì bianco, nero o giallo sono solo colori.

 

Quadri, volti, accenni, vita. “Come libri”, appunto. Come libri che si possono scrivere anche senza penna. Chi stava sul palco ha messo nero su bianco, (il nero dell’abito, il bianco delle luci) l’incipit della sua storia. E sono storie – tante storie - tutta da scoprire. E si potranno scoprire anche scoprendo “La Rete”, mettendosi a disposizione come già fanno in centinaia ma mai abbastanza.

 

Ma scoprire che cosa? L’umanità e il credito di diritti che ci sono dietro uno sguardo, un incedere tra il divertito e l’imbarazzato con un braccio sfigato ma un cuore che fa invidia. O che ci sono dietro una “spaccata” da ballerina cicciotta che sbeffeggia ogni limite fisico.

 

Eccoli i libri di “Come libri”. Libri con le gambe a posto. Libri senza le gambe a posto. Libri in un sorriso stupito da tanto stupore nel pubblico. Libri in carrozzina. Libri senza carrozzina. Libri da rileggere perché uno spettacolo così intenso, così corale, così vissuto merita il bis, il tris, il poker.

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