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Dopo aver portato Bisio e Gasmanm, Emma Dante e Paolini, lascia il consulente del Centro Santa Chiara. Bernardi ha guarito la prosa ma i numeri record non contano

Il regista costretto a chiudere la consulenza per il Santa Chiara a causa di norme burocratiche che ignorano gli indubitabili successi conseguiti in nome del "ricambio". In quattro anni gli spettatori di Grande Prosa e Altre Tendenze sono passati da 16 a 27 mila e il Sociale ha conquistato identità. Se ne va da signore ma con un magone condiviso con il direttore Nardelli
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Di Carmine Ragozzino - 13 febbraio 2019

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Diamo i numeri. Parlano: più delle parole. Stagione teatrale 2013/14: 16.245 presenze. Stagione teatrale 18/19, quattro anni dopo: 25.349 presenze. E si va per difetto nel certificare il boom. Sì, perché la stagione di prosa del Centro Santa Chiara non è ancora chiusa. Se continuerà ad andare come sta andando – ed è più certezza che ipotesi - gli spettatori sfonderanno quota 27 mila.

 

Con questi calcoli ci si poteva aspettare che al principale fautore del successo – (principale vuol dire che il suo gran merito va diviso, condiviso con tanti della squadra del Santa Chiara) – si dedicasse se non un monumento almeno un solenne “avanti così”. Invece la mattina di mercoledì 13 febbraio per Marco Bernardi c’è stato un grazie quasi certamente senza arrivederci da parte di Francesco Nardelli, direttore ritrovato al Santa Chiara, e dal vicepresidente del Cda a nome dell’intero organo di governo del Centro.

 

Marco Bernardi, il medico della prosa che in quattro anni è passata dal pre- coma allo sprizzare salute, lascia il suo incarico di consulenza. In realtà “deve lasciare” – d’improvviso e nell’amarezza per nulla celata, Amarezza sua e dell’intero Santa Chiara, Bernardi deve lasciare  per via di non ben spiegabili obblighi tecnico-giuridici, (di legge, ma che stramba legge), che ne interrompono bruscamente l’impegno assunto.

 

In Italia, e in Trentino, va così. Fai bene, anzi benissimo? Non conta nulla. Resusciti un comparto in crisi? Imposti e conduci un lavoro di ricostruzione e fiducia più che proficuo che oggi sembra aver imboccato una strada in discesa dopo aver penato su salite certamente ardue? Fatti da parte. E’ il mito del ricambio, dolcezza. Il cambiamento – (la parola magica dei Re Mida al contrario che in quest’epoca imperano e faranno presto disperare gli illusi e gli ipnotizzati) – tocca tutto e tocca a tutti.

 

E così - senza un motivo credibile che non sia quello di un devastante vangelo burocratico – Bernardi deve lasciare l’incarico ad altri. Chi? Si vedrà. Francesco Nardelli qualche idea l’avrà di sicuro. Di sicuro avrà un sostituto da proporre nei prossimi giorni al Cda. Ma ieri il direttore del Centro Santa Chiara non si sbilancia negli anticipi nemmeno sotto tortura. E fa bene, benissimo. Ai tempi della nomina di Bernardi i malpancisti di settore polemizzarono come sempre fa chi giudica prima di vedere programmi e risultati. E' l'invidia, dolcezza.

 

Per Nardelli c'è da trattenere una rabbia non mimetizzabile e dare a Cesare, (sarebbe Marco, ma serviva la citazione) quel che si merita. E cosa si merita Bernardi? Beh, molto perché non era una sfida facile l’accettare di provare a rilanciare stagioni di prosa in declino progressivo per farle diventare in poco tempo stagioni di prosa floride, da record.

 

Di Bernardi – 44 anni di teatro su 63 di età – si potrebbe dire che ha avuto gioco facile per via della sua trentacinquennale carriera da regista e da direttore dello Stabile di Bolzano. Ma a metterla così si sbaglierebbe. Certo, una militanza sopra e dietro i palchi tanto longeva, significa rapporti, credibilità, carisma. E certo queste “carte” Marco Barnardi se le è giocate tutte quando si trattava di scegliere testi e interpreti non “alla carta”, (per le agenzie son tutti bravi) , ma in base ad un’invidiabile conoscenza diretta del complicatissimo universo teatrale.

Ma se la prosa proposta dal Centro Santa Chiara ha fatto “boom” le regioni sono anche altre. Richiamano la capacità strategica, il coraggio di fare scelte per qualche verso perfino dirompenti grazie alla sintonia tra consulente, (Bernardi) e direttore, (Nardelli), del Santa Chiara. Strategico e vincente è stato il fatto di portare l’intera stagione di prosa al Sociale.

 

L’intera stagione, e cioè tutti i titoli della Grande Prosa e metà titoli, (il resto è a Rovereto) della stagione delle “nuove tendenze”. Il teatro simbolo della città aveva necessità di riconquistare una propria chiara identità, diventando il luogo della qualità teatrale. Un luogo “centrale” non solo urbanisticamente. “Centrale” per il fascino e il valore aggiunto delle assi e dei palchi: una solennità ma anche una familiarità che dal palcoscenico si trasferisce al pubblico. E viceversa.

 

Utilizzando il Sociale come fulcro della prosa Bernardi non ha fatto differenza tra “pop(olare)” e “off”. E questo è un altro atto lungimirante. I grandi nomi, le grandi compagnie non hanno meno valore dei nomi meno noti e delle compagnie che impostano il loro lavoro sulla sperimentazione e sulla ricerca. Dunque tutti nel posto più prestigioso e addio “ghetto” del Cuminetti dove era stata relegata per troppo tempo la proposta meno “popolare” iscrivendola di fatto ad una sorta di serie B della prosa.

 

Ma non c’è teatro senza chi il teatro lo fa con la voce, il gesto, il movimento, il classico o il moderno. Soprattutto non c’è teatro senza qualità. Se la prosa del Centro Santa Chiara è passata da 483 abbonamenti di quattro anni fa ai 1490 di quest’anno – (tre volte di più), non è per effetto di “furbate”. Scorrendo il lungo elenco di “personaggi e interpreti” che hanno calcato il palco del Sociale e spellato spesso le mani degli spettatori si trova un caleidoscopio di carte d’identità. Ci sono i nomi “televisivi” e quelli che sul palco ci sono nati e vorrebbero probabilmente morirci, gli innovatori, i provocatori, gli istrioni e quelli che ti conquistano un po’ alla volta. Bernardi poteva vantare la conoscenza di pregi e difetti, slanci e fisime, di quasi tutti.

 

Ma di tutti, da Bisio a Preziosi, da Emma Dante a Paolini, da Gasmann a Fresu passando per centinaia di storie e di generi, Bernardi può azzardare una sola sintesi: “Gente che il teatro lo fa con studio, passione e serietà. Questo interessa al pubblico”.

Ecco, appunto, il pubblico. Alla voce soddisfazioni non c’è solo la fortissima crescita. C’è - si è insistito ieri – la disponibilità alla scoperta che ha portato molti spettatori della Grande Stagione a sedersi anche nelle platee delle Nuove Tendenze.  La disponibilità ad aprirsi, insomma.

 

Tutto questo e anche di più – compresi i tre anni che hanno visto nascere e crescere l’esperienza inedita della Compagnia Regionale – ha tracciato un solco ideale e pratico che il futuro consulente della prosa al Santa Chiara non potrà né ignorare né abbandonare. Bernardi se ne va da signore ma non senza un comprensibile magone che si legge in faccia sia a lui che a Nardelli. Il suo lascito? Buttiamola in slogan: “Finché c’è prosa, c’è speranza”. Pare poco? Riempire il teatro di pubblico intergenerazionale in questi tempi di devastante incultura è qualcosa di più di una speranza. Molto di più.

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