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''La Caserma'', i protagonisti sono i giovani non la naia o la guerra ecco perché lo guarderò senza pregiudizi

Da vecchio obiettore alla naia quando non era facile obiettare mi sono convinto, col tempo, che l’unica obiezione utile è l’obiezione alla faciloneria di giudizio e alla ritualità delle posizioni precostituite. Non credo alla nostalgia ma mi interessa intuire - pur nella inevitabile dose di finzione che ogni “reality” si porta appresso – se un cambiamento forzato di quotidianità porta a cambiare anche l’interiorità assieme all’esteriorità dei capelli dolorosamente tagliati e dei piercing accantonati
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 01 febbraio 2021

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

“Ma la guerra e la sua preparazione non possono essere un intrattenimento né tanto meno avere una finalità educativa attraverso questa tipologia di programma; la realtà della guerra è morte, sofferenza e ingiustizia”. Massimiliano Pilati, presidente del Forum trentino per la pace, è stato definitivo nel suo giudizio su “la Caserma”, il reality di opinabile realismo che nella prima puntata del 27 gennaio ha portato a Rai Due un’audience di tutto rispetto. Vero che il pubblico non ha sempre ragione, ma mica avrà sempre torto?

 

L’esame del programma da parte di Pilati – ospitato nel suo blog su “Il Dolomiti” – non sembra contemplare esami di riparazione. Pilati non lo dice esplicitamente ma lo pensa: “Programma da buttare”. Di più, programma pericoloso: culturalmente, idealmente, socialmente. Il presidente del Forum pacifista, persona indubitabilmente impegnata a perorare una causa universalmente indiscutibile, si offenderà se azzardo un diverso punto di vista? Con simpatia e stima mi permetto di consigliare a Pilati una valutazione meno affrettata, meno ideologica e anche meno genericamente sloganistica di quella espressa all’indomani dell’esordio del programma. Un programma nel quale paradossalmente la “vita in divisa” potrebbe essere nulla più di un espediente estetico, nulla più che una volutamente anacronistica scenografia, per focalizzare argomenti “altri”. E cioè gli interrogativi legati alla contraddizione palese di un’età scomoda e complessa, forte nell’apparenza ma forse per nulla debole nella sostanza.

 

È l’età del “tutto” post adolescenziale e del suo contrario. Un’età che nelle manifestazioni collettive può risultare perfino fastidiosa per eccesso di estetica e di superficialità ma che in ogni “singolarità” può essere una miniera di scoperte capaci di ridicolizzare la fuorviante, ingiusta abitudine ai luoghi comuni. Per scavare dentro un’età che ha digitalizzato tutto ma non certo i sentimenti, l’approccio non può essere quello di chi recensisce un libro dal titolo o dalle striminzite note di copertina. Nel caso de “La caserma” le note di copertina sono le divise, gli anfibi, le flessioni, i reggipetti che nemmeno le nonne o i mutandoni ante litteram? E chissenefrega.

 

A me, per esempio, importa capire se con i mutandoni o i reggiseni che nemmeno la bisnonna quei ragazzi – i protagonisti – diventano o no “mutanti”. E in che modo mutano, se mutano. Mi interessa intuire - pur nella inevitabile dose di finzione che ogni “reality” si porta appresso – se un cambiamento forzato di quotidianità porta a cambiare anche l’interiorità assieme all’esteriorità dei capelli dolorosamente tagliati, dei piercing accantonati, dei “tacco dodici” trasformati in anonimato dalle suole grosse. Forse occorre prendersi del tempo prima di sentenziare. Forse sarebbe stata più utile – seppur faticoso – un esercizio di profondità. “Preparazione alla guerra come finalità educativa del programma?''. Delle due l’una. O il presidente del Forum per la Pace ha potuto vedere tutte le sei puntate de “la Caserma” in anteprima oppure – più plausibile – le “spara” anche se encomiabilmente odia le armi.

 

Nella puntata che m’è capitato, anzi che ho scelto di vedere, la guerra non è nemmeno uno sfondo. Se c’è guerra – e probabilmente nel proseguo del programma ce ne sarà sempre di più – è una guerra di personalità e di caratteri che un po’ alla volta faranno comunella. E forse anche “comunità”. Spero davvero che a Pilati non basti un alzabandiera all’alba, l’imitazione molto più bonaria e casereccia del sergente Hartman di “Full metal Jacket” o la mistica di un “cubo”, (il letto), fatto a regola d’arte per impantanarsi in un’accusa guerrafondaia. Come farà il pacifista Pilati a “darsi pace” quando tra una puntata o due si accorgerà che nella caserma di Levico l’unica battaglia che ogni protagonista dovrà provare a combattere sarà quella per misurare sé stesso con gli altri? E lo farà da “disarmato” di tecnologia, fard, anelli sulla lingua o rossetti? Come la metterà quando scoprirà – (scommettiamo?) – che quelle palate di obbedienza e disciplina saranno sempre più un mezzo e non il fine del programma?

 

Il mezzo per disertare da un eccesso di individualismo attraverso una progressiva conquista di condivisione e di solidarietà. Il fine di uscire dalla caserma né migliori né peggiori ma sicuramente diversi e forse anche positivamente meravigliati dalla consapevolezza di questa diversità. Certo, non siamo di fronte ad un capolavoro televisivo, né ad un esperimento sociale e sociologico perché nella Tv si recita inevitabilmente, anche in “presa diretta”. I “soldati” di avventura, (quelli che per Pilati sono di “sventura”) trattasi di volontari atipici: tipicamente bravi a stare in scena come se non ci fossero mai stati ma ognuno – mica li scelgono a caso – già sgamato a tener banco soprattutto nel teatro virtuale. L’errore, o meglio la stupidata, che sarebbe bene evitare di fronte alla “Caserma” è proprio quello di schierarsi tra militaristi e anti militaristi, tra fautori e detrattori delle regole, tra nostalgici della naia e pentiti tutt’ora dell’anno di noia cui furono obbligati.

 

Nell’uno e nell’altro atteggiamento la ritualità stanca del pensiero sembra purtroppo prevalere. Non c’è scampo: siamo condannati a stare da una parte o dall’altra perché al giusto mezzo, al buon senso, siamo disabituati. Ci sembra una resa.

Ecco perché al presidente del Forum per la pace mi permetto di chiedere proprio il buon senso di curiosare “oltre” una divisa e un ordine urlato ma poi nemmeno tanto dentro una caserma che per dirla con chi ne sa – (Frizzi, il presidente degli alpini trentini) – è “fatta così” solo per esigenze televisive. Una caserma anacronistica nella logistica e nell’essenza per provocare nei giovani quasi attori le reazioni previste e soprattutto quelle imprevedibili di una convivenza nella quale il passaggio dallo scherzo ad una realtà mai immaginata è molto più arduo dell’equilibrio richiesto sul “ponte tibetano”.

 

Frizzi, l’alpino, spiega a Pilati che il parallelo tra caserma e guerra è una scemata: lo fa con gli scarponi sporchi del fango delle mille guerre dei militari alle emergenze ambientali, per esempio. Ma non è nemmeno questo il punto. Che i militari italiani vanno in pace – ovunque – lo sa e lo apprezza anche Pilati. Il punto è che nella caserma televisiva, così come in tutti i reality, le teste contano più dei contesti. Sbaglierò, ma scommetto che le teste di quei ragazzi e di quelle ragazze avevano qualcosa da raccontare prima della “cura” in camerata. Avranno qualcosa in più da raccontare dopo il congedo televisivo. E tanto mi basta. Da vecchio obiettore alla naia quando non era facile obiettare mi sono convinto, col tempo, che l’unica obiezione utile è l’obiezione alla faciloneria di giudizio e alla ritualità delle posizioni precostituite.

 

Sarà poco, ma mi accontento. E aspetto la prossima puntata.

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